giocare con l’assenza #15

Nel segno dell’inadeguatezza ho vissuto le prime settimane dopo l’incidente di mio fratello. Che brutta parola “inadeguatezza”. E che difficile scoprirsi totalmente sguarnite di quel minimo di certezza che fino a un momento prima ci aveva sorretti. L’equazione mi era parsa sempre perfetta. Basta amare chi ci è caro per tenerlo in salvo. Basta pensare chi ci è caro per avere il netto presagio di ciò che può accadergli di male. E dunque evitarlo. Di G. ho sempre avuto contezza che si sarebbe messo in pericolo. Senza mediazioni come ha sempre vissuto, senza la benché minima idea di cosa fosse la moderazione. Fino a quel 25 ottobre, G. era il fratello dell’eccesso. Di tutto, devo ammettere. Sempre stato un uomo adorato, capace di attirare passioni fortissime. Dotato come era di una sensibilità profonda e di un’incrollabile attrazione verso le donne. Era il suo modo di guardarle con ostinazione che mi rapiva ogni volta. Riusciva a vedere di ogni donna, di ogni ragazza, qualcosa che lo incuriosiva. Poi l’ultimo suo amore, Erika. Grande, vorace. Anche quella volta era stato lui a stanarla, scoprendo un tesoro immenso. In questi mesi lei non si è mossa dal suo fianco mai. C’è da rimanere stupefatte, e grate, di questa cosa che non è una devozione ma una tenacia attaccata alla vita intera, quando si sovverte anche la realtà per immaginarsi ancora tra le braccia di quell’amore. Continua a leggere

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giocare con l’assenza #14

Sta arrivando Natale, dicembre è alle porte con il suo carico di patimento e attesa. E qui arriva lei, Nerina. Che mi scrive poche righe per dirmi che vorrebbe regalarmi una “matrice sociale del sogno”. È una cosa a cui ho partecipato solo virtualmente, restituirla solo come fosse un gioco di associazioni sarebbe ingrato. È invece un pensare comune, un sentire insieme ad altre e altri che il legame con le immagini che ci creiamo va al di là delle visioni notturne e assedia, spesso felicemente e talvolta meno, l’intero nostro immaginario. Così mi dice che in quel periodo di avvento lei vorrebbe lavorare sull’attesa. G. ancora non si svegliava del tutto, ero in pena. Lei ha avvertito questa mia pena e l’ha voluta impunturare di alfabeti possibili.

Il regalo del tempo, soprattutto quando intorno tutto è costellato dalla tagliente circostanza di non essere più percorribile, è una delle cose di cui essere più grate. È un dono di cura, di attenzione. Quando poi a regalartelo è chi neppure hai mai incontrato di persona la possibilità diviene quasi magica. Con Nerina non è stato un appuntamento al buio, ci leggiamo da anni, di lei e di me – attraverso le nostre scritture – sappiamo tanto. Quello che conta, le smagliature delle parole, i dolori che si distillano, gli esperimenti di luoghi virtuali comuni. L’avermi un giorno chiamata Jo, per la protagonista di Piccole donne. Jo con la valigia sempre dietro. Continua a leggere

giocare con l’assenza #13

Alba chiara. È una canzone che non avrei mai creduto mi avrebbe potuto commuovere. Ma, sarà il contesto e che ultimamente sono diventata più fragile, mi ritrovo quasi in lacrime. Arriva da un luogo illuminato, nell’ospedale dove è ricoverato anche G. Nella prima stanza ci sono due donne. Quella in fondo, R., si sta risvegliando così i figli le fanno ascoltare Vasco Rossi che le piaceva tanto. Il reparto è silenzioso, lontano però da qualsiasi immagine romantica ci si possa figurare in effetti. C’è una pace solo apparente, ma se si tengono alti tutti i sensi si avverte un odore diffuso di escrementi. Il personale è poco, fanno quello che possono. Forse. Non ho tempo di pensarci in profondità, per evitare di incendiare tutto. Oscillo tra sentimenti di pura contemplazione del presente dilatato ad altri meno nobili in cui è altrettanto forte la volontà di azzeramento.

Arriva da lì questa scena di calore, si impone e, seppure con la luce artificiale, c’è un tepore intorno. È quello conosciuto da chi ha cercato, almeno una volta nella propria vita, di tenere strette le persone care. Ti prego resta qui con me. Nel letto accanto a R., mia zia. La sorella di mio padre. Ha avuto una emorragia cerebrale tre mesi prima l’incidente di G. È la mia zietta, piccola con gli occhi color del bosco. In mezzo a una nidiata di maschi è arrivata lei, ora in un risveglio che somiglia a un limbo che non so dire. Continua a leggere

