la dimora che abita la parola   8 comments

C’è un luogo privilegiato e attento in cui la poesia ha trovato in questi anni il proprio stare; forse sarebbe meglio dire il proprio divenire perché dimorare nella parola è sentirne la verticalità del flusso e, al contempo, accoglierne il profondo e ambivalente medicamento. La poesia non serve, vive in uno stato non reclamato di autentica anarchia eppure di assoluta necessità. La poesia è inutile, non si conforma al mercato e non risente della crisi, sebbene si scambi spesso la sua capacità di detonare il reale con la strumentalizzazione transitoria delle cose. Il vortice è il grembo del mondo in cui sta appesa, da sempre. Non conosce le buone maniere perché lei, la poesia, abita i bordi del mondo e li sa cantare. Uno per uno. La poesia è il luogo del divenire della parola che guarda lo scacco del linguaggio e lo attraversa come nessuna altra forma riesce a fare. La poesia perciò è salvifica? Niente affatto, piuttosto imprevedibile afferra per restituire l’immagine inaudita dell’impossibile in atto: una parola incarnata che spira, tra il non ancora e il non è più, desiderante. In tempi come questi si fa un gran parlare del suo stato di salute quasi come la poesia fosse un’infante che non può badare a se stessa, in una sorta di perpetua richiesta di qualcosa d’altro. Quel qualcosa che si lega più ad uno stato di bisogno è ciò che nella poesia non conta. E non ha mai contato. La poesia del resto non è solo affare dei poeti ma di chi ama la parola e ne avverte trama frattura e desiderio. La poesia appartiene ad una pratica di scrittura precisa e abita luoghi altrettanto precisi. Luoghi privilegiati, appunto,  in cui la parola custodisce il suo stare, luoghi che si dilatano in soggettività generose come La Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta. A persone come lui dobbiamo essere grati, al suo lavoro di cucitura paziente e autorevole riconosco un’efficacia estetica e politica che raramente ho incontrato in rete. I bordi del mondo non sono marginali interstizi, sono piuttosto risorse straordinarie di relazioni e di incontri insperati che solo una speciale attenzione può mettere a tema e far germogliare. E in questi anni la mano e l’occhio di Francesco hanno regalato ospitalità discreta e insostituibile confronto a molte poete e molti poeti. Ma non solo, quella autonomia del pensiero critico, quell’intelligenza caparbia e obliqua del dire la verità, sono state per La Dimora il senso di un percorso che ha contemplato la restituzione di una visibilità e di una parola ritenute essenziali in un sottobosco inesauribile di fonti, bibliografie e opere inedite. In questi anni di apprendistato molte e molti hanno trovato nel blog di Francesco una dimora per le proprie parole e una possibilità di rispecchiamento di decisiva importanza. A Francesco, oggi, desidero dunque che arrivi il mio affetto insieme alla mia personale stima rafforzata da tutte le parole che abbiamo condiviso. Lui, insieme a pochissimi altri, mi ha dimostrato che il progetto di un blog può diventare risorsa culturale e politica delle più appassionate. E a lui, che in più di un’occasione mi ha manifestato fiducia e abitudine alla libertà, vorrei dire grazie. La poesia non salva, non serve ed è inutile e sono esattamente questi aspetti che ne fanno una possibilità di rivolta irrinunciabile per ognuna e ognuno di noi. Senza stato, senza posa e nell’anarchia della carne e del senso, spero che Francesco, poeta contemporaneo tra i più autentici, possa ancora mettere in circolo l’attenzione e la cura nei confronti della scrittura che hanno segnato il suo lit-blog. Perché il desiderio della parola possa continuare a essere esercizio di bellezza, in divenire.

