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Per il sesto appuntamento riguardante i laboratori svoltisi nel pomeriggio del 5 ottobre a Paestum, ho incontrato Antonia De Vita, Valentina Festo e Alessio Miceli. Vorrei ringraziarli per il tempo che mi hanno dedicato e per aver desiderato partecipare all’iniziativa di restituzione che ha preso avvio qui pochi giorni fa. banner2013a

Cara Antonia, mi piacerebbe partire dal principio e cioè dall’idea di proporre un laboratorio relativo alla pedagogia della differenza nell’incontro femminista di Paestum. So che sei stata tra le moderatrici e dunque ti chiedo in special modo da cosa è stato mosso il tuo desiderio, in quale modo ci hai lavorato e quali pratiche politiche ti hanno sostenuta.

Antonia: L’idea di proporre un laboratorio su educazione/scuola/formazione nella cornice di Paestum, nasce da un gruppo di donne e uomini – insegnanti e non solo, che da circa un anno si incontrano in Libreria delle donne di Milano per ragionare su quelle che riteniamo le domande educative e formative emergenti, anche nella prospettiva di organizzare un convegno nazionale. Il gruppo allargato, – inizialmente sollecitato da un invito di Anna Maria Piussi e Maria Cristina Mecenero – sta ragionando, alla luce dei tanti cambiamenti in atto, su cosa significhi per noi oggi educare e formare e su quale scommessa è ancora viva nei vari contesti che abitiamo. Siamo in un momento vivo, prezioso per fare il punto riguardo ai nostri percorsi politici ed educativi, che in passato avevamo chiamato “educare nella differenza”, così come per intrecciare dialoghi con percorsi diversi che in questi anni si sono affermati e che hanno messo al centro più che la questione della differenza sessuale, una riflessione sul genere.  Molti anni sono passati dal movimento di insegnanti che attorno alla “pedagogia della differenza sessuale” prima, e al movimento di autoriforma della scuola poi, aveva attivato e inventato pratiche e riflessioni raccolte in tanti testi e oggetto di tanti convegni (Anna Maria Piussi, cur., Educare nella differenza, Rosenberg&Sellier 1989; Anna Maria Piussi, Letizia Bianchi, Sapere di sapere, Rosenberg&Sellier, 1994; A.Lelario, V.Cosentino, G. Armellini, Buone notizie dalla scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma, Pratiche 1998).

Lo scorso anno le tematiche relative all’educazione e alla formazione a Paestum sono rimaste ai margini e quest’anno volevamo colmare questo vuoto lanciando una proposta di laboratorio che prendesse le mossa dalla nostra riflessione sintetizzata nel documento di presentazione del laboratorio. Il nostro desiderio è rilanciare con altre e altri le scommesse politiche e i guadagni, non solo per le donne ma per tutti, ottenuti con questi percorsi e queste pratiche. Vorremmo partire dal nostro essere donne e uomini che insegnano e fanno ricerca in relazioni con persone più giovani e che hanno a cuore una buona vita.  Vogliamo mettere a fuoco quanto il nostro insegnare vada con radicalità nella direzione del vivere bene, e cioè quanto metta al centro la relazionalità, tra donne in primis e tra uomini e donne, e con il resto del pianeta. Negli ultimi tempi, nelle scuole e attorno all’educazione vi è una vivacità di iniziative ma anche un parallelismo tra prospettive diverse. Sembra prevalente l’approccio del “genere”, con la conseguente focalizzazione sul superamento degli stereotipi, sull’equità, ecc. A Roma nel convegno “Che genere di programmi” (febbraio 2013) molte delle presenti sostenevano che nelle scuole non c’è più niente, niente iniziative autonome, niente lavorio per creare nuovi sguardi verso l’esserci femminile e maschile in questo mondo; anzi: le insegnanti non portano libertà, la ostacolano e c’è bisogno di esperte per assisterle nella programmazione e progettazione. Una postura pericolosa, che non tiene conto di ciò che avviene in molte relazioni comuni e reali, nei vari contesti formativi. Non si vede che si è il cambiamento. C’è un misto di arretramento voluto e di qualcos’altro. Possiamo stare all’intreccio tra realtà diverse? Siamo interessate a confrontarci con altre impostazioni? Le iniziative centrate sulla discriminazione femminile e sugli stereotipi rischiano di trattenerci nel passato e distoglierci dal riconoscere e agire il cambiamento, dal desiderare in grande. Ci sembra più urgente raccontare ciò che di nuovo sta già capitando. Abbiamo bisogno di vedere, comprendere e mettere sempre più in circolo la libertà femminile, il suo manifestarsi nelle più piccole, nelle adolescenti, in noi che insegniamo; di riconoscere le nuove modalità relazionali tra maschi e femmine; di portare alla luce ciò che già si fa nella direzione di scambi creativi, anche conflittuali, che consentono di cambiare in meglio le condizioni del vivere insieme.

