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Cattura

il manifesto, 28 giugno 2016

Ho un ricordo personale di Tomasino Pinna perché è con lui che ho sostenuto l’ultimo esame prima di laurearmi. E quando mi ha chiesto con chi avessi intenzione di preparare la tesi mi rammaricai di non averlo incontrato prima. Ricordo bene il suo corso di Storia delle religioni, le sue dispense su Bourdieu, fino al suo appassionato spiegare la disposizione delle caste e infine il suo libro imperdibile in cui ha ricostruito la storia di Julia Carta, una donna che nel 1596 è stata accusata di stregoneria dall’inquisizione. Quel volume ha contribuito alla storia delle tradizioni popolari in Sardegna e non solo. Oltre alla storia della stregoneria, tutta.

Tomasino Pinna se ne è andato in silenzio, come in silenzio e con un sorriso gentile e garbato ha vissuto la sua esistenza. Con una grande finezza di pensiero che spesso, anche se non necessariamente, viene a incontrarsi con una certa dose di umiltà. Non ha strepitato o sbraitato neppure quando, non più tardi del 2012, la prefettura di Sassari negò al comune di Siligo, in cui era vissuta Julia Carta, la dedica di una via. In fondo cosa c’era da intitolarle, così disse la prefettura, era pur sempre una strega, un pessimo esempio e non certo una martire, piuttosto una appartenente a un “giro oscuro”.

Consultato in quel frangente, quando lessi le sue prime dichiarazioni, lo immaginai imbarazzato dinanzi a tanta cialtroneria. Si limitò a ribadire cosa aveva fatto sotto il profilo della ricostruzione storico-scientifica, un lavoro di anni basato su documenti raccolti a Madrid. Insomma, la via poteva esserle intitolata di certo, ma non era questo il punto della vicenda. Era invece, come è anche adesso, raccontare la storia di chi non ha avuto voce per poi constatare amaramente che, una volta compiuta l’impresa, c’è sempre qualche cortocircuito che riporta al punto di partenza.

Di seguito riporto un articolo pubblicato proprio da Pinna sul quotidiano La Nuova Sardegna in merito alla vicenda. Ciao Tomasino, che la terra ti sia lieve.

[a.p.]

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Povera Julia, dopo 400 anni ancora vittima

La “strega” di Siligo testimone di un forte senso comunitario che ispira ancora molte paure e diffidenze

di Tomasino Pinna

Quale autore del libro Storia di una strega (Edes Edizioni, 480 pagine, 20 euro) sul processo celebrato dall’Inquisizione spagnola contro Julia Carta nel 1596-97, non posso – visto il rilievo sugli organi di stampa che ha assunto la questione relativa al diniego opposto dalla Prefettura di Sassari all’intitolazione di una via di Siligo a Julia Carta – sottrarmi all’obbligo di esprimere il mio punto di vista. Non intendevo farlo per più di una ragione, e quella ascrivibile a un certo disinteresse caratteriale alla visibilità pubblica non è la principale.

Premesso che non conosco le motivazioni in base alle quali è stata avanzata la richiesta di intitolazione della via (che però presumo non molto argomentate né particolarmente convincenti, dati la perentorietà e il tenore del giudizio negativo espresso dalla Deputazione di Storia Patria, che una qualche ragione deve pure averla), e non mi sento dunque difensore d’ufficio né paladino d’alcunché, devo tuttavia avanzare delle riserve sui giudizi che sembrerebbe (in base a quanto scritto nell’articolo pubblicato sulla Nuova del 16 maggio) abbia espresso la Deputazione determinando, quale organo competente, la decisione della Prefettura (sulla cui correttezza istituzionale non ho nulla da dire). Per la Deputazione, Julia Carta non meriterebbe l’intitolazione della via perché sarebbe una «truffatrice» che «ancora oggi potrebbe rappresentare un cattivo esempio», «rappresenta un giro oscuro» e «non è sembrato un personaggio che avesse un valore morale».

Se queste sono davvero le motivazioni addotte, ritengo necessarie alcune osservazioni.

Julia Carta non era una truffatrice, ma depositaria di un sistema di saperi tradizionali nel campo delle terapie e della protezione magica da avversità di varia natura. Saperi che, tramandati nel corso delle generazioni, le erano stati trasmessi dalla nonna materna e da un’altra vecchia. Si trattava di sistemi di tutela delle comunità nei momenti critici (sull’argomento in generale ha scritto opere fondamentali Ernesto de Martino, al quale rinvio). Julia era dunque anello di una lunga catena di trasmissione culturale, e le sue competenze erano funzionali ai bisogni del contesto sociale. Serviva, non truffava la sua comunità: «Si tú no llamas a Julia Carta nunca sarás sano», dicevano a un ammalato di Siligo, evidenziando il ruolo di Julia come punto di riferimento nei momenti di difficoltà. Qui sta il suo «valore morale», la sua valenza positiva. E se proprio si volesse fare della sua vicenda, con enfasi gnomica che poco mi attrae, un modello per l’oggi, non sarebbe certo quello legato al «cattivo esempio», ma piuttosto quello che richiama la solidarietà comunitaria.

Nella magia, poi, e anche in quella di Julia, non c’è nessun «giro oscuro» né tenebroso mistero, per chi ne sappia leggere i codici mitico-rituali (ancora de Martino docet).

A coronamento, si aggiunge anche, fra le ragioni dell’indegnità, il fatto che Julia Carta «non è una martire». Giustificazione curiosa, che meriterebbe un’ampia parentesi. Mi limito a dire soltanto che, al contrario, Julia è proprio martire, e lo è nel senso etimologico del termine: «testimone». Testimone di aspetti importanti della cultura popolare sarda (l’orizzonte mitico-rituale che funge da dispositivo solutorio di emergenze critiche e il ruolo di protezione che la donna vi ha esercitato), e non solo del XVI secolo; testimone del tributo di sofferenza che la diversità del mondo magico popolare (Julia rappresenta centinaia di donne come lei condannate per le stesse ragioni) ha pagato all’intolleranza ideologico-religiosa espressa dalla Controriforma nel suo braccio repressivo dell’Inquisizione; testimonianza isolana di quel drammatico fenomeno che ha colpito l’Europa moderna e noto come «caccia alle streghe»; testimonianza emblematica ed esempio locale della violenza del potere su chi potere non ha: classi subalterne, donne ridotte al rango di streghe alleate del demonio (quando si dice «demonizzazione»! qui, della donna e della cultura popolare).

Giudicare Julia con i criteri usati dalla Deputazione significa restare oggi subalterni alle categorie – come se il tempo non fosse trascorso e «magicamente» si fosse fermato al 1597 – dell’Inquisizione che l’ha condannata.

Tuttavia, non drammatizziamo né demonizziamo: tra una richiesta forse mal fatta e una negazione certamente affrettata, mi pare di poter concludere che si è di fronte alla classica tempesta nel bicchier d’acqua.

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