[alessandra pigliaru]

La melancholia di Lars Von Trier   5 comments

Che Lars Von Trier fosse un regista sopravvalutato lo si sapeva già da un po’ di tempo. Almeno da qualche anno intendo. Ricordo che quando vidi Dogville mi si rivoltarono letteralmente le budella e ripensai anche i suoi precedenti che, devo ammettere, sovrastimai. Ma la giovinezza, si sa, fa commettere errori di giudizio e cambiare opinione, soprattutto quando si trova il punto preciso di avvistamento, è pur sempre salutare. Il Dogma poi, con quel suo strambo decalogo di voto di castità è una pura trovata pubblicitaria, un po’ ci si resta male eh. Dunque sì: de Le onde del destino oggi salvo giusto il dialogo di Bess con se stessa. De Gli idioti non salvo nulla mentre di Dancer in the dark la splendida voce di Bjork. Con Dogville sono invece cominciati gli insulti allo schermo; più o meno all’altezza della scena di stupro per poi procedere, in libertà; prima di tutto, mi sono detta, un misogino del genere non poteva essere umanamente concepibile. Ma misogino sarebbe un eufemismo se non si desse a Von Trier il posto che merita nella ricerca cinematografica contemporanea: un’imbarazzante presenza (anche antropica) che pervicacemente pretende la condivisione della propria malattia mentale. La pretende e la mette in scena con quei simpatici e attraenti teatrini sado-maso che tanto sono necessari ai suoi simili. Ecco la ragione per cui mi sono rifiutata di vedere Antichrist, me lo hanno sconsigliato vivamente per le ragioni di cui sopra; oggi invece, dopo diverse sollecitazioni ho deciso di guardare Melancholia. Mi sono detta: – Dai, sei troppo severa, rischi di sembrare noiosa con questi preconcetti; e se ti stupisce in positivo invece? Leggi il seguito di questo post »

tu che mi parli tu che non mi ascolti – riflessioni su un’assemblea   2 comments

Sarah Moon

[di alessandra pigliaru]

Ho sempre creduto che la vendetta non sia solo un impeto passionale che fa digerire la collera. Oltre lo sconquasso e il collasso fisiologico c’è invece una precisa modalità attraverso cui la vendetta si compie. C’è una vendetta, per esempio, che pare inconsumabile giacché prende vita – e si organizza – solo nel pensiero. E non si tratta di un semplice prodromo alla strategia vendicativa ma un esatto modo di meditare e di stare al mondo; di farla danzare quella vendetta e di nutrirla tutti i giorni come fosse una bestiola mai addomesticabile. E poi aspettare, già soddisfatte/i tuttavia, perché nel pensiero abbiamo già inflitto e chiesto il conto. Infinite volte e in assoluta libertà. Si tratta solo di andare alla ricerca di quello spazio vischioso e gelato che è la vendetta senza posa. E improvvisamente la si riconoscerà: è proprio lei, quella familiare bestiola che si materializza all’occorrenza in un feticcio a cui sottoporre lo nostre angherie. Quando mi capita di assistere a giornate amare come queste, non posso fare a meno di notarla quella bestiola selvaggia che fa capolino da parole spietate pronunciate. A volte sussurrate perché i livori, quelli vecchi, percorrono fenditure assai oscure. Non si dicono mai per intero perché non amano la completezza, e nemmeno la trasparenza; preferiscono macerare. Leggi il seguito di questo post »

senza titolo #11   4 comments

Elif Sanem Karakoç

Ci sono persone che farebbero qualsiasi cosa in loro potere (cioè tutto) per non cambiare niente di sé e di ciò che le circonda. Sono disposte a qualunque baratto, a qualunque scommessa e si giocano la propria vita e quella altrui. E non si tratta di fedeltà a ciò che sembra corrispondergli ma di una inquietante posizione della mente e dello spirito secondo cui tutto deve restare immobile così come è, così come è stato conosciuto deve essere ripetuto all’infinito. E ancora oltre. È un modo come un altro per stare in compagnia delle proprie scissioni che scaldano di più rispetto alla possibilità di voltare pagina. Essere stati eternamente bambini abituati alle brutte favole di orfanità significa diventare adulti orbi e incapaci di cura. Un orizzonte fusionale ammalante e scadente ma che si maneggia con confidenza sembra preferibile rispetto all’urgenza della riparazione e della serenità. Niente è semplice, tutto assume i contorni di una esasperazione nefasta. Fino alla morte. Del resto, il prezzo da pagare per rinunciare alla propria distruzione appare sempre troppo alto. Meglio la solita maleodorante afflizione, quella sì che non arriva inaspettata a tradire ciò che si è stabilito. Auguri.

