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Come ho scritto nel primo post di questo progetto, pubblicato qui mercoledì 16 ottobre, ho predisposto delle brevi interviste ad alcune delle donne presenti all’incontro femminista di Paestum 2013 «Libera ergo sum». In particolare a quelle donne che hanno partecipato ai laboratori svoltisi sabato 5 ottobre. Ogni gruppo ha potuto discutere di temi specifici e molto diversi tra loro. Quello che desidererei emergesse, insieme alle narrazioni delle mie interlocutrici, è il grande guadagno che ha significato Paestum per molte. Non è un rilancio che desidero si avveri solo perché lo nomino intensamente, vorrei piuttosto diventasse effettivo nell’attenzione per le voci di tante che a Paestum ci sono state e desiderano prendere parola a partire da sé. Cominciare ad ascoltare – per intero e per quanto è possibile – soprattutto quando si raccontano esperienze in presenza credo sia un gesto politico importante. E, in questo profilarsi del dopo-Paestum, anche utile.

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foto di Nunzia Scano

Oggi, per il secondo appuntamento di queste mini-conversazioni, ho incontrato Gabriella Paolucci (Associazione Artemide) – che ringrazio per la disponibilità e la generosità concessami.

Ciao Gabriella, come mai hai partecipato al laboratorio dedicato a «Sessualità – amore – violenza»? Eri tra le moderatrici quindi immagino ci sia stato da parte tua un desiderio molto forte di prendere parola proprio su questi temi. Mi vuoi raccontare la ragione?

Per risponderti vorrei tornare un attimo indietro, alla proposta di Lea Melandri che ha dato vita a questo laboratorio: ero e sono molto interessata  alle sue riflessioni sui nessi fra dominio maschile e “complicità” femminile, fra le nuove forme che questo dominio assume oggi e la persistenza di un “sogno di interezza” che ci attraverserebbe nostro malgrado…

«Che parte ha l’amore nel mantenere l’ambiguità che si annida in questi vincoli –famigliari, affettivi, sessuali- che oggi , nel venire meno dei confini tra privato e pubblico vediamo agire anche nell’economia, nella politica, nell’industria dello spettacolo e della pubblicità? Non è forse il fascino che ha ancora il sogno di una ideale riunificazione di “nature” diverse e complementari a rendere così difficili la volontà e la fantasia necessarie per ripensare il piacere e la responsabilità del vivere (quella che abbiamo chiamato “la rivoluzione necessaria”) fuori dalla divisione dei ruoli, dalle gerarchie di potere e di valore che hanno segnato disastrosamente la relazione uomo-donna, ma anche natura- storia, individuo-società?» [da Lea Melandri, Alcune riflessioni per un laboratorio]

