Gianmario Lucini (1953-2014)

Insegnami, settembre, l’arte di obbedire

alla benedettacollera del cuore

Ciao Gianmario, e grazie

viomarelli

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Congedo

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senza titolo #12

Elif Sanem Karakoç

Elif Sanem Karakoç

Anche quella di molti anni fa era una domenica. Frequentavo le scuole superiori e avevo una pessima bronchite. Come sempre mi capitava ogni inverno. Mi aveva chiamato un compagno di un’altra classe per dirmi che R. si era buttato dalla finestra. Non so dire se è stato per la febbre o per qualcosa che quel giorno per la prima volta mi stava strappando a un senso ineluttabile delle cose ma sono scoppiata in una risata e ho chiesto Ok ma adesso come sta? Delirando e ridendo ero sicura che, nonostante il volo dal quarto piano, R. fosse ancora vivo. Non so perché, forse perché era il ragazzo più intelligente, colto e poetico che avessi mai incontrato fino a quel momento? E quindi avevo escluso dal mio orizzonte di senso che potesse morire a breve? Forse perché nutrivo per lui un sentimento forte di vicinanza, perché mi aveva insegnato l’amore per la filosofia e per la poesia o forse più semplicemente perché immaginavo avremmo fatta molta strada ancora insieme e l’idea di essere rimasta sola mi agghiacciava. Soprattutto a quell’età. Sta di fatto che quel punto, quello strappo del pensiero che improvvisamente ti rende inerme e ti fa vacillare me lo sono portato dietro per molti anni successivi e in diverse forme. Continua a leggere

Le ore conviviali

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Oltre il giardino. Grazia Deledda e il suo piccolo orto fiorito a Nuoro. «In quei due metri di terreno, proprio miei, c’era un lembo di Eden, un giardino in miniatura, coi suoi rosai dalle rose di ogni colore, colle sue siepi di gelsomini, coi suoi giacinti e i gigli e i giaggioli e le viole e i garofani e persino la ginestra. Lo coltivavo con cura tanto che mio padre mi chiamava la giardiniera»

Il giardino di Grazia Deledda_ foto di Giusy Calia

Il giardino di Grazia Deledda_ foto di Giusy Calia

«La mia vita è silen­zio­sis­sima. Vivo in una casetta tran­quilla per­duta in una pic­cola città che è poi un grosso vil­lag­gio: le mon­ta­gne sono il mio oriz­zonte, i libri i miei amici, il silen­zio, lo stu­dio, i sogni sono i cava­lieri della pic­cola corte del mio inge­gno». È il 1892 e una gio­va­nis­sima Gra­zia Deledda scrive a un suo illu­stre amico con cui intrat­terrà un lungo epi­sto­la­rio: Angelo De Guber­na­tis. Alcune sue cono­scenze set­ten­trio­nali la chia­ma­vano fiore d’agave ed è pur vero, come riba­di­sce lei stessa per­ché – sep­pure l’interno fosse dolce — era nata tra le spine e le con­ser­vava.
Quella casetta tran­quilla, risa­lente alla seconda metà dell’Ottocento, si trova a Nuoro nel rione San Pie­tro. La scrit­trice vi abita fino al suo tra­sfe­ri­mento a Roma (dopo un signi­fi­ca­tivo inter­mezzo caglia­ri­tano), in seguito al matrimo­nio con Pal­miro Made­sani. È l’11 gen­naio del 1900 ma vi si sta­bi­li­sce defi­ni­ti­va­mente solo qual­che mese più tardi.

