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Marta Czok

disorientata va a tentoni e risospinta da ogni canto
s’inarca s’inalbera s’allunga
si ritrae e sbatte
torna a riaffacciarsi e rientra di corsa
saggia gli anfratti e inciampa negli spigoli
si sgraffia e scappa
non trova riparo e si taglia
perché non sa dove sloggiare tanto è indemoniata

estenuata si storce a sinistra e si posa
e quando si leva verso l’uscita indocile sbanda
e starnazza imprigionata

cecata s’inerpica e strapiomba
si rialza e stramazza
perché pure marciando in avanti è sghemba
sulla traccia che slemba bislacca

disarmata non è sciolta né pronta
né lascia impronta
e poi che non riesce a levarsi i peli
non dà né prende e si strapazza
e però non ha più niente sulla punta

enfiata e bianca si vergogna
perché sogna d’essere rosea
ma resta imbrogliata e unta

intossicata ha perso il piacere e il gusto
poi che adusto fu il nucleo della papilla
e più non riconosce manco camomilla

frastornata quando il tatto l’inganna
non capisce se rotola spongilla
o si dibatte su un pezzo d’anguilla
sicché s’annebbia e lacrima la pupilla

scorticata sguizza e ribatte
sale e scende per guidare il sorso oltre l’istmo
e dalle fauci alla faringe con forza sospinge il boccone
che ogni tanto resta a galla nel palato e viene vomitato

incatenata non si gloria dei suoi fiori
poiché ha finito per essere comune e non è più figurata

straziata non è più sana né mala
è povera e non si fa vedere
per non essere smaneggiata

ricacciata si smuscola e affrena
e non ha cuore e si morde
tanto è diventata incerta bassa e purgata

arrotolata si scioglie dai drappeggi dell’ambiguità sostenendo che è
imperfetta e s’è involuta
sotto il ruggito del male
nell’oasi assetata e trista
sicché si attiene al particolare senza pretesa di universale

insaziata non cessa mai di mostrarsi
anche se è tarda e non sa più cos’è la solennità sonante
e sente che è stridente

tagliata e senza osso non è più tagliente
e dispera che l’uso sia ancora il suo signore

schiacciata al suolo si alza e si segue
e poiché volteggia ma non si snoda
e non può tirarsi fuori
implora d’essere affrancata da tanto rigore

legata non è più taglio malandrino di prima qualità
e si rammarica di non arrivare al mare
e tanto si smuove che articola infuriata

inarticolata fallisce e ciondola nelle fiumare abbandonate
torna schietta e abbaia per troppa bestialità

screpolata non mastica né inghiotte
non è liturgica né sacrilega
è franca e bastarda e non se ne vanta
poi che è uscita dal corteo della vanità

sfrenata si srotola nella cavità e si sfessa
e non trovando il giusto appoggio non consuona
sicché s’affloscia sul pavimento
e fa fatica con la effe fessa
finché divien tremando muta sotto la volta crollata

straniata nella sua Tebe
non ritrova la casa con angoli e pareti
la lingua martoriata

il nemico stravince?
ma non è detta l’ultima parola
e io me ne andrò per il mondo
con il mio sassolino in tasca
perché non mi attrae la vetrina
né la macelleria dove pendono budella e malecorde

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