Così ho deciso che avrei senz’altro partecipato a questo laboratorio, perché veniva incontro alla mia personale ricerca, diciamo all’angolazione preferenziale che do al mio impegno femminista, che è l’osservazione dei miei (nostri) condizionamenti profondi e la loro elaborazione, anche e   soprattutto nel confronto con altre donne. Mi sono offerta poi di fare da “moderatrice” (insieme a Luisa Betti che già aveva espresso il suo interesse) solo quando è venuto fuori che Lea non sarebbe stata fra noi e si è posto il problema della conduzione. E devo dire che ne ho avvertito la responsabilità, anche perché nella fase organizzativa si era precisato che i “temi” sarebbero stati indicativi, e che comunque andava preservata la modalità “orizzontale”, quindi una impostazione del discorso tra noi che non prevedesse un forte condizionamento da parte di chi conduceva; così ero molto incerta su come mantenere la rotta tracciata da Lea senza averne l’autorevolezza e non sapendo bene cosa le altre donne partecipanti si aspettassero dal laboratorio. Così ho lasciato che la discussione tra noi cominciasse liberamente a partire dal tema dato, limitandomi a gestire tempi e richieste di parola. E ovviamente ognuna ha approcciato il tema dal suo particolare punto di vista. Ad esempio diverse donne provenienti dal lavoro “politico” in varie commissioni pari opportunità provinciali, regionali o degli ordini facevano emergere l’esigenza della creazione di “reti” di coordinamento, mentre quelle impegnate nel “lavoro sul campo” in diversi Centri Antiviolenza manifestavano il disagio derivante da un rapporto estenuante con le istituzioni per il finanziamento delle attività e dalla percezione del pericolo di vedere il loro ruolo ridotto a quello di “catalogatrici” di “utenti”. Ma da qui sono emerse anche, e questo per me è stato molto interessante, problematiche relative alla relazione con le donne maltrattate: Oria Gargano ad esempio ha evidenziato come, a differenza di altri tipi di lavoro di ascolto, il lavoro delle donne che parlano con donne maltrattate è complicato dal profondo – seppur non sempre consapevole – coinvolgimento personale in quel doloroso magma di ferite, sensi di colpa, paure e sentimenti ambivalenti che è il sentire di una donna maltrattata dall’uomo che ha scelto, coinvolgimento che a sua volta spaventa l’ascoltatrice e la spinge a mettere distanze, a “emarginare” l’altra in una dimensione lontana da sé. O anche potrei citare la bella riflessione di Lucia Ferilli sul lavoro in un centro antiviolenza come “laboratorio del cambiamento sociale che si dovrebbe realizzare” proprio a partire dall’esigenza che il contatto con le donne maltrattate ti pone di rivedere l’amore, la sessualità, la relazione. A un certo punto è emerso, su sollecitazione di Luisa Betti, il tema contingente del decreto “anti-femminicidio” che sarebbe andato ai voti il martedì successivo, e dell’urgenza di una “parola politica” delle donne riunite a Paestum contro quello che è stato definito un attacco all’autodeterminazione delle donne, un tentativo molto forte di rilanciare il potere patriarcale e paternalistico sul corpo delle donne. A questo appello, che diverse delle partecipanti hanno sostenuto con i loro interventi, diverse altre (cito in particolare M.Teresa Semeraro) hanno opposto una forte contrarietà che, peraltro, si basava non tanto su un disaccordo di fondo sulla sostanza, bensì sulla inopportunità di portare nel nostro laboratorio, ma anche poi nel contesto generale dell’incontro, la nostra posizione politica sulla battaglia parlamentare intorno al decreto. E qui mi fermerei sul primo aspetto di questa opposizione, quello legato al tema del laboratorio, perché su questo gli interventi  di M.Teresa si legano a quelli di altre (Laura Storti, Germana Buffetti, Antonia Panico) che pure hanno sottolineato come il loro interesse per il laboratorio fosse stato generato dall’esigenza di parlare fra noi di noi stesse, di come viviamo ed elaboriamo dentro di noi e nella relazione intima con l’altro/a la nostra condizione di donne in un contesto di dominio maschile. E di come il tema della “libertà” sia legato a quello della responsabilità, della necessità di interrogare noi stesse sul nostro desiderio, sulla nostra sessualità e sul suo legame con “amore” e “violenza”.  Questo ci richiamava quindi all’impostazione proposta da Lea, che peraltro è stata anche espressamente citata da alcune. E in questa direzione andavano anche gli interventi delle donne più giovani, come Simona Cappiello e le ragazze di Resistenza femminista, che intervenendo a proposito di desiderio e sessualità hanno espresso il loro disagio per la scissione fra i due termini che sperimentano nel loro ambito generazionale, per l’invasione della pornografia nell’immaginario erotico e per la diffusione in crescita della prostituzione fra le giovani, evidenziando anche il legame ambiguo che in certi ambiti femministi lega autodeterminazione sessuale e “libertà di prostituirsi”. Per Resistenza Femminista la ricerca di un contatto con il pensiero femminista, e concretamente con le femministe storiche, era stata generata proprio dall’esigenza di dare risposta a questo profondo senso di disagio e disorientamento.

Avete discusso di pratiche politiche? Se sì quali?