L’orto che contamina

Gli anni nuo­resi sono cru­ciali: l’apprendistato alla scrit­tura che nel 1926 la farà arri­vare al Nobel per la let­te­ra­tura; i primi scambi con gior­na­li­sti e scrittori incu­rio­siti dal suo talento. Ma anche le prime per­dite che met­tono a dura prova la sua fidu­cia nel mondo: dap­prima la sorella Gio­vanna, poi Enza, il padre e infine la sfor­tuna toc­cata al fra­tello San­tus. Tut­ta­via, nel dispie­garsi ver­ti­gi­noso degli eventi, Deledda custo­di­sce un esatto senso di osser­va­zione del cir­co­stante che non l’abbandonerà più. Continua a leggere

sosteniamo il Centro di documentazione e studi delle donne di Cagliari che rischia la chiusura

collettiva_femminista

[Grazie alla redazione di sardegnasoprattutto per il post che ha dedicato all’argomento]

Biblioteca_Centro_di_Documentazione_e_Studi_delle_Donne_d0Alle amiche e compagne del Centro documentazione e Studi delle donne di Cagliari va tutto il nostro sostegno. In questi anni, ciò che hanno creato e animato, politicamente e culturalmente, non appartiene al solo territorio cagliaritano ma alla Sardegna tutta, ponendosi come una sponda preziosa tra l’isola e il mondo. Le attività, i laboratori, gli incontri organizzati hanno consentito che generazioni di donne potessero trovare nel Centro un importantissimo luogo di scambio. Il fondo librario, così come la letteratura grigia e le migliaia di titoli presenti sono inoltre un patrimonio imperdibile al quale anche noi di collettiva_femminista Sassari non solo non vogliamo rinunciare bensì cercheremo in tutti i modi percorribili di non perdere.
Essere protagoniste della scena politica e culturale sarda significa chiamare a responsabilità quante in questi anni, dentro e fuori le istituzioni, hanno frequentato…

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a Rina, con affetto

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«Passa a trovarmi. Ti aspetto». Io e Rina ci siamo conosciute così. Incontrarsi non è proporzionale ai gradi di parentele e alle comunanze di cognomi ma riuscire – a un certo punto – a guardarsi negli occhi e riconoscere un desiderio di attenzione. Era un momento particolare della mia vita, rimettevo tutto in discussione e forse cominciava allora, proprio lì, il mio personale percorso di consapevolezza – per esempio sotto il profilo di una ricerca troppo istituzionale che mi sembrava ormai del tutto arida e priva di corrispondenza con il presente. In questi anni ho pensato che Rina, con quei suoi occhi tra l’indaco e il grigio come nessun’altra, l’avesse capito molto prima di me. C’era qualcosa che mi mutava dentro e lei l’aveva saputo distinguere. Sono andata a trovarla e, come mai avevamo fatto prima di allora, abbiamo parlato. A lungo, senza tanti preamboli. Ho scoperto una donna che amava l’arte della conversazione, curiosa di tutto, libera e generosa. Abbiamo condiviso la passione per le letture, a volte comuni e spesso sollecitate da lei che è sempre stata una fine conoscitrice di libri ma soprattutto del mondo e delle relazioni. Riusciva a disinnescare le mie spigolosità, ne sorrideva molto e ogni volta sentivo qualcosa di esclusivo, che mi alleggeriva e mi faceva avere fiducia. Mi scontravo proprio in quegli anni con alcune contraddizioni che mi avrebbero portata dopo poco ad alcuni distacchi simbolici e definitivi. Rina sapeva già tutto e prendeva le cose, anche quelle più spiacevoli che mi capitavano, con una grazia di altri tempi, una leggerezza del posare il pensiero. Sarà forse perché riusciva a smontare gli ingarbugli: diversamente da me aveva grande capacità di mediazione, un’insistenza gentile, un mettere al centro sempre e comunque il pensiero luminoso dell’esperienza. Continua a leggere

dell’ambivalenza – un abstract

Diane Arbus

Diane Arbus

[quello che segue è l’abstract – suddiviso per punti – di un futuro lavoro su ambivalenza, letteratura e politica che si inserirà nel progetto degli Atti del seminario residenziale SIL 2014.]