Cara Valentina, perché hai scelto di iscriverti proprio al laboratorio di pedagogia della differenza?

Valentina: Se dovessi dire in poche parole cos’è che mi ha portata all’incontro di Paestum 2013 non avrei molti dubbi: la relazione con le donne. Capace di offrirmi sempre una ricarica di energia personale e quindi politica. Trovo, viceversa, meno decisa una risposta da restituire sulla scelta del laboratorio. Probabilmente perché il ricordo mi rimanda al momento in cui non riuscivo a sentire una preferenza netta, essendo molto interessata a più di uno. Se avessi potuto avrei partecipato almeno a quattro dei nove organizzati. Certamente, quello di pedagogia della differenza ha giocato una partita finale con il laboratorio lavoro-economia poiché, stante la mia difficile condizione di trentenne precaria in questo tempo, sentivo come importante e urgente parlare della questione della materialità e di “provare a tradurre il simbolico alla luce della crisi”, com’è stato detto. Ma forte era anche un altro desiderio: quello di riconciliare la politica della differenza con la pedagogia, nella mia esperienza duplice di femminista e laureanda magistrale in Scienze Pedagogiche. Ciò che oggi mi porta a mettere insieme queste due avventure è una visione sul mio agire, un essere e un fare che possa offrire una proposta politica e trovare nel mio mestiere un mutamento di senso. In questa ricerca di ricomposizione mi sono detta che non dovrebbero esistere “ragioni pedagogiche che non danno ragioni della differenza”. Ho incontrato il femminismo all’Università di Foggia e nella letteratura. E in questo incontro felice e di affidamento ho sempre visto il positivo dell’avvenuto principio produttivo di sapere, di forza e libertà. Ma non l’ho appreso così. È stato attraverso la relazione di scambio con un’altra donna, disposta a guidarmi, che ho avuto la possibilità di conoscenza di me e del mondo, dando una sostanza più precisa al guadagno di una presa di coscienza. Questo rapporto a due mi ha poi fatto incontrare le altre, tante madri simboliche, altri luoghi femminili e femministi, il pensiero e la pratica della differenza. Per un lungo tempo mi sono chiesta se fosse sufficiente la presa di coscienza e l’interesse individuale. Talvolta, questo divenire non mi è apparso un movente bastante. Da qui il mio impegno ad andare avanti nella ricerca di una prospettiva rivoluzionaria che trova, di recente per me, nella pedagogia un luogo di concretizzazione fra i più importanti, generando trasformazione del reale, della storia, del soggetto femminile e anche maschile; inversamente alla conservazione delle esistenze operata in quegli stessi luoghi di trasmissione della cultura da cui partii. Luoghi istituzionali spesso dichiarati come neutri ma che si strutturano su un simbolico maschile proposto come universale, complici del patriarcato. Così mi sono iscritta a questo laboratorio per cercare i modi, le possibilità, le forme di trasmissione di una pedagogia della differenza sessuale senza anteporre aspettative, teorie, conoscenze, deduzioni precostituite se non la consapevolezza incarnata che l’educazione non possa significare tradimento di sé, della propria origine, ma un percorso di fedeltà al proprio sesso in un registro di libertà. Portando la cifra dell’irripetibile singolarità.