giocare con l’assenza #12

Quando ho avuto i primi segnali della nefrosi avevo tre anni. E tu dunque un anno e mezzo. Non so come io abbia fatto a non considerare mai che, in quel periodo della nostra vita, ad ammalarsi sia stato pure tu. Insieme a me. Ammalato di trascuratezza, di abbandono. Di separazione. Sono stata trasferita in un ospedale modenese, ricordo che spedivo mamma a procacciarmi qualsiasi cosa avesse una qualche commestibilità. In particolare mi portava molti toast. Erano farciti talmente tanto da apparirmi rotondi, come quelli che dopo qualche decennio avrei riconosciuto in un bar davanti all’università. Papà faceva quel che poteva ma il lavoro gli impediva di tenerti con sé dunque stavi da nonna. Con i casi umani della famiglia, uno zio e una zia all’orlo della follia che temo non ti abbiano trattato bene. Me lo ha confermato mamma quando, molti anni dopo, mi ha detto che un pomeriggio nostro padre è venuto a trovarti e ti ha trovato sporco e con delle croste. Eri un bambino molto minuto, delicatissimo, sensibile. Chissà cosa ti hanno spiegato della nostra assenza, della lontananza obbligata da casa tua. Continua a leggere

giocare con l’assenza #11

Erano trascorsi due giorni dall’incidente. Quel venerdì mattina siamo andate tutte insieme a ritirare i documenti di mio fratello. Li avevano raccolti i vigili urbani. Davvero vorremmo esprimervi tutta la nostra vicinanza, abbiamo svolto le pratiche e le abbiamo inviate. Quello sguardo attonito lo avrei riconosciuto per mesi in decine di persone incontrate. Perché tutto ha un senso di incredulità e anche di irrealtà. Misto a terrore, non è possibile immaginare qualcosa di simile che riguardi i propri cari. Tale è l’impotenza dello scoprire la propria esposizione che non si può fare a meno di avere tutta l’anima appesa, tutta avvinta nel cerchio perfetto dell’iride. Diventa un piattino rotondo in cui posare l’offerta anticipata di armistizio con l’universo. Hai paura e al contempo mostri affetto incondizionato a chi soffre davanti a te. Come in presenza di ogni offerta non si può che ringraziare.

Certo sarete rimasti male per l’intervista pubblicata stamane sul quotidiano locale. Scusi quale intervista, non abbiamo letto ancora i giornali. Hanno sentito l’investitore di G. Continua a leggere

giocare con l’assenza #10

È una carestia questo amore per la sopravvivenza. Un nutrimento imperfetto, difficile da quantificare. Senza la carestia non c’è modo di fare spazio, senza cibo invece si muore.

Il liquido della parenterale scendeva lentamente fino al suo stomaco, giallo e denso percorreva un tubo di plastica fino all’altezza dell’ombelico. Quanto di paradossale ci sia nel constatare che un amante della cucina, delle cose buone, sia attaccato a quella cosa per essere alimentato non è possibile da spiegare se non con un grande e profondo rammarico. Ma siamo nella carestia, fratello mio adorato, siamo in una mendicanza. Di salute, di attesa, di speranza che non ci autorizziamo neppure a pronunciare per non restare delusi. È un basso continuo quel liquido. È un sottofondo infinito e manchevole ciò da cui sei dipendente.

Da tempo ormai non mangio come dovrei. Ho sempre intuito che la mia fame fosse prima di assoluto e mai avrei immaginato di poterla sperimentare per privazione. Continua a leggere

giocare con l’assenza #9

Non devi rimanere tutta la vita qui, stai tranquillo. Soprattutto spero ti ricorderai, quando tornerai cosciente, cosa ti è capitato e che non è per causa nostra che sei finito in coma. Casomai ti venisse il dubbio, dico. Sai una dottoressa ci ha raccontato che una signora al suo risveglio ha creduto di essere stata ricoverata in un reparto di psichiatria dai figli che, stanchi di lei, le avevano fatto un Tso. Perché è probabile che non si ricordi bene, che abbia problemi di memoria oltre che di linguaggio. Lo capisce anche lei, vero? Anzi sicuramente, visto il danno cerebrale, ne avrà. Tanti.

Poi si scoprirà che la lesione nel tuo caso è stata globale, che avevano delle speranze – ma non troppe – ti sarersti ripreso. Che rimarrai gravemente disabile, in qualsiasi modo si veda la faccenda. Che l’illusione del tuo essere mancino e dunque che abbia il centro del linguaggio spostato a destra invece che a sinistra è appunto, mano a mano che passano i mesi, una illusione. Che hai comunque le corde vocali rovinate, forse per la prolungata tracheotomia. Poi si scoprirà che il braccio fortemente danneggiato, Signora la cosa più importante e urgente è la testa, rimarrà comunque senza possibilità di riabilitazione totale. Perché oltre a essere nella parte destra, paralizzata per via del danno a sinistra, hai avuto anche un danno periferico. Continua a leggere

giocare con l’assenza #8

Ti arrampicavi spesso ai pensili della cucina. Mentre facevamo colazione, tu un anno e mezzo più piccolo di me, su un tavolino estraibile davanti al terrazzino in cui non uscivo mai per via delle vertigini. Ti arrampicavi e mamma subito ti arrotolava a sé rimettendoti seduto composto. Quella mattina, mentre cercavi di raggiungere una qualche altezza, hai urtato involontariamente la tazza con il latte caldo. In un attimo eri dentro il lavabo del bagno con uno zio che al tempo viveva con noi e che credeva di essere un mezzo erborista. Sfogliava la tua gambina per toglierti la calzamaglia di lana.