–          di Alessandra Pigliaru

Nei tre giorni del Seminario abbiamo parlato dell’ambivalenza e sono state proposte una serie di definizioni e suggestioni in relazione ai tre testi scelti per la discussione: L’arte della gioia, di Goliarda Sapienza; Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante; Venivamo tutte per mare, di Julie Otsuka. Quello che farò è dare conto di tre punti che sono ritornati durante i nostri scambi e che mi interessano in particolar modo. Li sottolineo e li rimetto in circolo per capire se possono essere ulteriormente affrontati: il primo punto riguarda la stessa ambivalenza e la sua distinzione dall’ambiguità. Il secondo punto riguarda la relazione/con-fusione con la madre e le relazioni con le altre donne. Il terzo punto corrisponde invece al dato della materialità.

Primo punto: l’ambivalenza è un concetto profondamente relazionale. Si smarca dall’aut-aut, dunque dal movimento oscillatorio e indecidibile tipico della coscienza infelice, e si mostra nell’et-et. L’ambivalenza è fluida, riguarda il divenire, una soggettività in divenire e non unitaria che si dà come molteplice (il riferimento teorico rilanciato durante il seminario concerne il pensiero di Rosi Braidotti). Già nel partire da sé e andare in un altro luogo, l’ambivalenza significa spesso un «non farsi trovare» (il riferimento è qui ad un’espressione di Luisa Muraro in un suo testo ).

L’ambivalenza non pacifica, non rassicura. È l’accoglienza delle varie parti, anche quelle in ombra. Perché niente è mai completamente in chiaro e, ciò nonostante, quel che non emerge non è detto che ci sia contrario e che sia lì per ghermirci. Autorizzarsi alle contraddizioni è un combattimento per la precisazione del proprio desiderio. Continua a leggere

Le scrittrici e le insegnanti A proposito del recente episodio accaduto al liceo Giulio Cesare di Roma e del libro Sei come sei di Melania Mazzucco

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Le scrittrici e le insegnanti

A proposito del recente episodio accaduto al liceo Giulio Cesare di Roma e del libro Sei come sei di Melania Mazzucco.

Comunicato del Direttivo della Società Italiana delle Letterate

[5 maggio 2014]

Il valore della letteratura non può essere messo sotto censura così come la libertà di insegnamento sancita, ancora, dalla Costituzione: come Società Italiana delle Letterate riteniamo che né Melania Mazzucco né le docenti che hanno scelto di leggere in classe il suo romanzo Sei come sei abbiano bisogno di essere difese.

Ha ragione la preside del liceo Giulio Cesare Micaela Ricciardi quando in una lettera aperta sulla vicenda scrive che la lettura del libro in questione ha avuto «l’obiettivo di sviluppare il piacere di leggere, le capacità critico-letterarie e la riflessione tematica sui molti argomenti che qualsiasi testo letterario, per suo statuto, offre alla crescita di ogni lettore. Questa è la letteratura». Aggiungiamo che la letteratura è un campo di libertà in cui si misura il senso critico e di orientamento nel mondo che non può essere negoziato con ideologismi e tentativi di appropriazione. Continua a leggere

Dei legami e dei conflitti. Che accade se l’Europa si prende cura?

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[Quello che segue è il documento scritto dal gruppo femminista del mercoledì. Ringrazio Fulvia Bandoli per avermelo segnalato]

Dei legami e dei conflitti

Che accade se l’Europa si prende cura?

