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«Passa a trovarmi. Ti aspetto». Io e Rina ci siamo conosciute così. Incontrarsi non è proporzionale ai gradi di parentele e alle comunanze di cognomi ma riuscire – a un certo punto – a guardarsi negli occhi e riconoscere un desiderio di attenzione. Era un momento particolare della mia vita, rimettevo tutto in discussione e forse cominciava allora, proprio lì, il mio personale percorso di consapevolezza – per esempio sotto il profilo di una ricerca troppo istituzionale che mi sembrava ormai del tutto arida e priva di corrispondenza con il presente. In questi anni ho pensato che Rina, con quei suoi occhi tra l’indaco e il grigio come nessun’altra, l’avesse capito molto prima di me. C’era qualcosa che mi mutava dentro e lei l’aveva saputo distinguere. Sono andata a trovarla e, come mai avevamo fatto prima di allora, abbiamo parlato. A lungo, senza tanti preamboli. Ho scoperto una donna che amava l’arte della conversazione, curiosa di tutto, libera e generosa. Abbiamo condiviso la passione per le letture, a volte comuni e spesso sollecitate da lei che è sempre stata una fine conoscitrice di libri ma soprattutto del mondo e delle relazioni. Riusciva a disinnescare le mie spigolosità, ne sorrideva molto e ogni volta sentivo qualcosa di esclusivo, che mi alleggeriva e mi faceva avere fiducia. Mi scontravo proprio in quegli anni con alcune contraddizioni che mi avrebbero portata dopo poco ad alcuni distacchi simbolici e definitivi. Rina sapeva già tutto e prendeva le cose, anche quelle più spiacevoli che mi capitavano, con una grazia di altri tempi, una leggerezza del posare il pensiero. Sarà forse perché riusciva a smontare gli ingarbugli: diversamente da me aveva grande capacità di mediazione, un’insistenza gentile, un mettere al centro sempre e comunque il pensiero luminoso dell’esperienza. Mi ha concesso il privilegio di frequentare la sua casa, insegnandomi che il luogo in cui si abita può diventare diaframma ineguagliabile tra noi stessi e il mondo. Mi ha incoraggiata a iniziare l’avventura di conoscere il fondo privato dell’uomo che aveva sposato, Antonio – filosofo brillante e appassionato scomparso da molti anni. Uno studio stracolmo di carte che abbiamo guardato insieme. Abbiamo trascorso pomeriggi interi a leggere a voce alta quei passaggi. Sono state le sue lettere, quelle da poter segnare e quelle gelosamente custodite, che testimoniavano un grande amore; anzitutto il loro. Si sono amati per anni Rina e Antonio, di un amore che le faceva luccicare l’indaco quando lo nominava. Un senso di cura negli occhi, anche mentre raccontava gli aneddoti più aspri che ascoltavo e che solo poi ho letto. Come quella volta che gli fece una doccia lanciandogli dell’acqua dal suo bicchiere quando le disse «Rina, io morirò a 46 anni. Devi prepararti». Non immaginava che era tutto vero. Chissà se erano loro che insieme a quell’amore si sapevano restituire il presagio di ciò che sarebbe accaduto. Bisognava fare presto, rinnovarsi altre vicinanze. Non capita spesso, mi dico, sono vicende del cuore folgoranti che sanno di destino. Sono legami che molti non si figurano neanche. Gli anni che restavano li hanno trascorsi con felicità e resistenza, le stesse che Rina collocava in tutto ciò che faceva. Una forza e una tenacia che chi ha avuto la fortuna di accostarla conosceva alla perfezione. Aveva il dono di trasmetterle, di desiderare il bene di chi le stava accanto con un senso di giustizia per le cose del mondo che non te la faceva intendere mai inautentica.
Lei era fatta così, si potrebbe sintetizzare, e chi non l’ha conosciuta in presenza non lo può immaginare. E invece non è del tutto vero. Il nome di Rina Fancellu è stato al centro della scena pubblica per lungo tempo, percorrendola con agio e libertà, e con una regalità semplice che se ne infischiava delle etichette e dei titoli nonostante la sua casa sia stata il crocevia di numerosi e numerose intellettuali che hanno animato dibattiti politici locali e nazionali, accademici e non. Ha scritto libri sull’adesione e l’emarginazione scolastica, diritto allo studio, sistemi formativi, realtà socio-politica dei consultori. Ha fondato e diretto insieme ad altre e altri una casa editrice attraverso cui ha spinto titoli culturali coraggiosi e vivaci. Aveva un’idea di università che ormai non esiste più. Ha animato riviste, incontri, imprese collettive. E a fare la differenza era sempre e ancora lei. Anche con la sua attenzione per ciò che di scritto aveva lasciato Antonio, di cui ha curato opere bellissime, ma soprattutto con l’energia di essere protagonista – senza coni d’ombra. Gli scritti di Antonio avrebbero conosciuto una sorte diversa senza di lei? Certamente sì, e non per una debolezza della sua ricezione critica, ma perché era ancora Rina che faceva ordine. Ci spendeva una forza amorosa per niente strumentale. Ed è per questo che governava. Questa modalità di governare le cose, di averne il polso, la costruiva ogni giorno con le sue relazioni alle quali teneva specialmente. Mai ci avrebbe rinunciato, perché era la sua stessa idea di comunità che non poteva essere barattata con altro. Una comunità di donne e di uomini che si fondava sul senso preciso del personale che diventa politico. Imbastire grandi teorie non era di suo interesse, lei faceva in modo che ciò che aveva in mente fosse possibile. Nessuno poteva impedirle di amare chi le era prossimo e la generosità che praticava non era piegata al potere.
Ora che il suo viaggio su questa terra un po’ zoppa si è concluso ripenso al senso di quell’attesa e di me che sono andata a trovarla come mai avevo fatto fino a quel momento. E di come mi abbia insegnato che l’intelligenza non è solo del cuore ma anche dello scegliersi per dire Io ti vedo e desidero ascoltarti. Desidero esserti amica. Alla mia amica Rina dunque dico grazie di avermi vista. Di avermi ascoltata e di avermi accolta, che per lei era come un avvolgere tutta intera. Non c’era infatti qualcosa che rimaneva fuori dalla relazione, se ti accoglieva lo faceva con il pacchetto completo, tanto bellezze e aculei li sapeva gestire con la stessa confidenza. Allora mi piacerebbe dirle che quel giorno e i giorni che sono seguiti me li tengo tutti per me. Soprattutto le gioie piccole per le tortore, le gatte, i piccioni e tutti gli esseri viventi che osservava mentre si trastullavano al sole o beccavano le briciole di pane. Quelle gioie piccole del dondolarsi insomma con la luce tiepida, nette come la bellezza dell’occhio quando frontale osserva le creature prossime, per ricordarsi silenziosamente che non si è sole al mondo e che bisogna sorriderne. Esattamente quelle gioie piccole, sì, me le custodisco una per una. E dico, cara Rina, terrò bene a mente che tra le cose più preziose c’è la capacità di aspettare e rispondere agli affetti – di saperli vedere, come tu quel giorno hai visto me.
Grazie. Per tutto.

(alessandra pigliaru)

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