La cura del vivere. Appunti e digressioni a margine   4 comments

(di Alessandra Pigliaru)

La cura vale per quello che è, una dimensione del buon vivere. L’esperienza femminile ne ha una conoscenza ravvicinata

C’è un malinteso culturale che proviene dall’emancipazionismo da un lato (quando è insuperato poi è ancora più terribile) e dall’adesione mimetica al linguaggio dei dominati dall’altro, che ha fatto assumere alla cura un’accezione scivolosa e decisamente stridente con ciò che essa significa. Dobbiamo al Gruppo del mercoledì (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini) l’aver riportato l’attenzione sull’idea di cura; idea che produce spostamento sia culturale che politico. Idea che, sia sotto il profilo simbolico che linguistico, comporta saper sciogliere un nodo che da troppi anni si avverte con ambivalenza. La cura è un resto, e come tutti i resti eccede e svetta. Questo resto potrebbe essere forse inteso ecologicamente come qualcosa che va smaltito o invece come quell’insopprimibile essenza della relazione? Se metaforicamente lo smaltimento venisse inteso come una assimilazione di qualcosa che si conosce e la riappropriazione prevedesse un rovesciamento, allora potremmo serenamente affermare che queste due operazioni diventano complementari dello stesso percorso. Ci si interroga di tutto questo e molto altro nel documento di apertura ora visibile sul supplemento del n° 89 di Leggendaria e l’urgenza della riappropriazione della cura ci appare in tutta la sua necessaria importanza.

Nel solco dell’interrogazione si apre il bellissimo inserto che raccoglie molti interventi, a partire da sé. Bia Sarasini ricorda come alla cura si possa guardare attraverso la tradizione spirituale e al pericolo di non riconoscere in quelle stesse elementi importanti di spostamento dello sguardo interiore. Così la minaccia di una cura intesa come punizione, come ordine autoritario teso a soffocare qualunque forma di libertà, diventa qualità irrinunciabile per accogliere il lato oscuro delle cose e farlo fiorire attivamente. Sul crinale della cura estetica che deve essere etica e politica incontriamo il contributo di Elettra Deiana che racconta come la cura sia stata ereditata prima di tutto come forma di libertà; fa cenno alla genealogia materna e mi pare di grande importanza sottolinearlo perché molti degli interventi presenti nello speciale sulla cura fanno preciso riferimento alla relazione con la propria madre, una relazione narrata e per questo già politica ma soprattutto una possibilità di dirsi libere di quello sdebitamento madre-figlia (che poi si riverbera in quello generazionale in senso più  generale) che le donne del gruppo del mercoledì evidenziano nel documento di apertura. Leggi il seguito di questo post »

Nerina Garofalo – Il decalogo di Jo   7 comments

A sera mai addormentarsi
e fare sì che il broncio
si faccia a forma di coperta,
ché non ci sia tramonto
senza pace, e riprovare.

Di ogni regalo disfarsi come se
si fosse ricchi e traboccanti, benché
lo stomachino mugoli e lacrimi l’occhietto.

Innamorarsi della bellezza che
riluce dentro l’altro, e farla rispettata.
E scimmiottare quello che sappiamo
essere il limite che ci consuma dentro,
e rende insostenibile il ciarlio.

Non essere quel pattino che porta l’altro al ghiaccio
senza la sicurezza di poter reggere le schegge,
e ricucire le parallele sponde dell’Angelo distratto

come due ali costruite nell’inverno.
Amare di ogni età lo sdegno e il danno
e della propria la timidezza e lo spavento,
prendere la scrittura per le mani
farla danzare e non cessare di provare

a vederla a un giornale in capitale.
Sbirciare i libri dove capita e si può
e rivestirli di carta di giornale. Leggi il seguito di questo post »

del diritto all’abitare   Leave a comment

[a cura di Alessandra Pigliaru]

Mario Giacomelli

Ieri mattina [6 luglio 2011] alle 8 e 30 i carabinieri del N.A.S. hanno chiuso due case private a Sassari dove abitano dei cittadini che vivono l’esperienza della sofferenza mentale e che avevano deciso di intraprendere una convivenza, a loro spese, chiamando a sostenerli, nella loro quotidianità di vita, gli operatori di una cooperativa sociale. Questa convivenza, per la Procura di Sassari, non è possibile in quanto persone con sofferenza mentale, secondo il parere del Magistrato, dovrebbero stare in strutture sanitarie regolarmente autorizzate e in possesso dei requisiti di legge.

Ci domandiamo perché!

Comincio questo post con l’apertura del Comunicato stampa dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica, a firma della Presidente Gisella Trincas.

