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Vera D’Atri, Una tenace invadenza, (prefazione a cura di Enza Silvestrini), collana exosphere plaquettes, Libro Aperto Edizioni 2013.

Piegare le stagioni è un esercizio complicato. Necessita di una vista che riesca a seguire la traiettoria dei viventi per decentrarne il sé. Certo è che spiegarle invece, quelle stagioni, significa costruire un cosmo a propria misura con la cognizione di farne parte. Intravvederne le scosse e i silenzi cercando corrispondenza tra quel che si è e ciò che appartiene al fuori, al guardato. La poesia consente innumerevoli sguardi, quello prediletto da Vera D’Atri è probabilmente il più difficile: l’attraversamento; in questo sfondo, apparentemente piano e naturalizzato, si apre Una tenace invadenza, la sua nuova silloge per la neonata collana «exosphere plaquettes» (Libro Aperto Edizioni, 2013), diretta dalle brave Federica Galetto e Meth Sambiase. Più che invadenza qui si tratta di una opportuna e interrogante insistenza del sentire. La meditazione poetica di Vera D’Atri non si rassegna infatti e avanza nel forte attaccamento alla natura – la più grande alterità se intesa come totalità di opposti. Così la poeta sceglie di non alienarsi ma al contrario di partecipare allo spettacolo del proprio sé che, facendosi da parte, accoglie il mutamento degli enti – ci si mette in colloquio. Le stagioni protagoniste della silloge sono altrettanti passaggi di età; è in quel procedere che D’Atri puntella le trasformazioni di una vulnerabilità che riguarda tutte e tutti. Quell’arcipelago emotivo è infatti segnato da vuoti eloquenti e un’educazione sentimentale antica. In questo affascinante percorso incontriamo così un sincero e sofisticato scorcio di formazione interiore. Non c’è ragione per non confessarlo e neppure sembra ci sia un motivo sufficiente per non condividerne le visioni che, via via, si fanno sempre più concrete e veritiere. Ciò di cui la poeta ci mette a parte sono momenti di essere, luoghi illuminati e personali che assumono nella trama della scrittura una qualità di notevole efficacia. Momenti dunque irrinunciabili perché è proprio attraverso essi che la poesia di Vera D’Atri si fa carne. Il punto di avvistamento è sessuato, richiama cioè la centralità di una donna che specularmente osserva il circostante e ne sa definire il segno. Eppure non è un elenco di visioni mute bensì confortate da una convinzione resistente: quella di contare come corpo che tutto abbraccia – tra essere e percepire. In questo nuovo apprendistato poetico Vera D’Atri manifesta tutta la sua potenza dialettica. Annuncia separazioni e rinnovate prese d’atto, conosce quelle stagioni per dirsi al plurale, tessendo l’ipotesi di una peregrinazione sensoriale nello stesso cuore delle cose. Per scandirne gli anni, il tempo della durata e – infine – il proprio che, accanto alla tecnica scrittoria, è istante propizio dell’esperienza poetica.

(alessandra pigliaru)

*

Una selezione di testi:

Di colpo novembre porta via l’innaturale frenesia
del cielo estivo, la dipartita degli storni
disadorna la città e occupa l’invisibile.

Nei giardini le aiuole si organizzano con destrezza.
Esercizi di varia natura vengono eseguiti per un unico scopo:

preparare distacchi, svuotare asole.
Per qualche mese solo frammenti sopravviveranno
a frettolose esequie

E nell’ultima passeggiata un acino aggrinzito farà
da esca assieme al ramo nudo di muscolosa avarizia.
Poi più niente. Cadranno alfine stanche anche gli aruspici
poiché nelle viscere non trovarono che morte.

Ora che c’è silenzio oltre le pareti
tra non molto il buio del cortile occulterà
spigoli e fughe e noi staremo qui, stregati, a tragediare
con i gatti.

Tu, nel rasoio dell’ombra, con troppo anticipo
chiuderai le imposte; finché sarà ancora l’imprevisto
a tormentarci

come il calcolo della sopravvivenza o lo zelo
di una volta, illeggibile stasera, come un’impronta
di migrazioni sconosciute.

*

La notte abbracciava tutte quante le case
che la neve aveva imbiancato al mattino.
Le avvolgeva estremamente oscura, decisamente complice
come una scena allestita per un mattatore,
messa su per dare risalto
a parole brillanti e a scioglievoli corteggiamenti.

Ma come la neve non aveva amato strafare, andandosene
in più punti lungo percorsi aerei, su cavi elettrici,
rami e tetti, senza disturbare, anche la notte
aveva fatto altrettanto.

Nessun disturbo. Nessuno spettro imposto.
Non pretendeva alcun sonno, la notte, nessuna preghiera.
Non graffiava. Anzi bianco e nero parevano baciarsi,
saziarsi a vicenda e sopirsi in calme
profonde e differenti.

Alla finestra, sul davanzale, una coltre densa di meraviglia
sostava immobile come una pausa da rispettare.

*

Settembre. Torno alla regola dei difetti amati
che delle solitudini fa solidi conventi.

Fa sera prima ma non provo sgomento.

E credo che sia per quanto ho evitato
Se ora posseggo la rassegnata diligenza di un copista,
la compiaciuta eclissi di chi ha dedicato
gran parte della vita a trasferirsi negli altrui dilemmi.

Ma stasera è incredibile quante volte io di te guardo
il profilo che m’assenta e tu guardi altrove
e per di più non sai,

non vedi che debole morte introduttiva
per trascurato amore e per termine d’estate, inavvertita
entra nella sfera del creato fino a prendere possesso
d’ogni gesto.

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