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Sebastião Salgado

Sebastião Salgado

Ho letto anch’io la storia di Abou, il bambino di otto anni che rinchiuso in un trolley veniva trasportato dal suo paese d’origine fino all’Europa per raggiungere il proprio padre. L’ho letta e l’ho trovata una notizia tremenda. Agghiacciante. Tuttavia qui mi vorrei soffermare su alcune similitudini che ho letto in giro e ascoltato poco fa in tv. Mi piacerebbe dirlo con forza: avvicinare un trolley a un utero mi infastidisce e non poco. Anzi diciamo pure che lo trovo inaccettabile. Seppure poetico e sicuramente mosso dalle migliori intenzioni davanti a tanta impotenza, è un accostamento fuori luogo. Intanto se il riferimento è alla posizione “fetale” di Abou c’è da dire che è l’unica possibile quando un corpo è costretto in uno spazio piccolo, angusto e rigido; e se proprio volessimo essere precisi quella di Abou era una posizione di rannicchiamento immobile, di terrore di cui non si può immaginare nient’altro. Nell’utero ci si muove, in una valigia no, non lo si può fare. Sembra una banalità ma non si è liberi in una valigia trasportata per fame da un paese a un altro. Nessuna ulteriore nascita desiderata, nessun messianico bagliore da interpellare, solo il tentativo di scampare a sfruttamento e miseria che nulla hanno a che vedere con gravidanze o ecografie. E non perché l’utero sia dotato di sacralità, semplicemente perché non c’è un unico disincarnato e originario utero del mondo simile a un qualche atavico e indistinto apeiron che ogni tanto fa spuntare bambini e bambine per ricordarci che c’è una speranza e che siamo tutti innocenti. Far principiare e finire tutto lì anche se appare suggestivo mi sembra davvero bizzarro. Eviterei anche la retorica di Abou è figlio di tutti noi perché è una sciocchezza; non c’è nessun noi se non nel lusso ontologico che l’occidente e in questo caso l’Europa continuano ad arrogarsi. Il lusso ontologico di proporsi carichi di umana pietà solo mediando con i propri di figli non si può sentire, per esempio. Così come quello di chi merita il nostro pianto e chi no, di chi merita le nostre attenzioni e chi no. Abou è nato nell’oppressione e quel trolley è una delle manifestazioni di quell’oppressione, non scelta ma inferta da chi in questi decenni ha affamato il posto in cui vive. Così come è una manifestazione chiara di oppressione oltre che di disperazione il genocidio che si sta consumando nel mediterraneo, visto che si svolge in mare si può forse lontanamente figurare come immerso in un liquido amniotico? Forse meglio come in un rimosso – paradossalmente visibile e ingoiato anche questo da fare spavento – a cui affidare tra qualche anno una giornata mondiale di qualche cosa. E non dico tutto ciò perché ho dei figli, non ne ho ma sono quasi sicura di non sbagliarmi: per un bambino di otto anni un trolley non può essere un utero, anche nel peggiore dei mondi possibili. Possiamo concedere ad Abou almeno l`eventualità di chiamare le cose con il proprio nome?

(a.p.)

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