Il comunicato prosegue ma qui mi vorrei soffermare sulla domanda che viene ben posta; vorrei interrogarmi anch’io e sapere se una società cosiddetta civile e democratica possa permettersi violenze simili perpetrate ai danni di soggetti in difficoltà. È evidente si tratti di una deriva culturale che non tende a dissiparsi, mi dico; deriva, e convincimento radicato probabilmente, secondo cui la cura viene scambiata con la contenzione e, per utilizzare le parole di Maria Grazia Giannichedda (Presidente della Fondazione Basaglia), la protezione per paternalismo. Lo stesso paternalismo che non consente ad una Procura della Repubblica di chiarire bene cosa possa accadere a nove persone che hanno intrapreso un percorso costruttivo quando li si confina – contro la propria volontà – nella casa famiglia più vicina. Chiudendo i loro appartamenti, non avvisando neppure i medici curanti e annullando completamente quanto fino ad oggi è stato realizzato. Quanto è accaduto il 6 luglio a Sassari ha tutta l’aria di un blitz, qualcosa di premeditato da tempo ai danni delle nove persone rastrellate e della cooperativa sociale che ha attuato il progetto di convivenza collettiva assistita. Allora si ritorna alla prima domanda: perché? Come cittadina mi sento seriamente in pericolo di fronte a quanto avvenuto; in pericolo al cospetto ad un’istituzione che – de imperio – e senza nessuna consultazione precedente con gli interessati, entra a gamba tesa nei confronti di un progetto condiviso di convivenza assistita teso a migliorare la qualità di vita di chi entra a farne parte. Mi sento in pericolo perché se è vero che la legge 180 è stata un grande risultato e la sua attuazione è stata – ed è – voluta fortemente da più attrici e attori, c’è un odioso malinteso culturale che non sembra modificarsi ancora: quello per cui i cosiddetti “matti” possono essere ancora trattati come carne da macello, tanto la riabilitazione così come la guarigione non sono possibili – mai. La cura e l’assistenza diventano così dei semplici palliativi nell’orizzonte sclerotizzato di una società sana e matura che epura le differenze perché ne ha paura. La cura e l’assistenza fornite a queste nove persone diventano in tal modo quasi un diversivo, un evento trascurabile e intercambiabile a piacere. Nella totale ignoranza e confusione dell’istituzione dunque, le singole differenze sembrano non avere spessore né qualità. Ecco perché una Procura dopo un esame dei NAS decide di trasferire nove persone da una parte all’altra senza neppure prendersi la briga di verificare la fondatezza delle accuse. Senza chiedere documentazione consulenze e pareri specialistici. Perché se ognuna e ognuno di quelle nove persone non possiede qualità specifiche se non quelle di essere oggetti – e addirittura la colpa grave di essere in difficoltà – un posto vale l’altro. Le stanze tanto sono tutte uguali. Le relazioni di affidamento intessute e coltivate durante questi mesi con le operatrici e gli operatori della cooperativa sociale diventano dettagli che la Procura non riconosce come dotati di senso. I progressi per tentare una vita migliore, inezie non valutabili. Così si è deciso di procedere: nella più totale e aberrante confusione saltando a piè pari sulle vite e le volontà altrui.

Ho incontrato Gisella Trincas (presidente dell’ASARP) e Silvia Pilia (presidente della cooperativa sociale Pitzinnos che da anni è impegnata nel sociale). A loro ho voluto fare alcune domande per capire ciò che mi sfugge. Leggi il seguito di questo post »

le pietre che ti inchiodano alla grazia   4 comments

Rune Guneriussen

C’è una casa dove sta una donna aragonese che prende per mano chi si avvicina alla sua soglia. Quella donna è una madre, una forza della natura ma ancora non lo sa.

