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tuffatricefirma2Da oggi, ogni due giorni, pubblicherò qui delle brevi interviste (complessivamente nove) ad alcune delle donne che hanno preso parte all’incontro femminista di Paestum 2103. Le donne che ho incontrato hanno frequentato i laboratori che sabato 5 ottobre sono stati molto partecipati. Si tratta di alcune esperienze soggettive e come tali hanno per me una grande forza politica. Non restituiscono l’intera e composita articolazione del convegno in presenza ma, nel mio desiderio, vorrei riconsegnassero lo sguardo vivido e autentico di chi è stata a Paestum e ha discusso di pratiche a partire da sé. Per fare il punto sul guadagno della condivisione e del confronto. Il metodo utilizzato è quello relazionale della conversazione lasciando ampio spazio alle parole delle interlocutrici che hanno risposto così generosamente. Nessuna interpretazione da parte mia, semplicemente il desiderio che anche queste narrazioni possano contribuire a un virtuoso ed efficace dopo-Paestum.

Comincio, non a caso,  con il laboratorio dedicato all’Autocoscienza, fondativa della pratica femminista. Il parlarne (e riparlarne) nel confronto avvenuto durante il laboratorio immagino sia stata una possibilità preziosa. Ho chiesto perciò a Ivana Pintadu, Lucia Cardone Leda Bubola quale è stata la loro esperienza e come si sono misurate.

Intanto grazie per aver accolto la mia proposta. La prima domanda è la stessa per tutte e tre:

Perché avete scelto proprio il laboratorio dedicato all’autocoscienza?

Ivana: Nel viaggio verso Paestum ho dato uno sguardo ai laboratori proposti. Subito la mia preferenza è andata per il laboratorio 6, quello sull’Autocoscienza, anche se un po’ di curiosità me la suscitava il laboratorio 9, quello delle Pratiche di autodeterminazione: corpi e sessualità. Fare il 6 sarebbe stata la cosa più naturale per me, perché faccio parte di un collettivo di donne che praticano l’autocoscienza, perché la curiosità di vedere altre donne, altri gruppi che la praticano era davvero tanta. Però non volevo decidere prima dell’assemblea plenaria dove poi sarebbero stati presentati i laboratori. Quando in plenaria ha preso parola Leda Bubola per presentare il laboratorio, anche a nome di Paola Zaretti e Daniela Pellegrini, ed è partita da Carla Lonzi non ho più avuto alcun dubbio: i sarei iscritta al laboratorio di Autocoscienza. Devo dire che fin da subito il gruppo mi ha fatta sentire a mio agio. Saremo state circa 30/40 donne di tutte le età. Da chi, come Daniela Pellegrini, aveva fatto l’autocoscienza negli anni in cui la facevano le donne di Rivolta Femminile, a delle giovani che studiano le pratiche dell’inconscio e sono interessate a capire cosa sia l’autocoscienza oggi. Paola Zaretti ha letto un testo da cui partire (lo si trova qui), con alcune domande tra cui quella che per Paola era fondamentale: “Le donne ce l’hanno l’inconscio?”, io l’ho letta come una provocazione. Ognuna s’è presentata ed abbiamo parlato delle nostre rispettive esperienze. Ho raccontato la mia autocoscienza in collettiva_femminista Sassari, partita dall’incontro con i testi di Carla Lonzi, non ho taciuto la forza ed anche la gioia che dà il fare autocoscienza, il riconoscerci con altre donne attraverso esperienze che toccano la vita di tutte. Noi non utilizziamo la pratica dell’inconscio, personalmente poi, trovo i sogni (miei e altrui) particolarmente noiosi per cui la parte psicanalitica dell’esperienza dell’autocoscienza mi sollecita meno. Sono alquanto affascinata dalle esperienze di vita di ciascuna, dalla lettura del mondo e della propria vita che ognuna restituisce quando si fa l’autocoscienza.

