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Bill Viola

Il buio dentro è Caino che azzanna. Lui, la prima profezia che bussa alla soglia di ciò che non andrebbe detto. Il rimosso è ancora Caino, un nome che restituisce l’inaudito: la soppressione di ciò che si ama. Di quel profondo baratro Gualtieri annuncia il limite. Un odio profondo, sì, e crudele quanto la ferita che non trova margini. Eppure ogni cosa conosce la fine, lo strappo scosceso e tenace di non vedere oltre se stessi. Per l’esistenza dell’altro, che non ci salva, la parola poetica non ha medicamenti ma è l’unica a dipanare fondali. Tutti disseminati di rumori, caduti come sassi in fondo al sonno car(s)ico del domani. Quello da cui ci si sveglia terrorizzati, un mattino qualunque, per aver toccato l’ingratitudine di cui si è capaci insieme alla poca riconoscenza verso il due. Sono tutte le nostre spine, marce e miserabili, preziose e da custodire. Spine che ci confessano senza assoluzione. La parola balbettante si fa segno e sigillo dell’accaduto, del già dato al principio. Che non grida vendetta, sa digerire la collera da sé. Racconta del vertice su cui ci si avvita, perennemente divisi e reietti – e ci dice dell’ospitalità di quella bocca nera di stelle verso il massacro di chi ci somiglia. Trafitti come siamo dal segno di Caino, ogni giorno e ogni istante, ché Abele è fin troppo visibile. Per guardare Caino invece dobbiamo metterci in ascolto. E lo dobbiamo fare presto. [Alessandra Pigliaru]

*

CAINO

La voce dice che debbo andare.
Si, andare, fare – fare, partire,
spericolare. Perchè non parla
chiaro questa voce? Mi mette dentro un fuoco
mi spinge alla lotta, mi sporge tutto fuori.
Fuori! fuori! andare fare battermi
godere penetrare conoscere.

Buttarsi nelle trame del mondo
come una secchiata buttarsi
nelle trame del mondo
sulle strade srotolate della terra – o.
O restare nel pacifico delle sere
restare a casa – fermi restare.

Andare con passi con mezzi
andare via, mettere in viaggio
il cuore, in perenne galoppo.
O sostare e sostare, fissi nella radice
nell’assetto solido di chi resta
sostare quietamente.
Sostare o andare e andare. Andare o restare –

Accogliere la distesa e quello che viene.
Accogliere e in sè risuonare.
O darsi in opere e faccende,
scatenare le braccia in zappate potenti
e le dita accanirle
in opere e faccende e raccolta
e abbattere e piantare e crescere.
Oppure guardare, stare fermi, restare.

Aspettare che un’acqua discenda
e ci bagni
fino all’arsura
e al grido
della sete e delle sorsate.
O invece scorticarsi le mani
e bucare la terra
e scalzarla violentemente
manomettere tutti i granelli
e bere quanto ci piace.

Spezzare l’avversario oppure. Oppure
farne un alleato.
Rompere la formula del suo respiro
o arrischiare l’atto
della sottomissione
fino all’inchino allo strazio
della libertà.

Spezzare l’avversario, spezzarlo
o invece patteggiare con lui per l’incanto
della pace. Spezzarlo o considerare.
Armarsi attaccare farne brandelli
rovinarlo annientare.
O sollevare con lui un’intesa.
Godere di un respiro potente
e cavalcare le forze e vibrarle in colpi
oppure guardare la sua umana faccia,
aprire alla somiglianza, all’unico
che trapela da quel suo esserci,
all’essere egli vivo e davanti e
unico esemplare.

(…)

CAINO

Dolore nostro – umano.
Voi non sapete come
certe notti ce ne stiamo
schiacciati sotto un peso
che non si vede
e uno scuro, un buio enorme
preme, e allora siamo, il rifiuto
l’animale zoppo che ha davanti la fine.

Sì, noi finiamo. E in certe notti
il finire viene vicino al letto
in certe ore il finire si sente, sale
come un odore soffocante.
Mi hanno dato un corpo che non dura. L’ho imparato
vedendo il sangue di Abele.
Una pietra è più forte
basta un colpo. Basta
un inciampo, un morbo.
E finiamo. L’ho capito bene.
Finiamo. Noi finiamo.

[da Mariangela Gualtieri – Caino]

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