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Ariadna Efron e Marina Cvetaeva

La mia mamma è molto strana. La mia mamma non assomiglia per niente a una mamma. Le mamme sono sempre contente della loro prole e specialmente dei bambini, però a Marina non piacciono i bambini piccoli. I suoi capelli sono rosso chiari, con dei riccioli dalle parti. Ha gli occhi verdi, il naso con una gobba e le labbra rosee. È alta, mi piacciono le sue mani. La sua festa preferita è l’Annunciazione. È triste, svelta, ama le poesie e la musica. Anche lei scrive poesie. È paziente, sopporta fino all’estremo. Si arrabbia e ama. Deve sempre correre da qualche parte. Ha un’anima grande. Una voce tenera. Cammina molto rapida. Marina ha sempre le mani con tanti anelli. Di notte Marina legge. Guarda sempre come se prendesse in giro. Non vuole che le si facciano domande stupide, altrimenti si arrabbia molto. Certe volte cammina come sperduta, ma improvvisamente si riprende come svegliandosi, comincia a parlare e di nuovo se ne va da qualche parte.

[Dal Diario di Ariadna Efron (all’età di sei anni), per la madre Marina Cvetaeva]

*

Mettendo da parte tutte le faccende e le urgenze, di primo mattino, a mente fresca e pancia vuota (già di per sé piatta).
Si versava una tazzina di caffè bollente e la posava sullo scrittoio, al quale andava ogni giorno della sua vita, come un operaio alla macchina: con lo stesso senso di responsabilità, ineluttabilità, impossibilità di fare altrimenti.
Spingeva da parte tutto ciò che in quel momento non le serviva sul tavolo, facendo spazio, con un gesto ormai meccanico,ai quaderni e ai gomiti. Appoggiava la fronte su una mano cacciando le dita tra in capelli, e si concentrava all’istante.
Diventava cieca e sorda a tutto ciò che non fosse il manoscritto, in cui letteralmente si conficcava: con la punta della penna e l’acume del pensiero.
Non scriveva su fogli sciolti ma solo su quaderni, di qualunque tipo, dai quaderni di scuola ai libri di computisteria: bastava che le tenessero bene l’inchiostro. Ai tempi della rivoluzione se li confezionava da sola.
Scriveva con una normale asticciola di legno col pennino sottile (di quelli per scuola). Non usò mai penne stilografiche. Ogni tanto si accendeva una sigaretta con l’accendino e bevevo un sorso di caffè. Parlottava, per sentire come suonavano le parole. Non si alzava di scatto, non camminava su e giù per la stanza alla ricerca di un qualcosa che le sfuggiva; rimaneva seduta al tavolo, come inchiodata.
Quando aveva l’ispirazione scriveva le parti fondamentali e sviluppava la trama, spesso a una velocità sbalorditiva; se invece era solo concentrata portava avanti il suo lavoro di routine della poesia: cercava la parola giusta, il concetto, la definizione, la rima, tagliando le lungaggini e le approssimazioni.
Alla ricerca della precisione e dell’unità di pensiero e suono, riempiva pagine e pagine con colonne di rime e decine di varianti di strofe, di solito senza cancellare quelle scartate, ma tracciandovi sotto una riga per poi ricominciare daccapo.
Prima di iniziare un’opera importante ne concretizzava al massimo il concetto principale e faceva una scaletta, dalla quale non si permetteva di allontanarsi per non cadere in balia del testo, che sarebbe altrimenti divenuto ingovernabile.
Scriveva con una calligrafia molto particolare, arrotondata, minuta e nitida, che nei brogliacci dell’ultimo terzo della sua vita divenne difficilmente decifrabile a causa delle sempre più frequenti abbreviazioni: il manoscritto diventava sempre più un manoscritto per lei sola.
La peculiarità della sua calligrafia furono presto evidenti, fin dall’infanzia.
In generale riteneva che una brutta scrittura fosse indice di mancanza di riguardo per chi doveva leggere, di qualunque destinatario, redattore o compositore tipografico si trattasse. Per questo scriveva le lettere in modo particolarmente chiaro, e i manoscritti da mandare in tipografia li ricopiava a mano in stampatello.
Alle lettere rispondeva senza indugio.
Se ne riceveva una con la posta del mattino, spesso buttava giù subito in brutta copia la risposta, nel quaderno, come inserendola nel flusso creativo della giornata. Riservava alle lettere lo stesso atteggiamento creativo e quasi la stessa cura che usava componendo.
A volte riprendeva i quaderni in mano nell’arco della giornata. Di notte vi lavorò solo da giovane.
Al lavoro era capace di posporre qualunque altra cosa. Insisto: qualunque.
La capacità di lavorare e di organizzarsi interiormente furono in lei pari al talento poetico.
Chiuso il quaderno, apriva la porta della sua stanza alle preoccupazioni e difficoltà del giorno.