Lucia: Ero molto indecisa sul laboratorio da seguire, un po’ frastornata dalla ricchezza dei temi, tutti invitanti, proposti a Paestum 2013, ma alla fine ho scelto Autocoscienza perché questa parola fa risuonare in me qualcosa di vicino, familiare e allo stesso tempo ancora interamente da scoprire. Così, assieme a Ivana Pintadu, abbiamo scritto i nostri nomi sulla lista, molto felici entrambe di poter condividere con altre le nostre esperienze, e desiderose di ascoltare i loro racconti. Sì, perché Ivana ed io, con le altre donne di collettiva_femminista Sassari, abbiamo intrapreso e stiamo praticando l’autocoscienza da circa 3 anni. E’ un percorso al quale mi sono avvicinata con molte aspettative, e con il desiderio, vago ma impellente, di imprimere una svolta profonda al mio e al nostro (intendo quello di collettiva_femminista) femminismo. L’autocoscienza ha avuto per me (e anche per le altre del gruppo) i caratteri del salto, o meglio del tuffo, pensando proprio all’icona di Paestum, in acque ignote e promettenti, che pure si intuivano perigliose. In questa scommessa con l’acqua alta ho provato a mettermi in gioco, forse anche senza saper giocare, ma sentendomi garantita dalle altre, dalle debolezze, pur differenti, che ci tenevano tutte lì, a parlare di noi, a inventarci una nostra politica avendo ben presente l’idea lonziana dell’autenticità, del partire da sé e della forza che soltanto il riconoscimento dell’altra può darti. Ora, il laboratorio di Paestum mi è sembrata una occasione imperdibile per capire che cosa è l’autocoscienza per le altre, per sapere come la praticano gli altri gruppi, per confrontare la nostra pratica dell’autocoscienza, segnata dall’entusiasmo ma anche in una certa misura dallo spontaneismo, con quella delle altre.

Leda: La proposta di un Laboratorio sull’Autocoscienza da portare a Paestum è nata all’interno del gruppo facebook ‘Autocoscienza’ creato da Paola Zaretti all’inizio del mese di Agosto. Sono entrata nel gruppo fb un mese dopo la sua effettiva creazione a dir la verità senza particolare entusiasmo né aspettative e credo che questa condizione si sia rivelata fondamentale per l’effettivo apporto che il gruppo ha avuto nel mio modo di pensarmi in relazione alle altre. Devo dire della mia forte diffidenza nei confronti delle relazioni con altre donne e, al contempo, del mio desiderio talmente forte da essere quasi una necessità. Per questo ho preso l’entrata nel gruppo fb con le pinze, l’ho guardato e interrogato profondamente prima di decidere che non avevo motivi per cui non assecondarlo e che allo stesso tempo non mi aspettavo nulla da esso. Decidere di vivere sulla mia pelle un’esperienza di cui avevo letto molto e che avevo sentito nominare corrispondeva al mio desiderio di partecipare insieme ad altre donne alla costruzione di uno spazio dove ciascuna potesse trovare la propria libertà di espressione grazie alle altre. Ad aggiungersi a questo la forte necessità di concretizzare una pratica che si sente spesso nominare ma che non porta con sé un’elaborazione soddisfacente.

Ivana, sono trascorsi molti anni dall’esperienza di Rivolta Femminile ma la loro pratica ancora ci interroga. Del resto lo sappiamo, qualcun’altra si affida nuovamente all’autocoscienza in Italia e con convinzione. Penso per esempio anche al collettivo veronese Benazir che ha addirittura scritto un libro.

Ivana: Certo io stessa ho acquistato il libro del collettivo Benazir e trovo interessante il loro lavoro che riporta le esperienze autocoscienziali avvenute anche via web. È qualcosa che noi di collettiva_femminista non abbiamo fatto perché pratichiamo l’autocoscienza solo in presenza, anche se, naturalmente, utilizziamo un gruppo di discussione chiuso anche su web in cui ognuna esprime il suo punto di vista e ognuna contribuisce. Ritengo molto interessante questo mezzo, pur pensando che la forza del web sia più funzionale in una conversazione/email a due Almeno, per me è così. Il rapporto a due, ed in presenza, è imprescindibile, poi si va in gruppo e si ascoltano le altre. La stessa Carla Lonzi ha avuto prima Ester e quindi Sara, è attraverso quest’ultima che si è sentita rinata come donna e come femminista, così nasce il soggetto imprevisto, la donna nuova. Ognuna di noi trova il suo modo.

