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download_image_160_17Nella storia sociale e politica dell’Argentina degli ultimi quarant’anni, il regime dittatoriale inaugurato nel 1976 da Videla è certamente la pagina più buia e orribile – tra l’altro, per anni distorta da una opinione pubblica interna quasi tutta piegata all’autocensura e alla salvaguardia della repressione. Esiste un’altra storia però che ha saputo opporsi al martorio della giunta militare scassinandone le intenzioni: si parla delle Madres de Plaza de Mayo e della nascita di una nuova e dirompente forma simbolica dell’agire politico. Quando nel 1977 cioè il gruppo originario formato da quattordici donne decide di riunirsi nella piazza antistante alla Casa Rosada, sede del parlamento argentino, cercando verità e giustizia per i desaparecidos, ovvero la sparizione dei propri figli e delle proprie figlie che ad oggi sono circa trentamila. Di questo tenace gruppo di donne, cresciuto potentemente nel corso degli ultimi trentasei anni, ci parla con competenza storica, filosofica e politica il bel libro di Ludmila Bazzoni dal titolo evocativo La vida venciendo a la muerte. Madres de Plaza de Mayo. Filosofia e politica (pp. 138, euro 16), edito da una giovane e interessante casa editrice veronese declinata al femminile: L’Iguana, diretta da Chiara Turozzi.

Imagen-CAT-30anos_2 L’imprevedibile in atto

L’autrice, filosofa e femminista che insieme ad altre donne ha fondato il Collettivo Benazir, nata in Argentina, utilizza la lingua materna sia per il titolo che per tutti i capitoli che compongono il libro. Proprio dalla rivisitazione del materno e dalla sua trasposizione pubblica prende le mosse l’architettura dell’intero volumetto. Intanto, come avverte Olivia Guaraldo nella preziosa introduzione al testo, si tratta di una declinazione filosofica del materno che diventa esperienza dell’agire politico facendo dei corpi di quelle stesse madri un crocevia di amore per la generazione, vulnerabilità e desiderio. Questi tre elementi che percorrono l’intera ricerca sono cifra costitutiva di uno sguardo che da obbligo domestico della cura diviene ordine e circolo per occuparsi di sé e aprirsi al mondo. Le porte di quelle case vengono definitivamente aperte scegliendo la piazza non come un’antica agorà ma come perimetro dell’imprevedibile in atto. Le Madres di Plaza de Mayo concorrono a mettere in scena una pratica politica che Bazzoni fa dialogare con alcuni luoghi del femminismo dando alla presenza delle donne argentine sulla scena pubblica un respiro simbolico inedito. Dalla Butler di Precarious life, attraverso le posizioni di Adriana Cavarero nel suo saggio sull’Orrorismo, passando per le riflessioni di Hannah Arendt, l’autrice si sofferma sulla relazione tra comunità e perdita suggerita da Olivia Guaraldo e il suo discorso sulla vulnerabilità. Se è vero ciò che scrive Hannah Arendt sull’amor mundi e cioè che «in politica la posta in gioco è il mondo, non la sopravvivenza», lo scompiglio prodotto dalle Madres non solo è indice di un amore grande per il mondo ma si fa segno – ampio e condiviso – capace di smarcarsi dai gangli della cultura della morte tanto cara al patriarcato. È appunto la vita che viene scelta per sconfiggere la morte. Del resto, «combattere per la vita è rivoluzionario, perché il sistema ti chiede il contrario: vuole che ti adatti al finale, vuole che ti adatti alla morte, vuole che tutto termini nei musei, nei monumenti». Quella stessa vita che le Madres pretendono gli venga restituita quando ogni giovedì, dal 1977 ad oggi, si incontrano in una piazza. Niente pianti o lamentazioni sacrificanti, in Plaza de Mayo è stato invece inventato un cammino divenuto un vero e proprio circolo di relazioni e condivisione del quotidiano. Nell’assenza assordante dei desaparecidos paradossalmente sono altrettanti corpi a entrare in scena per fare opera di resistenza. Come ricorda Hebe de Bonafini, che attualmente presiede l’ Asociación Madres de Plaza de Mayo (fondata nel 1980): «Ci aizzarono contro i cani, e noi, per difenderci, imparammo a usare un giornale arrotolato. Cercavano di disperderci con i gas lacrimogeni, e noi imparammo a portare una bottiglietta d’acqua e del bicarbonato. Ci sono tante cose che bisogna imparare, quan­do si lotta». Se l’essere madri attiene – come ricorda l’autrice setacciando numerose fonti filosofiche – alla condizione umana, è fondamentale trasformare il taglio della nascita; infatti «ela­borare un’ontologia del vulnus che origina la vita e ricostruire una genealogia femminile della comuni­tà richiede uno sforzo immaginativo notevole».

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La ripetizione che fa la differenza

Eppure la straordinarietà delle Madres diviene simbolica capacità di stare sull’orlo di quella nascita che sa ripetersi – scegliendo ogni volta la vita. Non siamo in presenza della neutra appropriazione riproduttiva che piace tanto alla filosofia occidentale e che, guarda caso, partorisce molte idee e concetti mondati dall’elemento corporeo di quella generazione. Nello scenario argentino contemporaneo, possiamo affidarci alle parole delle stesse protagoniste: «In realtà quello che è successo è che siamo state partorite dai nostri figli, perché è stato per la loro scomparsa che sono nate le Madri di Plaza de Mayo. Per farci mettere al mondo, per farci partorire da loro, abbiamo dovuto capire chi fossero, e così la loro lotta ha cominciato a essere la nostra». Questo immaginifico mettersi al mondo vicendevolmente assume la portata rivoluzionaria di «una ripetizione che fa la differenza» e che ha sottratto i corpi delle madri al dominio e al controllo repressivo aprendosi invece all’insistenza della relazione con l’irrappresentabile. I desaparecidos, quelli e quelle che il regime dittatoriale ha utilizzato come sommo dispositivo di occultamento e interdizione, diventano nelle mani e negli occhi delle Madres de Plaza de Mayo altrettanti modi attraverso cui ciò che è stato forzosamente sottratto al visibile acquista un’altra luce: quella dell’imprevedibile, e per questo miracolosa, forma dell’amore per il mondo. La vita che incalza la lotta e che sconfigge, ogni volta, la morte.

(alessandra pigliaru)

il manifesto 2 agosto 2013, p. 11

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