Una crisi si aggira per l’Europa. Allargando la forbice tra chi ha e chi non ha, produce non solo disoccupazione e precarietà, ma disorientamento, infelicità senza desideri. L’economia di mercato, nella sua piegatura neoliberista paralizza, anzi costringe (e convince) a adeguarsi all’esistente quando non genera un senso di colpa violento: sì, siamo noi greci, italiani, spagnoli, le sciagurate cicale che hanno gonfiato il debito pubblico.
Così il vocabolario al quale attingere come abitanti di questa Europa, scivola nel rancore; è dettato dalla paura. Invece di azzardare una pratica, invece di difendere determinati interessi contro altri interessi, invece di puntare su questa politica e non su quella, ci barrichiamo dietro un discorso generico che non va oltre lo spread, oltre i sondaggi, oltre le cifre snocciolate dall’Istat. Si tratta di un discorso scoraggiante che non sa (che non vuole?) nominare la singolarità delle vite e dei problemi. Ma in questo modo, con questa lingua, come facciamo ad esercitare la responsabilità che pure dovremmo nutrire verso l’altro; come esprimere sollecitudine per le sorti comuni? Continua a leggere

Ida Travi, Katrin. Saluti dalla casa di nessuno

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Nel ritmo della ripetizione [postfazione a Ida Travi, Katrin. Saluti dalla casa di nessuno]

«Se volete vedere il miracolo | tenete la scatola chiusa | Lasciate gli animali nella loro natura | Togliete il recinto al regno di Dio». Quando della nascita c’è nostalgia fuori misura e non ne si sa tenere fra le mani la responsabilità, si manifesta un universo chiuso e asfittico in cui tutto si mescola. La culla, luogo del passaggio e della scoperta della vulnerabilità, diviene così un attaccamento inappropriato che non ordina il circostante e neppure l’intensità del dirsi in relazione. Se ne Il mio nome è Inna il mondo si era ammalato «come un bambino piccolo», la nuova silloge di Ida Travi, Katrin. Saluti dalla casa di nessuno, si apre all’insegna del miracolo della visione, l’altro nome della libertà. Quella di cui tutti i viventi sono provvisti nello scardinamento dei recinti. Quella cercata nella preghiera dell’interezza della poesia. Nell’istante strappato e fortunato del raccoglimento. In silenzio. Non c’è separazione dal mondo bensì distanza benedetta dall’orlo cieco della soggettivazione. A promettere resurrezione terrestre viene avanti Katrin. Nel coraggio di aver attraversato la perdita, non può che arrivare dopo Inna. È troppo giovane per aver acconsentito ad accudimenti non suoi pur ammettendo che si avverte come «Il mondo non è meraviglioso | non viene a salutare, niente culla». Ma lei supera l’incuria. Ricorda. E infatti illumina la traiettoria indicata da Inna, con gratitudine. Katrin detta la mappa del cielo insieme a quel suo digiuno-rifugio del grembiule, trattenuto con la pacificazione di una regina priva di corona. «Credi che sia facile per me | lavorare ogni giorno | allacciarmi ogni volta il grembiule? || Come quando mi scendevano | le lacrime, come quando staccavo la macchina e di colpo | schizzavano le polveri in faccia». Il grembiule è una volta celeste che respinge la condizione del castigo, è lo spazio simbolico che le ricorda chi è: una creatura diafana che chiama a sé l’incedere stesso del tempo poetico. Nel ritmo di una ripetizione, quando vi è la capacità di fare arretrare la miseria per aprirsi alla rotondità del pianto. «Sono Katrin, io, sono l’abitante, la paziente», con il pallore che fende il «cerchietto di vapore sulla testa» da santa pagana e un pettine a mettere ordine nello scompiglio. Non le serve nient’altro in fondo. Continua a leggere

Oltre la gabbia del soggetto. Intervista a Rosi Braidotti

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Oggi, su il manifesto, si può leggere un’intervista a Rosi Braidotti. Postumano, cartografie e genealogie critiche, femminismo, filosofia, anni ’70, tecnologia e tanto altro ancora. Una intensa e imperdibile lettura del presente che ci interroga profondamente.

La ringrazio per il tempo che mi ha saputo dedicare e di seguito pubblico il testo, disponibile on line qui.