Intanto la discussione su “quale deve essere il tema” mi ha spinta a chiamare in causa, come dicevo prima, la pratica politica già adottata per «Primum vivere» della orizzontalità e del discorso “in presenza”. Cosa che, se nel momento del sorgere del conflitto mi aveva generato qualche dubbio – se cioè non sarebbe stata opportuna una conduzione più “guidata” del laboratorio – oggi che ho ripensato a tutto e rivisto la ricchezza di riflessioni e stimoli apportati dalle donne presenti, credo invece sia una scommessa forte, la vera “sfida” femminista nel cuore della politica: autoregolandoci, ma non limitandoci, possiamo far sì che i nodi, i punti di domanda che ci agitano vengano fuori e si prospettino alle altre, in percorsi anche accidentati e conflittuali ma sicuramente produttivi di nuova riflessione. E in questa idea mi conforta la vivacità di pensiero e scrittura che sta emergendo da questo secondo “post-paestum”. A me non dispiace infatti che Luisa abbia introdotto la questione decreto, perché probabilmente era nella testa di molte di noi, ed è bene che sia uscita… e d’altra parte anche lei, come ha ribadito in uno dei suoi interventi nel laboratorio, stava partendo da sé, dalla sua storia e dal lavoro che fa, e, io aggiungo, dalle risposte che si è data nella riflessione su sessualità-amore-violenza: il suo desiderio quindi di proporre alle altre  una “parola politica forte” come donne riunite a Paestum contro il decreto, era legittimo secondo me come il desiderio delle altre (e fra queste mi metto anch’io) di parlare della nostra sessualità o del nesso fra libertà e responsabilità. Ma è un fatto che questa sua proposta abbia sollevato, una volta di più, la questione delle pratiche politiche, che poi sarebbe rimbalzata nel finale “concitato” della plenaria di domenica. E concretamente il dibattito fra chi sente l’urgenza di una parola politica forte, collettiva, che ci dia la possibilità di “contare” sulla scena pubblica soprattutto sulle decisioni che riguardano noi e il nostro corpo, e chi ritiene invece che sia già parola politica la differenza di una pratica basata sul partire da sé e sul reciproco riconoscimento e ascolto, nel comune interrogarsi sulle strade che la nostra grande, testarda, coraggiosa quanto insaziata  voglia di libertà può seguire fuori e dentro di noi.

«Ma l’esigenza di cui sopra permane e ha continuato a lavorare e a emergere, soprattutto nelle plenarie. Chi dunque si fa abbagliare da quella pessima sequenza finale dell’incontro come fosse l’epifania di chissaché commette in un sol colpo due errori: intralcia il percorso di comune ricerca di efficacia pubblica nel segno della differenza, e contemporaneamente oscura la articolata ricchezza di questo Paestum» [da Giordana Masotto, Cose importanti da Paestum 2013]

Cosa ti ha restituito l’esperienza laboratoriale?

Da quello che ho detto prima in fondo emerge già una risposta a questa domanda; da un lato, il ruolo di “moderatrice” ha fatto sì che fossi profondamente coinvolta in ciò che è accaduto durante e dopo il laboratorio, e, con un certo travaglio, ne sono uscita con un po’ di consapevolezza in più rispetto a questioni come la gestione di un mandato, il rispetto per le voci delle altre, la cautela necessaria quando per qualche motivo si “gestisce” il pensiero di un’altra (e qui mi riferisco anche a qualche insoddisfazione per il report sul laboratorio presentato domenica congiuntamente da me e Luisa Betti). Dall’altro, come partecipante al laboratorio, ho ricevuto dalle altre molte “connessioni” stimolanti, come per esempio tutto il ragionamento sui rischi/opportunità insiti nella relazione tra “aiutante” e “aiutata”, o quello sul nesso fra liberazione sessuale e “pornografizzazione” dell’immaginario e dello scambio erotico, e anche sul rapporto fra istituzione legiferante e autodeterminazione delle donne. E, infine, è stato interessante vedere come molte delle questioni sollevate fossero già presenti in nuce nell’invito alla discussione di Lea. Che comunque, vorrei chiudere con un saluto a lei, mi è mancata. Molto.

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mille grazie alle amiche del blog di Paestum che hanno rilanciato il progetto.

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