Come è stata questa esperienza di autocoscienza in un laboratorio in cui non conoscevi praticamente nessuna delle partecipanti? Cioè la condivisione è stata faticosa o avete trovato subito una sintonia?

Ivana: Chiariamo subito che non è stata un’esperienza auto coscienziale: si è parlato di autocoscienza, delle problematiche e di cosa è per ognuna di noi. Un punto cruciale, a mio avviso, è stato quando ci si è chieste cosa è che non ha funzionato, perché ad un certo punto i gruppi si sono spaccati (chiaramente non parlavo del mio, che ancora è vivo e vegeto) e cosa si sarebbe potuto fare per rimediare. Quest’ultimo punto purtroppo è arrivato a ridosso della chiusura del laboratorio, è stato un vero peccato che l’indomani mattina non si sia fatto ancora il laboratorio e la plenaria conclusiva nel pomeriggio. Avremmo avuto bisogno di più tempo.

Cosa ti ha restituito, infine, il laboratorio?

Ivana: Ho trovato molto toccanti le esperienze delle donne più grandi di me, quelle che hanno fatto autocoscienza negli anni ’70, che ci han raccontato come le spaccature siano avvenute anche su temi relativi alla malattia e alla morte ad esempio. Alcune si son domandate se non fosse il caso che i gruppi in crisi fossero affiancati da delle psicologhe che avevano fatto il femminismo ad esempio. Le ho sentite tutte molto vicine, tant’è che sono uscita dal laboratorio molto felice e piena d’energia e con una gran voglia di approfondire il tema dell’autocoscienza, di riuscire a praticarla il più possibile. Grazie all’incontro con Paola Zaretti, Daniela Pellegrini e Leda Bubola sono entrata a far parte di un gruppo su Facebook che si occupa proprio di questo. Vorrei anche mettermi in contatto con le altre donne del Laboratorio con cui ci siamo scambiate mail, perché tutte abbiamo sentito la necessità di risentirci, rivederci. Perché qualcosa è stato messo in circolo e bisogna proseguire, non fermarsi. Daniela Pellegrini vorrebbe proporre un incontro nazionale sull’autocoscienza, sarebbe molto bello esserci.

Ho una curiosità, Leda. Non hai trovato difficoltà in un gruppo su web di autocoscienza? Che differenza hai riscontrato con l’autocoscienza che poi hai sperimentato a Paestum nel laboratorio, con donne in carne e ossa?

Leda: L’esperienza online è servita a illuminare ancor di più la mia necessità di essere parte di un gruppo, pur nella mia differenza. La realizzazione profonda dell’impossibilità di trovare un mio posizionamento nell’Ordine Simbolico neutro-maschile derivata da un’esperienza sulla mia pelle di ‘patologie’ legate proprio all’insofferenza di questo mancato riconoscimento, mi spinge a cercare un altro spazio dove poter trovare la rispondenza di cui ho bisogno. Ma questo problema non fu, e non è solo mio, come si intuisce dalla lettura di numerosi documenti prodotti negli anni ’70 proprio attorno all’autocoscienza (Paola Zaretti, Nel nome della Madre, della Figlia e della Spirita Santa), intesa non solo come presa di coscienza della propria condizione di subalternità rispetto all’uomo, ma anche come interiorizzazione dei modelli culturali patriarcali che impediscono la ricerca di un riconoscimento diverso da quello autoreferenziale. Nel laboratorio di Autocoscienza non abbiamo ‘fatto autocoscienza’ ma ne abbiamo discusso grazie anche all’apporto di molte donne che l’hanno vissuta in prima persona. La proposta di laboratorio infatti aveva come obiettivo quello di aprire una discussioni sui motivi per cui questa pratica è stata abbandonata e addirittura dichiarata finita quando oggi invece se ne parla continuamente.

Certamente l’esperienza dell’autocoscienza è stata (ed è) una pratica potente. Numerosi sono i documenti che ne parlano e che ne raccontano l’importanza così come le peculiarità. In quel pomeriggio dedicato all’autocoscienza cosa ti è stato restituito, Leda? Cioè quale è il guadagno che hai portato con te?