Cosa ti ha restituito il laboratorio nello scambio in presenza e soprattutto come si è svolto, Valentina? Cioè che modalità avete scelto e quali pratiche avete condiviso?

Valentina: Spero di riuscire a riconsegnare frammenti di ciò che nell’insieme e scompostamente ho vissuto con grande intensità. Talvolta per parte mia non tutto è traducibile, neppure il piacere o il godimento -come direbbe Zamboni- della presenza, trattandosi di una cifra nascosta. Nella complessità delle tante sensazioni e input ricevuti ciò che mi è chiaro è che partecipare a questo laboratorio così numeroso mi ha restituito, come ho già detto, “momenti di visione” su cose che intuivo già ma che comunque non capivo bene e, più forte, la sensazione di essere all’interno di un percorso politico, non di mero apprendimento di teorie e metodologie pedagogiche. Per me è stata la riconferma che la politica delle donne si diffonde per contatto e per contagio, compresenza e scambio. E incoraggiamento anche. Ne ricevo sempre molto dalle donne che incontro in luoghi come questi. Durante la fase iniziale del laboratorio ognuna si è presentata al gruppo -nessuna esclusa- e ha portato nella discussione quel che si aspettava emergesse e/o dato testimonianza del proprio agire nel mondo della scuola, in quello politico, o personale, ancora, dei propri interessi, degli studi legati alle scienze dell’educazione, dichiarando verità soggettive e affermazioni sulla realtà educativa e formativa con cui è in contatto, a partire da sé. Abbiamo cercato di capire quali fossero le nostre pratiche ma non ci siamo fermate a questo, l’intento era di portare dei contenuti, evitando il solito elenco di progetti di genere o sulla differenza, per lavorare maggiormente sul simbolico e quindi sul presente in cui si innesta il sapere che nasce dall’esperienza. Le nostre moderatrici, Antonia de Vita e Anna Maria Piussi, con cui sono entrata in una feconda relazione di scambio, hanno offerto una grande apertura ai discorsi e all’ascolto, senza fornire leggi e dettare argomenti, pur essendo tra le esponenti della pedagogia della differenza e, ai miei occhi, autorevoli figure di riferimento. Fra i temi emersi, di cui si è discusso e ho potuto prendere esame in un’ottica nuova, quello di vivere in un tempo in cui germogliano copiosamente percorsi e progetti legati ai generi, talora ristretti dedicati e pretenziosi, oltre che “eseguiti” troppo spesso da esterni che fanno appello alle competenze. In opposizione a questo fare si è ricordata l’importanza di un primo lavoro su di sé e un costante operare nel quotidiano senza aspirare a divenire o proporsi quali “esperte ed esperti di genere”. Nell’ottica che non si possa pensare di calare dall’alto un cambiamento. Dalle condivisioni è stato inoltre recuperato il rilievo dato alla relazione e all’assunzione della parzialità come principio del nostro agire. E ancora, in un susseguirsi di problematizzazioni affiorate spontaneamente, in cui ci siamo riconosciute, abbiamo condiviso la necessità di stare al contesto e alle relazioni con il gruppo-classe, in uno spazio/tempo che renda visibilità e significazione del femminile; acquisire un nuovo punto di vista che guardi ai soggetti, alla revisione e alla trasmissione dei saperi; lavorare costantemente sulla sessuazione del linguaggio. Qualcuna ha ricordato il bisogno dell’interazione con gli altri soggetti che ci sono intorno alla scuola; il valore del mettere in mezzo il simbolico con l’immaginario e le fiabe. Infine, si è menzionata precisamente l’individuazione dei rischi di un neutro includente che sostituisce e prevale anche sul maschile. L’esito non sarebbe creare l’indifferenziato per rendere egualitari i rapporti, l’educazione, i bambini e le bambine ma saper trattare e mettere a tema la differenza. Dando la possibilità ad ognuno/a che diventi quello che è. La presenza di uomini all’interno del gruppo ha arricchito ulteriormente lo scambio portando testimonianza del proprio rapporto coi saperi e con i discenti, a partire da un posizionamento come insegnanti e uomini, difronte ad una crisi della maschilità odierna riscontrata nei ragazzi. “C’è un lavoro da fare sulla parzialità maschile e un’importante mediazione viva da sostenere con gli alunni”. Perciò l’importanza che ci siano figure di educatori, formatori e insegnanti che facciano questo lavoro entrando in relazione con loro e che avviino una riflessione su questo. Come alcuni di loro stanno facendo. A seguito di tutto questo parlarsi, restituito qui sommariamente, cogliendo pur il rischio di una semplificazione ed elencazione sterile, ne ho tratto un chiarimento personale: non essendo la pedagogia della differenza una tecnica non si può insegnare. Si possono scambiare suggerimenti ma non si può descrivere perché si esprime nella pratica e la pratica è propria. E poiché ogni agire umano è portatore di soggettività è dunque necessario interrogarsi sulla propria individualità. Dunque cosa ho portato via dal laboratorio? Molto. La mia scommessa iniziale era riuscita e mi ha rivelato qualcosa di essenziale ma non di assoluto. Non ho cercato né avvertito il bisogno di raggiungere la sintesi, e questa è stata una bella lezione per me.

