Katrin_di_Ida_Travi

Nel ritmo della ripetizione [postfazione a Ida Travi, Katrin. Saluti dalla casa di nessuno]

«Se volete vedere il miracolo | tenete la scatola chiusa | Lasciate gli animali nella loro natura | Togliete il recinto al regno di Dio». Quando della nascita c’è nostalgia fuori misura e non ne si sa tenere fra le mani la responsabilità, si manifesta un universo chiuso e asfittico in cui tutto si mescola. La culla, luogo del passaggio e della scoperta della vulnerabilità, diviene così un attaccamento inappropriato che non ordina il circostante e neppure l’intensità del dirsi in relazione. Se ne Il mio nome è Inna il mondo si era ammalato «come un bambino piccolo», la nuova silloge di Ida Travi, Katrin. Saluti dalla casa di nessuno, si apre all’insegna del miracolo della visione, l’altro nome della libertà. Quella di cui tutti i viventi sono provvisti nello scardinamento dei recinti. Quella cercata nella preghiera dell’interezza della poesia. Nell’istante strappato e fortunato del raccoglimento. In silenzio. Non c’è separazione dal mondo bensì distanza benedetta dall’orlo cieco della soggettivazione. A promettere resurrezione terrestre viene avanti Katrin. Nel coraggio di aver attraversato la perdita, non può che arrivare dopo Inna. È troppo giovane per aver acconsentito ad accudimenti non suoi pur ammettendo che si avverte come «Il mondo non è meraviglioso | non viene a salutare, niente culla». Ma lei supera l’incuria. Ricorda. E infatti illumina la traiettoria indicata da Inna, con gratitudine. Katrin detta la mappa del cielo insieme a quel suo digiuno-rifugio del grembiule, trattenuto con la pacificazione di una regina priva di corona. «Credi che sia facile per me | lavorare ogni giorno | allacciarmi ogni volta il grembiule? || Come quando mi scendevano | le lacrime, come quando staccavo la macchina e di colpo | schizzavano le polveri in faccia». Il grembiule è una volta celeste che respinge la condizione del castigo, è lo spazio simbolico che le ricorda chi è: una creatura diafana che chiama a sé l’incedere stesso del tempo poetico. Nel ritmo di una ripetizione, quando vi è la capacità di fare arretrare la miseria per aprirsi alla rotondità del pianto. «Sono Katrin, io, sono l’abitante, la paziente», con il pallore che fende il «cerchietto di vapore sulla testa» da santa pagana e un pettine a mettere ordine nello scompiglio. Non le serve nient’altro in fondo. A parte incrociare uno specchio, ogni tanto, schermo del pensiero e della moltiplicazione – certamente meno avaro dell’occhio di chi ancora non è diventato vedente. Ci sono farfalle e stelle in mezzo al pettine. Un modo di districare il visibile, e di raccontare una nuova competenza dello scettro. Questa donna «bianca come una sigaretta», vive nei pressi di un deposito e il suo compito non è quello di desiderare famiglia. Fa parte anche lei dei Tolki, comunità popolosa di anime semplici che visita la poetica di Ida Travi dai tempi di Tà. Poesia dello spiraglio e della neve. Anche qui sono identificati come i parlanti ma Usov, il giovane uomo, Suri, il dottore e Van, il bambino, non sembrano preoccuparsi troppo dei propri simili. Per raccontare il gioco dell’andirivieni poetico che tende al miracolo, Ida Travi introduce così un ulteriore e straordinario scorcio della sua poesia per personaggi e traccia al presente un luogo tanto immaginifico quanto materiale dell’esistente. Le sue creature stabiliscono infatti un’occasione unica nel panorama poetico contemporaneo; diventano esse stesse il passaggio verso la profondità di una storia che è anzitutto la loro. E quando la mettono in scena sanno il come; ecco perché possono suggerire un altro governo delle cose e di se stessi, toccano le parti interstiziali di ciascuna e ciascuno di noi. Se Van, «quel bambino (..) troppo affezionato | alla sua scatola», è un rimosso indistinguibile, Usov, «sempre distratto», non ha ancora capito che è arrivato il suo turno. Katrin lo chiama, lo ammonisce ma non desidera insistere. A farle da controcanto, sullo sfondo, sembra di sentire anche Inna che indica un punto lontano dinanzi a sé. Eppure non sembra esserci rimedio, appunto è il tempo a non essergli sincrono; Usov è un evitante, non riesce neanche a sentirne il rintocco di quella posta in gioco. La scatola è invece il pericolo della regressione, il momento della pena senza scampo, rovinoso disordine di cui però si può controllare il limite. «Non uscirai da te stesso salendo la scala | quelli non sono gradini, sono sogni». È trascorso del tempo da quel monito propizio che Ida Travi inseriva nel suo Neo/Alcesti. Canto delle quattro mura. «O ti adatti o sogni», se si faceva presto a dire, in Katrin il sogno è un raddoppiamento consapevole. Percorrere l’impensato è la scommessa che si incunea non nella gerarchia ma nell’orizzontalità ulteriore delle proprie stanze. In questa vetta del languore sta l’unione incandescente di significante e suono. Ecco perché la ripetizione è attesa benevola. Avere attenzione per il buio che rende visibile il sogno nel piano di realtà è l’immagine di un cambiamento, di un costruire non sulle macerie ma accanto. In un terreno che