Di quella cucina abbiamo diverse foto, in una ci siamo sempre io e te in pigiama con una lumaca trovata nella lattuga. La esibiamo orgogliosi e pallidi, sorridendo a chi scattava. Abbiamo forse 10 e 9 anni, o giù di lì. Ogni volta che rivedo quella foto scorro all’indietro le altre in cui siamo vestiti a maschera, abbiamo la stessa età. Io generalmente ero una damina e tu zorro o un pirata. Sembriamo sempre spaventati da chissà cosa. In allarme per qualcosa che ancora non sappiamo come e quando arriverà. Io il trucco di una nobildonna decaduta e stanca, tu i capelli a spaghetto e lunghi che papà ti chiamava bambino con i ricci e tu eri tutto tronfio. Gli credevi sempre, soprattutto quando ti vantava con gli amici incontrati per caso. Guardate un po’ che bei boccoli questo mio figlio.

Quando, vent’anni dopo, siamo entrati in conflitto più volte sulla morte di nostro padre bastava ti dicessi Dai bambino riccio, finiamola qui. Continua a leggere

giocare con l’assenza #7

(27 novembre, notte)

Si deve valutare un altro livello dell’espressione “vita”. Pronunciarla piano, sussurrane il suono. Lieve deve trasformarsi, per ascoltare l’intermittenza di ogni singulto. Abbassarsi e farsi minuscole per avvertirne i segnali. Primitivi. Gli arti che tremano e gli occhi spauriti che si calmano solo con le carezze. C’è un pianto in fondo e non è quello di un neonato. Carico è invece di molti anni, molti conti che non tornano, molti sospesi. Diventa un sibilo all’orlo di una disperazione. Come se la disperazione si contenesse nel palmo di una madre e quel pianto in qualche modo la ordinasse.

Nella vita minuscola occhieggiano espressioni brevi. Tutto è piccolo e contratto, spasmodico. Ma molto silenzioso. Perché nella vita minuscola non si può parlare. Si può solo immaginare di farlo. Così si comunica, o si crede di farlo. Bisogna prima fare esperienza di quel livello, accettarlo anche se non si vuole, se non lo si desidera, se non lo si è mai tenuto in considerazione. Si deve, di necessità. E tu contro questo dovere che si impone e ti chiama a un adeguamento senza alternative hai un ardore insopprimibile dentro, spaccheresti porte e finestre. Che entri il mondo, non addosso grazie. Nessuno te lo aveva mai detto prima che la necessità riesce a essere così inesorabile da apparire quasi seducente, da forzarti e al contempo farti soggiacere a essa. Spesso ti inchioda al muro, Lascia fare a me, dice. E tu pensi solo Va bene, puoi prendermi. Continua a leggere

giocare con l’assenza #6

(novembre)

Sai, un mio amico – dopo che il figlio ha avuto una lesione cerebrale – si è messo a studiare neurologia. Perché ha ritenuto di dover parlare con i medici da una posizione alla pari, o almeno più informata. Dovresti sentirlo, ti do i suoi contatti.

Non me ne frega niente di mettermi a studiare neurologia. Anzi mi rifiuto proprio. C’è un dato di realtà, un’opacità del reale, una compattezza di questa disgrazia accaduta a mio fratello, con un danno piuttosto esteso all’emisfero sinitro, che vorrei continuasse a non riguardarmi così direttamente. Che vorrei cioè mi venisse mediata con una certa cura. C’è già un dolore quasi intoccabile e ora dovrei pure ossessionarmi su specifiche neurologiche? Non c’è invece la possibilità di avere un approccio da “profana” che ha studiato filosofia e legge poesia? Non so perché si dovrebbe diventare esperti sempre di tutto. Ognuno faccia la propria parte.

Ho visto la tac dopo mesi. C’è un lungo cono d’ombra al contrario che, tra l’urto, l’ischemia, e altre questioni, pare riguardi tutta la zona del cosiddetto “pensiero logico e razionale”. Quante volte ho ripetuto “razionale” in questi anni? Tante, con facilità. Quante volte ci sintonizziamo a un livello in cui la logica viene prima di ogni altra cosa? Automatico, sotteso. La zona colpita è anche quella del linguaggio. Un continente complesso, non lo si considera mai abbastanza fino a quando non si evince che la relazione tra i significati e i significanti non è così scontata. Per esempio. Che non lo è neppure il nome da attribuire alle cose; altrettanto dicasi della verbalizzazione che però senza la comprensione di quanto viene registrato è un indistinto. Ecco, in un luogo dell’indistinto è avvolta tutta questa storia di mio fratello G. Di cui si sa poco e niente. Se non che il cervello è un mistero, che compensa, che la parte ferita è invidiosa di quella sana e altre mitologie. Continua a leggere