Elif Sanem Karakoç

Elif Sanem Karakoç

Anche quella di molti anni fa era una domenica. Frequentavo le scuole superiori e avevo una pessima bronchite. Come sempre mi capitava ogni inverno. Mi aveva chiamato un compagno di un’altra classe per dirmi che R. si era buttato dalla finestra. Non so dire se è stato per la febbre o per qualcosa che quel giorno per la prima volta mi stava strappando a un senso ineluttabile delle cose ma sono scoppiata in una risata e ho chiesto Ok ma adesso come sta? Delirando e ridendo ero sicura che, nonostante il volo dal quarto piano, R. fosse ancora vivo. Non so perché, forse perché era il ragazzo più intelligente, colto e poetico che avessi mai incontrato fino a quel momento? E quindi avevo escluso dal mio orizzonte di senso che potesse morire a breve? Forse perché nutrivo per lui un sentimento forte di vicinanza, perché mi aveva insegnato l’amore per la filosofia e per la poesia o forse più semplicemente perché immaginavo avremmo fatta molta strada ancora insieme e l’idea di essere rimasta sola mi agghiacciava. Soprattutto a quell’età. Sta di fatto che quel punto, quello strappo del pensiero che improvvisamente ti rende inerme e ti fa vacillare me lo sono portato dietro per molti anni successivi e in diverse forme. Ho sognato R. per due inverni interi. L’ultima volta camminavamo in una stradina vicino casa. Siamo finiti lungo i bordi di un fossato e lì una pioggia improvvisa lo ha inondato. Mi ha baciato sulla bocca e mi ha detto grazie. Mi sono svegliata come se qualcuno mi avesse di fatto sfiorato le labbra e tutto è finito lì. Rileggevo avidamente le sue lettere per me, mi confrontavo con chi lo aveva conosciuto. Sembra banale dirlo ma i segni c’erano tutti. Anche nella sua scrittura. E sembra altrettanto banale ma aveva deciso da tempo e niente gli avrebbe fatto cambiare idea. Non si tratta di contingenze, un amore finito male, un rovescio scolastico, un dissapore familiare. Tutte cazzate. Quello che mi ha scritto si è invece poi avverato, era una dedica direi sorprendentemente aderente a ciò che ho intrapreso. R. aveva una forza grande e una passione politica che ho cercato in molti altri senza più trovarla coniugata allo stesso modo. Con quel cuore. Una generazione ferita, pensavo, un’adolescenza violenta e senza tregua che mi faceva sentire il cielo pesante. Del resto quello che più ripetevo era Non è giusto, mica solo per la fine che aveva fatto R. ma per tutto quello che mi circondava e a cui cercavo variamente di rivoltarmi. Compreso lo spreco per un’intelligenza che andava via definitivamente. Ci ho messo parecchio per riconciliarmi con l’idea che qualcuno e qualcuna possano scegliere per sé. In qualsiasi momento. Così come ci ho messo parecchio a individuare che esiste una ferita che ci portiamo dentro da sempre e che non possiamo far tacere se non con una grande capacità di invenzione. Bisogna inventarsi e rigiocarsi sempre, averne la forza. Concentrarsi. E trovare, con un po’ di fortuna, compagne e compagni di viaggio che abbiano lo stesso intendimento. Con tutte le risorse simboliche e materiali a disposizione. Così oggi quando sono venuta a sapere che una ragazza con qualche anno in meno di R. ha deciso di fare lo stesso di sé ho pensato Anche questa è una domenica silenziosa e algida come quella. E ancora non ci saranno risposte sufficienti. A lei non posso pensare, non la conoscevo, non so se avesse sorelle, fratelli. Sicuramente una madre, magari un padre. Ho invece pensato alle amiche e agli amici, alle compagne e ai compagni di classe che avrebbero ricevuto la notizia. Una di quelle che ti taglia in due, che ti fa dire c’è un prima e un dopo e ora bisogna decidere cosa fare di sé. Io l’ho fatto, ho deciso cosa fare di me. Un modo aggressivo quello del togliersi la vita, dicono alcuni, anch’io l’ho creduto per molto tempo. In verità, invece, l’adolescenza – come scrivevo qualche giorno fa a un’amica – è un’età un po’ di merda dove il senso dell’autenticità ti fa toccare la carne viva senza che niente sia a tua disposizione per lenire. Dove rivivi ciò che sei stata e tutte le possibilità che ti si prospettano davanti spesso con l’angoscia profonda di non farcela. Lo penso quando sento la ragazzina di cui non so il nome che abita in un palazzo che dà sul mio stesso cortile. Più di una volta mi sarebbe piaciuto incontrarla per dirle Cara, senti mi sono accorta che nessuno te lo ha mai chiesto e invece a me interessa: perché, dimmi, tutto questo dolore? Perché io ci credo che soffri davvero tanto. Io ti credo. Non smette di urlare da tre anni e dubito che la incontrerò mai. Prima contro la madre, poi contro il padre. Ora contro il fidanzato. Ecco, quelle urla raccontano di un’inadeguatezza intera, e di una vita che non risponde mai in maniera piena alle domande. Si può modificare in qualche modo questa cosa? Si può ipotizzare ci sia qualcosa per cui valga la pena di non sbarazzarsi della vita stessa? Certo, perché ancora non lo si sa ma ci si trasforma. Bisogna spesso avere la forza di aspettare, ma anche quell’apprendistato feroce un giorno o l’altro sarà utile. Capire che l’inadeguatezza deriva da un conflitto che prima o poi si riuscirà a mettere in parole e dal quale si pretenderà una controrisposta; capire che desiderare è spesso una contrattazione all’ultimo sangue per la tua stessa libertà. L’età adulta, non meno di merda dell’adolescenza a dirla tutta – ma per altre ragioni, ti concede tuttavia di capire che chi decide di andare via lo fa senza chiedere il permesso, e senza che noi possiamo fare o dire alcunché per impedirlo. Inutile infarcire discorsi retorici sui valori, sul mondo che sta andando a rotoli e su internet che sta logorando le relazioni. Sono tutte cazzate per rassicurare famiglie e nuclei sociali ormai allo sfascio che questa è la spiegazione per rimediare l’irrimediabile. Per condividere un lutto che non si sa dire. Non tutto è dicibile invece, facciamocene una ragione e continuiamo a desiderare e ad amare. Finché ne siamo capaci. E quando non ce la facciamo più concediamo a qualcun altro di farlo per noi. E se anche quell’altro non ci riesce chiediamogli di sforzarsi. Può essere che funzioni.

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