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Still Life 5La morte che si può raccontare è sempre quella di altri. L’esperienza della propria scomparsa definitiva è infatti incomunicabile. Fare narrazione della morte diventa allora qualcosa a cui si assiste. Indifesi o più o meno preparati, si tratta sempre di un fuori da noi inevitabile. È tuttavia attraverso la morte dell’altro che viene fatta esperienza di alcuni sentimenti, alcune situazioni-limite che consentono di elaborare il lutto – quello presente o quello futuro che ci riguarderà. In questo sfondo gravita un film che ho visto recentemente e che si intitola Still Life, scritto e diretto da Uberto Pasolini. Il protagonista è un impiegato comunale che si occupa di rintracciare i famigliari e gli amici di chi scompare e, nel caso di assenza dei primi e dei secondi, si incarica – attraverso il municipio inglese di appartenenza – delle esequie. John May è un uomo ordinario, grigio e silenzioso, ha 44 anni ma ne dimostra molti di più. Ha occhi chiari e un volto sempre al limite del sorriso. Se l’espressione “still life” significa genericamente “natura morta”, molte sono le pose fotografiche della morte che John May apparecchia ogni giorno. Dai faldoni accuratamente archiviati che riportano in breve la vita di chi muore in solitudine, al pasto in scatola che consuma nella propria casa. Un allineamento maniacale che gli consente di fare arretrare l’angoscia scomposta e l’incomprensibilità di vite a perdere. Il rito è sempre il medesimo, senza scandalo: va nelle case di chi muore, prende con sé fotografie, oggetti piccoli e all’apparenza trascurabili. Cerca di rintracciare chi è stato in relazione con l’estinto e, se la risposta è negativa, si occupa del funerale. In alcuni casi immagina la vita di chi è morto, si rappresenta cioè la morte di un altro come fosse un proprio caro. Come fosse un amico. Senza giudizio. Fa cioè interferire in un lavoro puramente meccanico e impiegatizio un’etica della responsabilità insieme a una sorta di strana spiritualità del gesto. Nella ripetizione, a tratti ambivalente, di sentirsi unico spettatore e testimone nel seppellire i morti, là dove i viventi non si sono potuti riparare ed è tutto ormai irrimediabile, John May dà parola a una cura per ciò che resta di uomini e donne che in vita non l’hanno sperimentata abbastanza. Per povertà, per indigenza estrema, per i bordi di una società che stritolano ancora prima che se ne abbia coscienza. Tutto procede regolare, finché un giorno John May viene licenziato. La mansione non è poco importante, deve tuttavia essere espletata alla svelta. La sua accuratezza è una lungaggine che alle casse del municipio crea danni economici e quindi dopo 22 anni di servizio viene invitato a concludere l’ultimo caso per poi rimanere a casa. L’invito è quello di guardare questo film e dunque non dirò come si sviluppa la storia, né cosa ne sarà della sorte di John May. Dico solo che grande è l’attenzione da dedicare ad alcune scene, per esempio quelle in cui egli compone album di fotografie dei rinnegati dalle proprie famiglie. Come fosse una preghiera pagana, in quel radunare solitudini c’è un senso che precede lo sguardo bambino di chi pensa al proprio lavoro come l’unica cosa per cui è autorizzato a stare nel mondo; c’è un senso che eccede anche l’intenzione dello stesso regista, probabilmente, e che moltiplicato arriva a chi osserva il lentissimo scorrere di un’esistenza ordinaria e orfana. Un’esistenza che ha fatto tutto ciò che ha potuto e che ciò nonostante non è riuscita a salvarsi. Un’esistenza cieca, come lo sono i bambini quando si gettano a capofitto senza il calcolo delle conseguenze. Che reclamano un poco di amore e attenzione e che spesso soccombono, seppure sopravvivendo. Queste vite a perdere, come lo sono tutte le vite quando stanno per andarsene se non sono sorrette e accompagnate da chi ne tiene un pezzetto negli occhi perché ne sa sopportare lo strappo. Dicevo, queste vite a perdere sono in fondo il segno profondo di ogni estinzione che non viene mai interamente rappresa nel rituale del lutto, bensì che erompe in un miscuglio di coincidenze, di rifiuti, di debiti insoluti con il proprio corredo di affetti. Impossibile da riportare all’ordine del linguaggio se non quello poetico che ha un’efficacia precisa, nonostante la propria inutilità. Inutile perché allontana qualsiasi tentativo manipolatorio e rimane lì come residuo inconsumabile, al fondo di ogni parola che nomina la realtà e insieme qualcosa che è fuori di essa, imprendibile.
Se dunque è vero che l’unica morte di cui possiamo fare esperienza è quella altrui, si può almeno sperare di esserne capaci. Magari non come John May, immerso in una meticolosità asciutta e senza scampo, ma prendendone in prestito almeno la curiosità per le storie. Per i dettagli. Una propensione questa della curiosità per le vite degli altri trasformata spesso in morbosità necrofila e che invece qui compare come forza immaginifica. Come sogno di altre vite possibili.

(a.p.)

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