[da Ariadna Efron, Marina Cvetaeva, mia madre. La Tartaruga 2003]

*

Marina Cvetaeva – qualche poesia

Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse – bevono vino,
forse – siedono così.
O semplicemente – le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c’è una finestra così.

Non candele o lampade hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!

Grido di distacchi e d’incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele…
Non c’è, non c’è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.

Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.

[dicembre 1916]

*

Il poeta – da lontano conduce il discorso.
Il poeta – lontano conduce il discorso.

Per pianeti, per segni…per botri
di indirette parabole… Fra il sì e il no
lui – persino volando giù dal campanile –
rimedia un appiglio…Poiché il cammino delle comete

è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della causalità. Ecco il suo legame ! Con la fronte in alto
disperatevi ! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.

Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso sul conto;
lui è quello che domanda dal banco
chi demolisce Kant,

chi c’è nella bara di pietra della Bastiglia –
com’è l’albero nella sua bellezza…
Quello le cui tracce si dileguano sempre
quel treno a cui tutti
arrivano tardi…

Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti : bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando – esplosione e scasso –
il tuo sentiero, crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario.

[aprile 1923]

Marina Cvetaeva

Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti
non registrati nell’ambito visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa.)

Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!

Ci sono al mondo gli apparenti – invisibili,
(il segno: macula da lebbrosario!)
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbero se non fosse che:

noi siamo i poeti – e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!

[aprile 1923]

*

Ditemi: come va con l’altra?
Meglio? meno grane? – Mano ai remi! –
Vana linea costiera s’assottiglia,
scompare la memoria estrema

di me, isola fluttuante
(per cielo, non per mare…)
Anime, anime: sorelle! Anime:
amiche – mai più amanti!

Come vi va con la creatura
semplice? Senza divinità? E poi?
Voi, sceso dal trono, voi
che avete deposto la regina,

come vivete? Non c’è male? Non più
beghe? E bevete – quanto, adesso? E la cucina?
Il dazio della mediocrità immortale
come lo pagate, poveretto?

“Basta con le scenate, con gli eccessi –
cambio casa, vado via!”
Con la qualunque – come state
di che vivete, voi – mio eletto?

Mangiate – e dopo pranzo un sonnellino?
– Non lamentarti quando sarai sazio!…-
Con il simulacro come state
voi che avete dissacrato

il Sinai? Come vivete con la donna
terrestre? Per la costola vi piace?
Non vi frusta la fronte la vergogna?
La briglia di Giove vi dà pace?

E la salute? E i nervi? Senza
problemi? A letto tutto bene?
L’immortale piaga della coscienza
come la curate, poveretto?

Come vivete con la merce da mercato?
Troppo cara la vita? Vi assilla
l’alto prezzo? Dopo i marmi di Carrara
che ve ne fate del tritume

di gesso? (E’ in pezzi
il dio scolpito nell’argilla…)
Come ci state con la milleunesima
voi – che avete conosciuto Lilith?

Già v’annoia l’ultima trovata
della moda? Sottratto all’incantesimo,
dite, come ve la passate
con l’umana senza il sesto

senso?

In coscienza – sei felice?
No? In quel disastro senza dei
come stai, amore? E’ dura? Sì?
Come per me con l’altro?

[febbraio 1924]

*

Ci sono lacune nella memoria – albugini
negli occhi: sette veli.
Te io non ricordo – isolatamente.
Invece dei tratti – una bianca frana.

Senza connotati. Come una macchia bianca –
tutto te. (L’anima è tutta una piaga,
solo piaga.) I dettagli col gesso
marcare – è affare di sarti.

La volta celeste fu fondata intera.
L’oceano – è un’accozzaglia di spruzzi?
Senza connotati. Di certo, speciale –
tutto. L’amore è legame, e non inchiesta.

Mantello nero o biondo –
me lo dica il vicino: lui discerne.
La passione forse – divide in parti?
Sono un fabbricante di bare io o un dottore?

Tu sei come un cerchio, pieno e intero:
turbine intero, piena catalessi.
Te io non ricordo – isolatamente
dall’amore. Segno d’eguaglianza.

(Nei mucchi di piuma del sonno:
cascata, colline di schiuma –
novità strana per l’udito,
al posto di io – il troneggiante noi…)

Ma, in compenso, nella povera e angusta
vita («la vita così com’è»)
io non ti vedo in compagnia di nessuna:

– vendetta della memoria!

[febbraio  1924]

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