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imagesHa preso avvio lo sport preferito di un sacco di gente, quella roba vomitevole di investigare l’infelicità e lo sprofondo altrui e di metterci bocca. Sempre e comunque. Anche perché sulla propria di infelicità, sull’orlo che spinge quasi nel precipizio e dal quale ci si salva spesso un po’ per caso meglio sorvolare. Spesso non ci sono parole adeguate neppure immedesimandosi autenticamente, figuriamoci poi fingendo di poterlo fare. Ma chissenefrega, lo si fa uguale. Si sezionerà ogni cosa anche questa volta, e lo si sta già facendo. Con spocchia perbenista, con morbosità mortuaria e con altrettanta sicumera psichiatrica su chi ha fatto cosa quando come e da quanto lo meditava. Quell’infelicità la si analizzerà inutilmente immaginando di saper vedere negli abissi altrui attraverso l’incompetenza di esperti che andranno a ingrassare le fila di molti talk-show, testate apposite cartacee e on-line. Ne sentiremo parlare per mesi e forse per anni del passato ingombrante di una venticinquenne, delle sue dubbie relazioni, di lei madre da ragazzina, dei due tentativi di suicidio en passant, ancora di quando si è spostata in lungo e in largo per lavoro o per chissà che cosa, si darà voce alla sorella che con grandi occhiali scuri interviene nei vari tg per dire che l’abietta non la frequentava da un anno, ma anche alla madre e alla nonna. Al padre ambiguo che non si sa se sia naturale o adottivo e che nonostante l’abbandono la ama non si sa bene come. E poi agli immancabili vicini di casa che “sembrava proprio una bella famiglia”. Tutto questo su un’ipotesi di colpevolezza, sia chiaro. Ad ogni modo molti si porteranno avanti, e leggeremo presto mirabili teoremi ed editoriali sulla rimozione e sul senso spregevole che sta assumendo questa società dai valori disintegrati, magari chiosando sulla sindrome di Medea (sempre citata a sproposito, tra l’altro, ma anche qui chissenefrega, lo si fa uguale). Tutto questo perché si deve sempre dare da mangiare roba prelibata alla parte più in ombra di ciascuno di noi, quella che invocherebbe pietà per se stessa se avesse mantenuto la voce e che riceverebbe anch’essa – al posto della protagonista di questa vicenda – solo calci in bocca. Ossessione della spiegazione, desiderio punitivo moltiplicato alla n potenza sono irrinunciabili e più rapidi. In questo che mi colpisce come un dramma dell’infelicità micidiale e dello sprofondo mi viene in mente che nessuna e nessuno fino a ora sembrano raccontare di esseri umani. Sento e leggo invece le dichiarazioni in giro da parentadi d’origine e acquisiti e non vedo nessuno spazio per il dolore, per lo smarrimento, nessuno sforzo per la dicibilità di qualcosa di sensato riferibile a un altro essere umano. Solo cose che neanche il più infimo resoconto verso chi odi perdutamente a prescindere suggerirebbero di inanellare. Ma qualcuno potrebbe dire Beh certo, davanti a un possibile delitto di questo genere come si fa a mostrare comprensione? Il problema è che non c’è nessuna pietà neppure per il morto, ovvero un bambino di otto anni che quando viene nominato sembra simile a un qualche oggetto di uno scambio. Uno scambio antico e, anche qui, indicibile. Il punto delle conversazioni e delle dichiarazioni è ovviamente la presunta colpevole ma anche lei la si nomina nella disincarnazione di qualunque affetto, di qualunque infelicità che tocca. Sembra solo dover scontare peccati di questo e l’altro mondo. E sembrano tutte e tutti armat* del più sacro fuoco inquisitorio senza neanche aspettare la consequenzialità dei fatti. Fanno più paura loro che quell* che sguazzano in queste settimane nello scandagliare la “vita oscura” di una “madre cattiva”? No, fanno paura uguale. Come finirà non lo sappiamo ancora, la cosa certa è che un bambino di otto anni è morto. L’altra cosa altrettanto certa è che davanti a questi fatti dove il linguaggio trova uno scacco c’è ancora chi ha bisogno di parlare e decuplicare la propria violenza – per confessare in fondo che nessuno è salvo da ciò che sarebbe in grado di fare? – anche quelli che la buttano sui buoni sentimenti. Sia chiaro anche questo. Se una giovane madre ha davvero ucciso il proprio figlio cosa avrà trovato fino a quel momento intorno a sé? Un terreno arido di morte sociale e soprattutto simbolica, come arida e avara è stata la relazione con la propria madre. E con il proprio padre, con la propria sorella e con quell’uomo che a un certo punto ha deciso di sposare. E con cui magari ha pensato di mettere al mondo dei figli ai quali – che si sappia a costo di qualche mal di pancia – non si può dare nient’altro se non la cura e il futuro, materiale e simbolico, che si hanno a disposizione. Tutto il resto sono chiacchiere per legulei e materia di ispirazione per necrofili culturali di professione.

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