Oltre la gabbia del soggetto. Intervista a Rosi Braidotti

(di alessandra pigliaru)

RosiBraidottiNegli scorsi giorni la filosofa Rosi Braidotti, che ad Utrecht dirige il Centre for the Humanities, è stata in Italia (Bologna, Napoli e Roma) per la presentazione del suo ultimo volume, Il Postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la spe­cie, oltre la morte (recensito qui e qui il 18 febbraio 2014). Il postumano è un tema con cui Braidotti si misura fin dai tempi di Soggetti nomadi (1994) dove viene nominato come progetto utopico e politico con cui fare i conti. In questi anni, all’interno di un dibattito internazionale vivacissimo che l’ha vista al centro di numerosi confronti, ha proseguito la sua riflessione sulla soggettività chiarendo ora come il posizionamento postumano, bussola e strumento genealogico, preveda anzitutto un nomadismo acquisito sia sotto il profilo della teoria materialista del divenire che sotto il profilo etico-politico. Su questo punto, le categorie che intervengono sono in effetti quelle che negli anni le hanno consentito di tracciare una mappatura all’altezza dei tempi presenti. Sono, questi ultimi, anche tempi pensanti e di particolare potenza, in cui le pratiche politiche e di resistenza giocano il proprio corpo a corpo con una molteplicità di risorse e conflitti. Anche qui la partita giocata da Braidotti muove da una collocazione esatta: femminista, postcoloniale e radicalmente responsabile. Attraverso la lezione di Foucault, Irigaray, Deleuze e Guattari dirimente è la forza propulsiva del monismo spinoziano e l’apertura alla critica femminista contemporanea. In questo crocicchio, le tessere del presente si spostano e si intersecano verso la ridefinizione di umano e disumano. Fino al salto definitivo. Alcuni temi ritornano in maniera decisiva facendo della architettura filosofica in divenire di Braidotti una cartografia trasformativa delle idee. Tale trasformazione, che avviene conseguentemente alla crisi dell’umano, mostra le trappole ma pure le risorse di una contemporaneità tutta ancora da agire.

Uno dei paradossi più evidenti della nostra era è, secondo te, lo scontro tra la necessità stringente di affidarsi a nuove azioni etico-politiche e l’inerzia di chi vorrebbe curare esclusivamente i propri interessi e profitti. A cagione di questa ultima posizione si propone infatti un generico appello al nuovo che risuona come puro esercizio retorico in relazione alle logiche di mantenimento del potere e individualismo neoliberale. In questo senso intercetti quella che chiami forza tecnologica liberatrice e trasgressiva, prestando attenzione all’appropriazione da parte di chi vorrebbe inserirle in un discorso tradizionale e conservatore del soggetto (perlopiù autocentrato, bianco, maschio, eterosessuale e benestante). Mi dici qualcosa a riguardo?

La retorica del nuovo fa parte del programma di consumismo sfrenato e maniacale del capitalismo avanzato. C’è una tensione tra il potenziale gigantesco delle nuove tecnologie che hanno come meta il controllo del vivente e di tutte le sue forme, e l’uso monodirezionale che ne viene fatto dal capitalismo – per cui il capitale è la vita stessa. E soprattutto il fatto che hanno riallacciato questa molteplicità complessa alla nozione più restrittiva possibile di individualismo, associandoci una morale molto stanca, la classica morale neokantiana umanistica, che sta andando alla grande. Viviamo in un’epoca moralizzatrice, cruenta e contraddittoria. Quindi io non voglio cadere nel discorso antiquato della tecnofobia che prevede la tecnologia come strumento di dominio perché non ci credo; sono stata allieva di Foucault e il potere non è mai a senso unico. Queste tecnologie sono al tempo stesso liberatorie e strumenti di morte e di distruzione. Abbiamo droni, telefonini, fecondazione assistita e poi i morti al largo di Lampedusa; sono versanti della stessa medaglia e noi dobbiamo pensare alla contemporaneità e agli effetti del potere, molteplici e contraddittori. La forza liberatrice della tecnologia è, e dev’essere, fonte di esperimenti. Continua a leggere