Diane Arbus

Diane Arbus

[quello che segue è l’abstract – suddiviso per punti – di un futuro lavoro su ambivalenza, letteratura e politica che si inserirà nel progetto degli Atti del seminario residenziale SIL 2014.]

–          di Alessandra Pigliaru

Nei tre giorni del Seminario abbiamo parlato dell’ambivalenza e sono state proposte una serie di definizioni e suggestioni in relazione ai tre testi scelti per la discussione: L’arte della gioia, di Goliarda Sapienza; Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante; Venivamo tutte per mare, di Julie Otsuka. Quello che farò è dare conto di tre punti che sono ritornati durante i nostri scambi e che mi interessano in particolar modo. Li sottolineo e li rimetto in circolo per capire se possono essere ulteriormente affrontati: il primo punto riguarda la stessa ambivalenza e la sua distinzione dall’ambiguità. Il secondo punto riguarda la relazione/con-fusione con la madre e le relazioni con le altre donne. Il terzo punto corrisponde invece al dato della materialità.

Primo punto: l’ambivalenza è un concetto profondamente relazionale. Si smarca dall’aut-aut, dunque dal movimento oscillatorio e indecidibile tipico della coscienza infelice, e si mostra nell’et-et. L’ambivalenza è fluida, riguarda il divenire, una soggettività in divenire e non unitaria che si dà come molteplice (il riferimento teorico rilanciato durante il seminario concerne il pensiero di Rosi Braidotti). Già nel partire da sé e andare in un altro luogo, l’ambivalenza significa spesso un «non farsi trovare» (il riferimento è qui ad un’espressione di Luisa Muraro in un suo testo ).

L’ambivalenza non pacifica, non rassicura. È l’accoglienza delle varie parti, anche quelle in ombra. Perché niente è mai completamente in chiaro e, ciò nonostante, quel che non emerge non è detto che ci sia contrario e che sia lì per ghermirci. Autorizzarsi alle contraddizioni è un combattimento per la precisazione del proprio desiderio.

L’ambiguità è invece di chi vuole restare nell’oscurità. Del tutto legittimo, sia ben inteso. Tuttavia il voler “sembrare” l’uno e l’altro (come suggerito da Paola Bono) restituisce il senso della distanza dall’ambivalenza. Quest’ultima, nel suo divenire, ha infatti dei momenti di invenzione e chiarezza. Pensiamo al riferimento di Anna Maria Crispino a Mrs Dalloway di Virginia Woolf. Ma pensiamo anche a «smarginatura e scontornamento», presenti entrambi nell’intero ciclo dell’amica geniale di Ferrante e che sono tornati più volte qui (in particolare nel cenno fatto da Ambra Pirri durante la sua relazione e nelle parole di Sylvia De Fanti durante il dibattito).

Fossi una riduzionista, direi che la smarginatura descritta da Ferrante è lo svolgersi esatto di un attacco di panico. Tutti i sintomi sono perfettamente disposti insieme alle modalità del suo manifestarsi. Ma riduzionista non sono e interrogandomi invece, insieme a voi tutte in questi giorni, smarginatura e scontornamento del mondo mi appaiono anch’essi momenti dell’ambivalenza, punti di chiarezza e rottura. La parola rottura, anche nella variante di rompere, è affiancata all’esperienza della smarginatura vissuta da Lila. Sono punti di non ritorno, simili a un senso di assurdo nei confronti della forma rigida e normante, asfittica e a senso unico che alcuni progetti di vita propongono. Somigliano infine a un divorzio, a una rottura radicale che interviene per trasformare definitivamente il sé e il mondo circostante.

In quel punto però Lila tocca l’imperfezione di quel che la circonda e la sua. Non è uno stratagemma, come quelli che – nella sua magnificenza – mette in scena Modesta. È invece il confliggere con se stessa e un ordine simbolico (e del discorso) che si smaschera nella sua inutilità. È un modo, anche questo, per non farsi trovare e al contempo restare in presenza della molteplicità.