si fa largo traversando la parola. Tutto ciò ha a che vedere con l’atto creativo-poetico, ne determina la sorgività laddove non si credeva possibile. L’oralità, che ora può fare casa tenendo a sé la promessa immedicabile che nasce nel dire, assume qui il carattere di una proliferazione inaudita; di un movimento circolante della bocca-rosa capace di disinnescare il castigo. Nell’intermittenza di un paesaggio ammalante infatti, nessun esperto guaritore riuscirà a contrastarne il segno mortifero. Soprattutto Suri, con la boria tipica di chi ama esclusivamente la propria voce e vuole farsi replicante senza l’autorità della lingua. Non ha una vecchiaia anagrafica ma di ordine simbolico: è tutto franto, andato a male e finito nell’inutilità. Nell’inservibilità. È come un padre che manca e non farà ritorno. Un padre smemorato che ha bisogno di patologizzare il circostante per fare finta di comprenderlo. E lei, «Katrin, sempre lì con quel pettine in mano | come la paralitica nella Terra di Nessuno». Il miracolo della libertà non ha una disposizione teleologica e non attiene alla scena di una guarigione esterna. È già qui, ora. L’immobilità è così forza più grande conficcata dentro a un deserto leggibile. Nessuno è colui che si è aspettato abbastanza e inutilmente. Non ha fatto casa, Nessuno, ha invece creato abitudine all’indifferenza. Bisognerà tornare alla fiducia del nome, alla corporeità della distinzione. «Vuoi più bene al tuo martello che a noi | come se fosse il tuo lavoro, come se fosse || ma non è». Il contrappunto del pettine non a caso è il martello, due oggetti della quotidianità che nella poetica di Ida Travi vanno a completare un inventario segnato da attenta devozione verso il corpo-mente della parola puntellando tutto il lavoro della poeta. Se il pettine è in mano a Katrin, il secondo è tenuto stretto da Usov, il giovane uomo che non intende sostenere responsabilità. Non c’è rimedio sufficiente affinché senta il peso di un’affettività che riguarda anche lui, o di una relazione riconoscente. Bisognerà lasciarlo alla propria sorte. Usov, così come la stessa Katrin ma anche Attè li avevamo già incontrati in Tà. Erano ex studenti, ex lavoratori che, insieme alle protagoniste e ai protagonisti di Il mio nome è Inna restituivano un nuovo modo di pensare la poesia in presenza. I Tolki di Ida Travi, oltre ad essere parlanti, abitano infatti un mondo che può essere nominato senza il pericolo dell’afflizione narcisistica contemporanea. Hanno dolori e acuminate luminosità privi e prive come sono di una qualche soprastruttura. Si fanno ancora avanti dunque, seppure il tempo trascorso tra una silloge e l’altra abbia mutato anche loro. Ci sono faccende che si sono complicate e altre che invece li hanno riguardati più direttamente – in questo tempo di mezzo che è già una scena della trasformazione. «Mi specchio nel latte, io | sono una stella || Se state a sentire | vi racconto per bene || Se volete vi insegno, come si fa.» Se prima Katrin faceva parte della popolazione esiliata da un futuro impossibile, ora la narrazione assume una rinnovata rifrazione. Una riflessione su di sé, messa a disposizione, che non scambia però con niente che non giudichi alla sua altezza. Il latte che prima era esclusivamente nutrimento, ora è limpida specularità di una lingua materna già acquisita. Luminosa come una stella, Katrin non prega nessuno se non il proprio apprendistato – un alfabeto necessario. Mentre per Inna il cosmo si configurava come una reciprocità amorosa, in Katrin si ravvisa una scomposizione della gestualità che diventa rito, ripetizione, dove non c’è nessun’altra consapevolezza se non quella dell’esattezza della parola. Irta come un albero e bianca come la neve, in luogo del canto, la parola poetica è qui messa al mondo senza alcun annuncio. «Qui c’è il libero regno del tuo spirito | tutto dipende da te, per un filo | per un gancio | ‐ un occhio! – | uno spiraglio | un segno». Senza attesa di approvazione, di uno sguardo terzo che muova dal creato per ritornare a germogliarle dentro. La parola poetica, così come la cesura del verso, è definitivamente nuda. Come la verità che, incarnata nell’imperfezione, tiene in mano il sibilo della storia di Katrin. «Se nasco un’altra volta | non torno più al deposito con voi | c’è troppa ruggine». Nel deposito, come nella cabina futuristica o nel casolare, si assiste a una nuova presa di coscienza. Con Katrin siamo nei pressi dell’accomiatarsi dalla casa che non le è propria, per questo un’apertura fulgida alla parola che scava e si fa porta-soglia di una prossimità priva di sangue. Una comunione più grande dove le parole, proprio perché non si logorano di copioni precedenti, sono figlie impreviste e levigate come fossero preziose gemme di un’unica genealogia. Il metodo è quello della sottrazione, dell’andare al nocciolo. «C’è una perdita da qualche parte», nella direzione spietata di un’intimità finalmente vulnerabile. È in quell’istante che ci si può perdonare, al limitare del giorno più lungo – con uno strano e custodito senso di pietà verso chi siamo.

(alessandra pigliaru)

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