Leda: Durante il laboratorio le esperienze raccontate sono state molto diverse e hanno assecondato la mia curiosità e quella di altre ragazze, di Ivana e Lucia, di Alessandra Ghimenti. Le donne che hanno vissuto l’autocoscienza in prima persona durante i primi anni del femminismo hanno portato testimonianze molto diverse tra loro, c’è stata chi ha definito come cruciale il passaggio dall’autocoscienza ai ‘gruppi analisi’ come Daniela Pellegrini che discute profondamente questo tema nel suo libro Una donna di troppo e chi, invece, non ha vissuto questo passaggio ma ha dichiarato la fine dell’autocoscienza come un naturale esaurirsi di un’esperienza. Tutto ciò ha accresciuto la mia curiosità su questo tema e mi ha dato modo di interrogarmi ulteriormente sul mio desiderio di prendere parte con altre donne a questa esperienza che vedo sempre più come un’esperienza politica a tutti gli effetti.

Lucia, cosa è accaduto e cosa ti aspetti accada con le donne con le quali ti sei incontrata nel laboratorio di Paestum?

Lucia: Il laboratorio si è aperto con una introduzione di Paola Zaretti, che ha proposto il tema tratteggiando, pur nel poco tempo, una piccola e preziosa storia dell’autocoscienza, illustrandone gli sviluppi e le problematiche. A partire da sé, ha posto come nodo discriminante sul quale riflettere, rispetto alla pratica autocoscienziale e al suo (supposto) esaurimento, la mancanza di un legame forte, in Italia, fra femminismo e psicanalisi. A me, e a molte altre, interessava però indagare le potenzialità dell’autocoscienza come pratica politica, interrogandoci sulla sua efficacia. Abbiamo quindi lasciato di lato, pur tenendone conto, la questione dell’analisi, ed abbiamo cominciato a parlare di noi. Alla fine mi sembrava di fare autocoscienza, nel senso che l’atmosfera che circolava nel gruppo era pervasa da quel peculiare senso di attesa, di curiosità e di autentica apertura all’ascolto dell’altra. Il gruppo di lavoro era composito e piuttosto numeroso: eravamo circa 40 donne di provenienze ed età differenti. Accanto a giovani ricercatrici impegnate in dottorati incentrati sui Genders Studies, c’erano le donne venute prima, donne di Torino, di Milano, di Cagliari, di Mantova e di molte altre città che hanno detto di sé e dei loro gruppi di autocoscienza. Così abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare Daniela Pellegrini, che ha raccontato del DEMAU e dei vari gruppi attivi negli ’70. Ivana ed io abbiamo parlato di Sassari e della forza che il fare autocoscienza ci dà nella relazione con le altre donne, con il mondo e segnatamente con le pratiche di certe realtà associative femminili che ci paiono paradossalmente lontane dall’orizzonte femminista. Tutte abbiamo detto di ciò che significa l’autocoscienza per noi, di quale spazio ha (o ha avuto) nelle nostre vite, di quanto possa essere faticosa e devastante, come ben sapeva Carla Lonzi. Infine ci siamo trovate d’accordo sulle inesauste e irrinunciabili potenzialità che questa pratica offre alla politica femminista. Penso che sia grazie alla forza e all’autenticità guadagnate attraverso l’autocoscienza che possiamo riuscire a metterci al riparo dal fraintendimento, che è terribile soprattutto fra le donne, e dal dettato del dover essere, impeccabilmente visibili e presenti, chiamate a rispondere a una agenda “politica” stabilita da altr*. L’autocoscienza ci consente di immaginare la nostra politica, di agire in modo politicamente efficace senza venir meno al nostro desiderio. E non mi pare poco. Il laboratorio mi ha dato la possibilità di incontrare altre donne alle quali sta a cuore la pratica autocoscienziale, e per tutte vorrei nominare Leda Bubola e Daniela Pellegrini, e questo conoscerci in presenza ci ha permesso di rilanciare, di scommettere ancora e in modi differenti sulla relazione femminile. In particolare, grazie a Leda, sono entrata, insieme a Ivana, in un gruppo che fa autocoscienza online, animato da Paola Zaretti e da altre, curiosa di come una pratica che richiede la presenza possa funzionare attraverso il monitor di un computer. Ma il rilancio che mi pare più vitale e promettente è quello proposto da Daniela, promotrice di un imminente incontro per continuare a parlare di autocoscienza, al quale vorrei davvero partecipare.

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