banner2013aHo già detto in che modo ho inteso questo progetto di piccole conversazioni, cominciato da pochi giorni qui. Ho detto dei criteri e soprattutto chi ho pensato di coinvolgere. Un modo per aprire all’ascolto di alcune partecipanti dei laboratori svoltisi sabato 5 ottobre durante l’incontro femminista organizzato a Paestum. Per chi era presente e per chi non è potuta essere lì con noi. Senza alcuna interpretazione da parte mia, ho creduto di restituire così non la complessità di quel che è accaduto in presenza ma l’esperienza di molte che mi hanno risposto generosamente a partire da sé e che ringrazio, una per una.

Oggi sono in compagnia di Laura Capuzzo che ha accettato di rispondere a tre domande riguardo il laboratorio su «Welfare – nuove cittadinanze».

Anche a te, come alle altre amiche che ti hanno preceduta, chiedo anzitutto di raccontarmi perché hai scelto di partecipare proprio a questo laboratorio.

La scelta di partecipare al laboratorio “Welfare e nuove cittadinanze” è stata una scelta in qualche modo “guidata”, nel senso che, oltre ad essere uno dei laboratori per me più interessanti, ero uno di quelli in cui abbiamo avuto maggiore difficoltà nel trovare una moderatrice, così ho deciso di propormi per la moderazione. Ciò rappresenta un indizio da non sottovalutare e un suggerimento sul lavoro che il movimento delle donne ha ancora da fare. Il fatto che sia stato difficile individuare una moderatrice, così come il numero contenuto delle partecipanti al laboratorio, mi suggerisce che il femminismo italiano non sia ancora riuscito ad entrare in relazione con le donne migranti e ad intercettare le loro esigenze. Nel nostro paese, forse, il movimento delle donne è ancora “troppo bianco” e questo a mio avviso rappresenta un problema. Come diceva Mercedes Frias  nell’intervista alla Libreria delle donne di Milano, uno degli obiettivi, forse per quest’anno un po’ mancati, è quello di riuscire ad allargare il soggetto e le soggettività che prendono parola nel “discorso femminista”.

Che senso credi abbiano i temi del welfare e delle nuove cittadinanze nel presente e in che modo pensi che il femminismo possa prendere parola su questi argomenti?

Paestum 2013 si è svolta proprio due giorni dopo i terribili fatti di Lampedusa che ci hanno reso più presente che mai la necessità di occuparsi di questi temi. Come abbiamo rilevato durante il laboratorio, quei fatti che sono sembrati una tragica contingenza, sono purtroppo invece una realtà quotidiana. Il tema delle nuove cittadinanze, il concetto stesso di cittadinanza e il fatto che si basi sui principi di inclusione ed esclusione, rendono questo tema importante per il femminismo. Per me, il principale merito della presa di coscienza femminista è stato l’aver rivelato che la condizione delle donne deriva da un sistema culturale, economico e sociale di dominio. Il medesimo sistema ha creato (e crea tuttora) non solo disuguaglianze di genere, ma anche disuguaglianze di classe, legate alla provenienza, legate al colore, disuguaglianze geografiche e spaziali. Una prospettiva intersezionale e femminista è a mio avviso indispensabile per sciogliere le complessità del sistema patriarcale e capitalista.

Mi dici come hai percepito l’esperienza laboratoriale e cosa vi siete scambiate, soprattutto a livello di pratiche?

Le mie impressioni sul laboratorio sono state estremamente positive. Dal punto di vista del metodo, il numero contenuto di donne che hanno partecipato ha permesso di sperimentare la pratica femminista del “piccolo gruppo”, pratica in cui io credo molto perché permette lo sviluppo della relazione e dunque del dialogo autentico anche nelle differenze. Al laboratorio, oltre a me, hanno partecipato: Alessandra, Serena, Anna, Gilda, Luciana, Venere, Francesca, Alidina, Chiara, Clotilde e Gabriella. Ci siamo “riconosciute”, sebbene fossimo un gruppo molto eterogeneo (per età, per provenienza, per pratiche ed esperienze). Tutte accomunate dal lavoro e dalla relazione con  donne migranti. Ciascuna – a partire da sé – ha condiviso le proprie pratiche agite quotidianamente e, discutendo e ripensando tali pratiche, ne abbiamo valutato  punti di forza e debolezze. Da un punto di vista più teorico abbiamo rilevato i limiti di concetti come quello di “inclusione” o “integrazione” che, così come il concetto di pari opportunità, tendono ad inferiorizzare e a rinchiudere in ruoli stereotipati, limitando la libertà di ciascuna, invece di espanderla. “Sono paternalistici e patriarcali” si è detto durante il laboratorio. Abbiamo preferito impiegare il concetto di cittadinanza attiva, declinata nel contesto, per me fortemente femminista, di “relazioni forti e regole leggere”. Quello che mi pare sia emerso con entusiasmo dal laboratorio, oltre alla volontà di compiere in maniera effettiva un allargamento del soggetto nel riconoscimento delle differenze, è la voglia di proseguire questo percorso di pratica e di approfondimento, insomma di relazione tra donne, insieme.

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