Il secondo punto, come ho accennato, è la relazione, con-fusione con la madre. Propria e simbolica, che non coincidono (quasi) mai. C’è un distinguo che forse va fatto tra madre simbolica, la propria madre e l’ordine simbolico della madre. Un distinguo che tiene conto di elementi precisi e sui quali vi propongo di tornare. In breve, l’ordine simbolico della madre ha significato un taglio che ha dato avvio a una genealogia con le madri venute prima e segnala una disparità nelle relazioni tra donne. In Storia del nuovo cognome, Ferrante fa qualificare proprio così la relazione di Lenuccia con Lila. Dice infatti di «quel solito sentimento di disparità» tra loro due. Se c’è, come abbiamo discusso in questi tre giorni, ambivalenza nella relazione tra Lila e Lenuccia, mi sembra possa essere ascrivibile anche a questo punto: la disparità. Torniamo alla madre reale, ma anche – nel nostro caso – alla madre storica delle scrittrici che alcune (Lidia Curti, Laura Fortini) hanno avvertito presente per esempio nella composizione de L’arte della gioia; la madre reale è colei – anche qui – alla quale si deve gratitudine; alla quale si decide di essere grate. Il fatto che madre simbolica e madre reale poi non coincidano mi sembra interessante riguardo alla posizione di alcuni interventi che hanno nominato il triangolo tra Lila, Lenuccia e la madre di quest’ultima (mi riferisco qui a Roberta Mazzanti).

Il percorso è liscio e senza asperità? Niente affatto. Dico solo che bisogna fare attenzione alla nominazione del ventre oscuro e indistinto della generazione, perché si rischia forse di confondersi con un attaccamento e un terrore verso il materno con cui ancora non si sono fatti i conti. Senza questi conti non si è libere. Che poi questi conti non finiscano mai è un altro discorso, o forse lo stesso.

Le relazioni tra donne arrivano di conseguenza, così come la possibilità – grazie al femminismo – di collocarle in un orizzonte di desiderio, esercizio costante di autenticità e presa di coscienza. Del resto, essere autentiche, ce lo ricorda Carla Lonzi nella prima parte di Taci, anzi parla, non significa di necessità dire la verità. Allora l’esercizio dell’autenticità è un lavoro che non finisce mai. Che forse non salva, come nel caso della relazione tra Lila e Lenuccia, ma che è pur sempre uno dei modi per la ricerca della propria felicità. Perché Lila e Lenuccia la propria felicità la cercano, la vogliono e mettono in campo tutte le risorse a loro disposizione per ottenerla. Scoprendosi vulnerabili, a tratti inermi, sempre parziali e imperfette, sì. Ma la perfezione – come sappiamo – è pur sempre terribile: non genera figli. E, aggiungo, non crea mondo.

Il terzo punto è quello che ho chiamato dato della materialità, in un duplice senso. Comincio dal primo: nei libri in discussione, il corpo è al centro. La sessualità anche. Non solo in Sapienza ma anche in Ferrante. È in relazione al piacere e al godimento? Sì, anche quando il pensare e il sentire non corrispondono. Anche tra le braccia degli e delle amanti di Modesta. Anche con Antonio, Donato e Pietro, per Lenuccia. Il corpo si apre al piacere, un piacere che arriva senza nessun preavviso – anche quando si tenta di sottrarsi e non ci si fa trovare. È un corpo mutilo, vulnerabile, irrimediabilmente esposto e in cui le parti parlano singolarmente – nel caso di Lenuccia. Un corpo però che diventa e che muta, dal quale si impara l’apprendistato al piacere. Del piacere di Lila invece non è dato sapere. È stato detto che la sessualità tra donne non viene nominata da Ferrante. Non è del tutto vero. Mi risulta infatti che Lila e Lenuccia rincorrano l’esperienza di desiderarsi, respingersi e poi ritrovarsi come una amicizia amorosa tra donne riesce a fare. Un’amicizia molesta forse (come l’ha definita Ambra Pirri), ma è l’unico modo di superare il vero e unico dato di miseria presente nel ciclo dell’amica geniale: non quello della miseria femminile ma di una condizione materiale di deprivazione da cui non si fugge e nella quale, al contempo, non si vuol restare. Anche questo è il gioco dell’ambivalenza? Forse sì. Certamente è faticoso, ma è anche l’unico modo per costruire spazi di libertà.

(per leggere gli ulteriori abstract, visita la pagina dedicata al Seminario SIL di San Martino)

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