Il laboratorio di pedagogia della differenza è stato partecipato anche da alcuni uomini. Antonia, mi vuoi raccontare che lavoro state facendo insieme a loro?

Antonia: Nel movimento di autoriforma gli uomini sono sempre stati presenti e lo scambio con loro molto proficuo sin dall’inizio. Erano presenti uomini che stanno facendo il percorso con noi sopra descritto e con i quali la riflessione sulla differenza di essere donne/uomini ha trovato sviluppi interessanti. Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza maschile rispetto alla propria parzialità e anche rispetto all’espressione libera dell’ essere maschi o di interpretare la mascolinità. Questo è capitato a proposito della riflessione sulla violenza maschile alle donne che, ad esempio l’associazione Maschile plurale, ha con profondità e dedizione portato avanti sin dall’inizio del dibattito, diversi anni fa. Non sono pochi gli uomini impegnati in educazione che stanno conducendo percorsi che incrociano con interesse e riconoscimento quelli femminili e femministi e che in molte occasioni diventano, come nel nostro caso, percorsi comuni. Nella mia esperienza il confronto e la relazione con colleghi o compagni di viaggio è un buon esercizio per creare relazioni di scambio e relazioni non violente tra donne e uomini.

Arriviamo a te, Alessio. Quando hai deciso di partecipare al laboratorio di Paestum 2013 dedicato alla pedagogia della differenza?

Alessio: Sai, c’è un testo collettivo di invito a quel laboratorio che ho firmato anch’io e che ha dietro una bella storia, articolata. E’ una storia di relazione tra donne e uomini in buona parte provenienti da esperienze di “autoriforma della scuola”, una denominazione che dice chiaramente da anni come il cambiamento sia venuto soltanto da chi vive le relazioni educative, senza attendersi niente di buono dalle istituzioni (profezia che si è puntualmente verificata in tutto il ciclo delle cosiddette riforme da Berlinguer a Moratti e Gelmini). Così, vedo una continuità tra questo laboratorio di Paestum, le sue radici e il suo possibile rilancio. Ho vissuto il laboratorio come un momento di raccolta ed espressione di belle energie, diametralmente opposto al senso di stanchezza e di dismissione che spesso avverto nei momenti formali della scuola pubblica statale, fatti di meccanismi che ci espropriano (organi collegiali svuotati di senso, programmazioni per competenze così lontane dalla vita dei ragazzi/e, valutazioni che inseguono il mito dell’oggettività, eccetera). C’era invece, a Paestum, il desiderio forte di rimettersi in gioco. Le radici di questo nuovo inizio le ho sentite nelle tante esperienze di donne e uomini che ancora, nuovamente, si giocano qualcosa della propria vita nella relazione educativa con bambine e bambini e adolescenti. E poi c’è stato un rilancio, una proposta di incontro nazionale nella prossima primavera 2014 e tutto un intreccio di contatti, di indirizzi, di quando qualcosa sta nascendo.

