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Ho cominciato a leggere Tam tam, l’ultimo libro di Vita Cosentino, e non me ne sono più potuta separare. Mentre leggevo infatti, una serie di immagini di gratitudine affastellava la mia mente ed è stato semplice restituire all’autrice l’attenzione che la sua storia e la sua scrittura meritano. Certe cose non vanno rimandate – mi sono detta – vanno accolte intere in una lettura che non può essere interrotta. Tam tam, dice Luisa Muraro nel suo scritto che precede il testo di Cosentino, è la storia di un combattimento. Sono d’accordo e aggiungo poetico, fiducioso e pieno di grazia. Non per questo meno forte, anzi. È proprio nella forma di questo corpo a corpo che Vita Cosentino scampa al disastro e acquista la forza che le è propria, perché ha una fiducia incrollabile che la guida nell’impreciso confine tra sé e il mondo. Il libro racconta di una circostanza specifica: una donna, che poi è la stessa autrice, si ammala improvvisamente di qualcosa che inizialmente le diagnosticano come paraplegia incompleta ma che in effetti non verrà mai ben distinta ulteriormente. Se apparentemente si tratta di un caso irrisolto, gli effetti sul corpo e sull’anima sono puntuali, dolorosi e del tutto inaspettati. Il lungo racconto rappresenta così un rinnovato apprendistato alla vita, un sì di amore che l’autrice – lo si avverte nettamente – ha già detto più volte nel corso della sua esistenza e che ora tuttavia sa di riconquistare. Questo attaccamento alla vita, di cui anche Muraro sostiene l’eccezionalità, ha qualcosa di alto. È un tragitto consapevole e autentico di una donna che rimette in discussione il proprio campo d’azione, i propri movimenti nello spazio che fino a un minuto prima riusciva a governare. Quella stessa donna calibra e valuta con pazienza la confidenza con il proprio corpo insieme a quella – che qui sembra più preziosa – con il tempo; lo trasforma di una qualità nuova, con la grande risorsa, dalla sua parte, delle relazioni. Raccontare i dettagli delle amicizie significa per Vita Cosentino ricomporre la mappa emozionale e politica di se stessa e delle sue età. Ciò che si agita in Tam tam è infatti una moltitudine di smarrimento e riappropriazione; una marea che non lascia mai inadeguate allo sguardo, al contrario è un frangersi di onde impetuose eppure indulgenti a cui si reclama di assistere. Certo che si ha paura di perdere il controllo e anche di non farcela ma la protagonista del libro non teme di misurarsi con le proprie istanze interiori, tutte luminose a puntellare la volta stellata di un’anima che si interroga. È così che i ricordi bambini si mescolano per sollecitare inattesi presagi. Allo stesso modo le certezze della maturità le consentono di sistemarli per fare ordine – uno nuovo o che forse c’è sempre stato. Vero è anche che c’è una nuova scansione temporale, un prima e un dopo. Una rinnovata attenzione per il circostante, come quel campo di papaveri che tutte le primavere rifiorisce accanto a casa sua e una generosità di gesti piccoli, minuti e resistenti che trovano dimora in chi ha già avuto la possibilità di gioirne. Se è la malattia a fare da spartiacque nella durata, Vita Cosentino insegna che non vi è un’interruzione ma un riadattarsi amoroso – seppur dolente – alle cose stesse. Ci sono poi istanti – simili alle foto che guarda ripetutamente – che raccontano qualcosa che svetta, che ripara dall’imponderabile e che ogni volta, come fosse la prima, entra nel piano di realtà per ridisegnarne il senso: l’amicizia e l’amore circolante di chi ha saputo starle accanto. Lo sguardo e le parole per lei, erodono l’abbandono e la solitudine e mettono al mondo un tra-noi che eccede dalla stessa scrittura ed è difficile da dire. È così che ho sentito Tam tam, proprio come un ritmo incessante e imprevedibile che mette in gioco ogni giorno lo scandire della vita di tutte e tutti, come fosse il desiderio che bussa alla porta per avvertire che dopo il combattimento arriva il tempo del sentirsi insieme – ancora – nella relazione. È a quest’ultima che il libro è rivolto e dedicato ed è per questo commovente esercizio di tenacia poetica e politica che vorrei ringraziare anch’io, tenendomi negli occhi l’immagine onirica di quei fiori bianchi che appaiono alla fine del libro. Piccoli e  ripiegati in fascette umili. Ne sbocceranno di nuovi e saranno forse fragili – esattamente come l’umana condizione. Perciò i più forti e veritieri mai incontrati.

(alessandra pigliaru)

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