NIGERIA NEL SANGUE VERSO IL VOTO, SFOLLATI MUOIONO DI FAME

“kamikaze forse a sua insaputa o non volontaria”

tradotto significa che per qualche giornale italiano sembra legittimo il sospetto su una bambina di dieci anni che fa la kamikaze “volontariamente” e “consapevolmente”?

Aggiungo una bambina senza nome, che non ha incarnato nessun grande valore europeo e che per questo non è nessuno di “noi”. Né di “loro”. Non c’è immedesimazione possibile. Cadrà molto banalmente nel dimenticatoio dei tanti «indegni di lutto» che non arrivano alla semplice presenza terrestre, nonostante siano esistiti anche loro. Di questa bambina non ci sono foto, non ci sono fiori, è stata buttata lì dove è nata e poi – riempita di esplosivo – lasciata entrare in un mercato nigeriano. Così. Della sua vita, di quella vulnerabilità inservibile che non interessa a nessuno e che manda in corto-circuito qualunque analisi geo-politica, è stato fatto scempio, insieme alla vita di altre diciannove persone che erano presenti in quel mercato. In una rapina costante e indigeribile della vulnerabilità, in un mondo che sembra una caricatura grottesca di qualche episodio di Black Mirror, paradossalmente si implode in una disumanità senza limiti. Così come senza limiti è l’empatia guadagnata nel carezzare la “nostra”, molto italiana ed europea, idea di identità. Bisogna difenderla come il bene più bello – ha detto recentemente qualcuno commentando i fatti di Parigi. Ovviamente l’identità è un’idea guasta all’origine ma nel marcio che ci tocca vivere, nel marcio di logiche spartitorie di orrori incrociati è proprio la regressione al guasto che serve per sentirsi al sicuro. Lontani e al sicuro da tutto e tutti, compreso da quella bambina. Che non finirà mai di non riguardarci.

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