Quale è stato il punto più interessante emerso dall’esperienza laboratoriale, secondo te?

Alessio: Rimettere al centro il libero incontro delle soggettività, con tutte le loro differenze, mi è sembrata la chiave di volta. Perché questo “lavoro” delle differenze incrocia tantissimi piani dell’educazione. C’è bisogno, c’è desiderio di smontare quei meccanismi con cui si comprimono i corpi, i tempi ed i pensieri svuotati di sentimenti, mancanti di contatto con il mondo. C’è l’esigenza di nutrire la relazione educativa di esperienze buone per la vita. Così ci sono interi programmi che restano lettera morta fin quando qualcosa non viene illuminato dalle domande di senso che ciascuno/a si pone. Coltivare, porre e ascoltare queste domande soggettive ci riporta alla radice viva dei saperi che abbiamo costruito. Poi la propria soggettività incontra le altre e si può cooperare anziché essere tenuti a competere, una forma di pensiero e di relazione “salvavita” nella giungla del mercato attuale (e della sua pedagogia). Ed è finalmente tempo, accanto alla nuova libertà delle donne che ha cambiato il mondo, di riconoscere anche la differenza degli uomini come una parzialità: cioè la soggettività maschile come uno sguardo, un corpo, un desiderio, una storia… di due (moltiplicato poi per ciascuna individualità, con i propri orientamenti). Questo passaggio, difficile, diventa un nodo dell’educazione maschile che può essere sciolto più facilmente nello scambio tra generazioni di uomini. E poi si può riconoscere liberamente l’autorità di chi ci orienta nella vita, nella capacità di stare al mondo, in un apprendimento “buono per sé” che tutto questo richiede. E a proposito di autorità che si libera da un potere, peraltro sempre più mancante nelle istituzioni educative (chi decide di questi sistemi sono altri soggetti, altri poteri), mi porto a casa l’idea che la mia soggettività sta anche nella libertà di scardinare in me stesso l’istituzione, di essere il cambiamento (come diceva anche il nostro invito al laboratorio di Paestum) quanto più so leggere il contesto e aprire le sue maglie alla libertà delle relazioni. C’è in me questa libertà, che scambio con altri uomini e donne, che ricerca una trasformazione, un progetto politico diverso da quello tradizionale del riprodurre l’ordine del dominio (ancora prevalentemente maschile) proprio attraverso l’educazione.

Quale è la tua valutazione complessiva dell’esperienza del laboratorio, Antonia? Puoi raccontarmi qualcosa a riguardo?

Antonia: Il laboratorio è nel complesso andato molto bene sia per l’ottimo clima di scambio e di ascolto che si è subito creato, sia per la partecipazione molto attiva di chi era presente. L’aspetto che mi ha maggiormente colpita è stato il desiderio palpabile che donne e uomini hanno manifestato ed espresso di essere parte attiva del cambiamento dei vari contesti educativi e formativi. Di fronte ad un innegabile momento di difficoltà che sta colpendo anche le istituzioni e le agenzie formative dovute ai tagli e alle riorganizzazioni in chiave aziendalistica, c’è molta voglia di non crogiolarsi nell’impotenza ma di prendere consapevolezza delle possibilità creative e inventive che tutte e tutti abbiamo, nella misura in cui sappiamo intrecciare relazioni che creano nuove condizioni nei singoli ambienti. Si è creata un’energia che è stata molto motivante e incoraggiante anche in relazione all’idea di organizzare un convegno nazionale coinvolgendo le donne e gli uomini che erano presenti al laboratorio che si sono mostrati molto interessati non solo a prendervi parte ma a avviare un lavoro di riflessione e scambio nei luoghi dove lavorano da portare in prima persona al convegno.

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