I denti erano in fila. Come giuramenti di straordinaria tenacia erano pronti. Tutti in fila a domandare cosa ne sarebbe stato della loro giovinezza. Ma a mordere proprio non ce l’hanno fatta. La guerra ha avuto tenerezza e li ha risparmiati. Erano bianchi e intatti, come l’osso che la reggeva al suolo. Un trambusto di terra e vento che trapassava il dono di sé. Attenzione alle spine, poi ti pungi e non sai perché. Invece alle carezze sole devi rispondere. Sai che non ti ho riconosciuta, ti scambiavo per quella solita ciarla che si nasconde in un volto qualunque. Invece no. Perché la chiacchiera non svetta, tu si invece. Solo si deve essere attrezzate per il viaggio sai, per la cosa giusta da dire e per il freddo di lassù. Leggi il seguito di questo post »

La poetica della rêverie   2 comments

Erin Mulvehill

Quando, sognando a lungo in solitudine, ci allontaniamo dal presente per rivivere i primi tempi della nostra vita, ci vengono incontro numerosi visi infantili. Nei primi anni di vista abbiamo la sensazione di essere in molti, ed è solo attraverso il racconto degli altri che cominciamo a renderci conto nella nostra unità. Ascoltando la nostra storia narrata dagli altri finiamo, anno per anno, per somigliarci, combinando tutti i nostri esseri nell’unità del nostro nome. Ma la rêverie non racconta. Esistono rêverier così profonde, che ci aiutano a scavare in noi stessi, liberandoci dalla nostra storia, persino dal nostro nome. Le solitudini d’oggi ci restituiscono alle prime solitudini. Queste solitudini infantili lasciano delle tracce indelebili nell’animo. Tutta la vita è sensibilizzata dalla rêverie poetica, che conosce il prezzo della solitudine. Il bambino sperimenta l’infelicità a causa degli uomini. La solitudine può lenire le sue pene. Quando il mondo umano lo lascia in pace, il bambino si sente figlio del cosmo. Quando è padrone delle sue rêveries sogna ciò che avverrà in seguito, sperimentando la felicità dei poeti. Come non cogliere la comunicazione tra la solitudine del sognatore e le solitudini dell’infanzia? Non a caso, in una rêverie tranquilla, ci incamminiamo spesso lungo la strada che ci conduce alle nostre solitudini infantili. Lasciamo alla psicoanalisi il compito di guarire le infanzie mai vissute rimediando alle sofferenze puerili che opprimono la psiche di tanti adulti. Per ricostituire in noi una solitudine liberatrice possiamo servirci di una poetico-analisi, in grado di restituirci tutti i privilegi dell’immaginazione. La memoria è un campo di rovine psicologiche, un rigattiere di ricordi. Tutta la nostra infanzia deve essere reimmaginata, recuperandola nelle nostre rêveries di bambino solitario. Leggi il seguito di questo post »

Elena Pulcini – Invidia. La passione triste   1 comment

[Elena Pulcini  Invidia. La passione triste Il Mulino, Bologna, 2011 pagine 170 - € 15]

recensione a cura di Alessandra Pigliaru

Esiste uno sguardo obliquo che, nell’ombra, non può confessare la propria malevola invidia. L’occhio dell’invidioso si cela e si avvita sul desiderio frustrato di chi si sente inferiore. Non si può scendere a patti con il proprio vuoto, quel gorgo che lento ci domanda dell’inadempienza alla quale siamo stati predestinati; ecco che invidiare significa vivere il desiderio mimetico così da spiare la vita altrui attendendone il rovesciamento. Invidia. La passione triste (Il Mulino 2011) è il nuovo saggio di Elena Pulcini che, con mano esatta ed endoscopica, ci traghetta ancora una volta nell’arcipelago imprevedibile delle passioni svelandocene la perigliosa cartografia. Passione relazionale per eccellenza che presuppone la commensurabilità, l’invidia è prossima al rodimento e non attende piacere alcuno se non per quella particolare gioia maligna che spesso si manifesta dinanzi alla rovina altrui. Definita passione triste, l’invidia è un dispositivo che trascina verso il baratro del proprio fallimento e denuncia una singolare pratica secondo cui l’altro non aiuta a costruire la nostra identità ma al contrario ci è di ostacolo. Nella storia del pensiero occidentale, l’invidia ha conosciuto rappresentazioni sontuose e precise dal mito alla letteratura, dall’iconografia alla filosofia; fin dagli albori della civiltà greca dove l’invidia degli dei, che prevedeva la nemesi, si pone come soglia relativa alla hybris, la passione triste conduce ad un inevitabile confronto sia con noi stessi che con gli altri. Depositandosi nella storia, si trasforma nella trattazione biblica e percorre il medioevo fino ad arrivare alla contemporaneità. Leggi il seguito di questo post »

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