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[Alessandra Pigliaru, Nel cuore della parola. Postfazione a IDA TRAVI – Il mio nome è Inna. Scene dal casolare rosso, Moretti&Vitali 2012, pp. 185-189]

«Hai memoria di questo mondo? | Sai come si chiama questo mondo? || Tutti lo chiamano mondo, ma qual è | il suo vero nome? || Il sole, sai come si chiama il sole? | Perché non risponde mai? E l’incendio?… È già finito? | E l’acqua… Che nome ha | che nome ha? || E tu che mi chiami di notte | come mi chiami? | Ti ricordi il colore dei miei capelli?».

Dal silenzio alla scelta esiste un’età propizia e congrua in cui apprendere l’esercizio del ritmo. Ricordarlo e accoglierlo mentre (ci) avanza. Il corpo della poesia si sa trasfigurare dunque in un orizzonte dirimente; non c’è più un taglio che lascia attoniti, c’è invece l’edificazione della scelta e della distinzione del tempo e dello spazio.

Inna Zet Nikka e Sasa sono i protagonisti del nuovo lavoro poetico di Ida Travi. Loro dimorano la terra di Zard, sono i parlanti di una lingua sconosciuta e vicina, i Tolki, che seguono il rintocco di un tempo altro, di un’attesa a picco che li rende prossimi al circostante. Eppure quell’attesa ha l’esplorazione della pausa, di un fermarsi per registrare e confermare ciò che si è messo in scena fino all’istante dello strappo dal buio. Ur è invece la struttura mancante, è la terra del non ritorno che frana il passo. A lui non si può reclamare niente tant’è che non vive insieme a loro, si incontra al bordo, si invoca senza risposta. Ur, il ferramenta, non aggiusta lo sparpagliamento del già accaduto, del ritardo dell’attenzione. Il compito è affidato ad un precedente corredo familiare: quello di Inna, l’abitante, Zet, l’ospite, Nikka, la vecchia, e Sasa, il bambino. Ognuna e ognuno di loro rappresentano l’opportunità di un mondo che può ricomporsi, e al contempo un ruolo che stabilisce la regione misteriosa e generosa di buone notizie se ascoltate e maneggiate con dedizione. Eppure è la sola Inna che sa pronunciare il proprio nome, che conosce il silenzio dal quale si è sottratta e che custodisce il segreto della gratitudine. Lei è freccia del tempo. Gli altri sono chiamati, lei si dà del tu. Inna è l’elemento che principia, l’unica presenza che desidera quell’abitare in tutta la sua incandescente contraddizione.

«Tutto il mondo è malato | come un bambino piccolo | come un bambino senza la mamma || Dal cielo scendono le cavallette | e nessuno fa niente || Un giorno avremo vergogna | abbasseremo la testa per la vergogna».

Siamo nel tempo di una pausa e una promessa perché non si rinuncia più alla parola in presenza; bisogna solo stabilire il luogo dell’azione e procedere dopo la sosta. Bisogna sapersi fiduciosi e privi di risentimento. Lo spazio entro cui ci si muove è nei pressi di un casolare rosso; si sceglie di varcarne la soglia così come di entrare in relazione l’un l’altro. Non c’è alternativa percorribile, si conta piuttosto la vicinanza e si parla, senza mediazioni. In orazione appunto, intesa come unione tra oralità – che fonda la poesia – e relazione – che scalza la cavità della solitudine. Prima dell’incontro con la scrittura il passaggio è cruciale.

Se con la sua precedente raccolta poetica, Tà. Poesie dello spiraglio e della neve (Moretti&Vitali 2011), Ida Travi ci ha ammonito sull’esistenza di sopravviventi un futuribile post, ne Il mio nome è Inna ci consegna la visione gravida e miracolosa di una resistenza consapevole e sorprendente giacché «Siamo baciati dallo spirito del tempo | ci bacia sulla testa lo spirito del tempo | è così che ci piega… è così | che ci pettina, ci inchina.» Il risveglio del tempo è l’abbadono del contrappasso. Si stabilisce di riprendersi la storia, e di farlo insieme traversandosi reciprocamente. Ci si accosta ad una narrazione intima e veritiera attraverso quattro voci dell’esilio che ribattezzano se stesse al confine di una realtà apparentemente immutabile. Quattro esistenze che disfano la nascita per rinnovarne l’imprevisto. All’altezza di questa ultima silloge tuttavia la poeta segnala una possibilità concreta di riparo che risiede nella liberazione – già avvenuta – dall’inservibile, un’opportunità di stabilire la verticalità del cuore sul rifiuto. Inna è il cuore, colei che non baratta e che guarda, ma è anche la lingua materna e bambina della cura e della poesia che arriva da una lontananza per raccontarci di noi, di un finalmente che riconosce e sa ricevere. Potremmo tuttavia trovarci davvero dinanzi ad esistenze corporee definite, così come frontali a spiriti sottili e energici che non accettano l’evaporazione definitiva del sé – o di una parte del loro sé. Allo stesso modo non sappiamo se i quattro interpreti di questo misterioso e toccante teatro poetico siano differenziati o se siano invece stati partoriti dal pensiero amoroso di Inna, dal suo occhio-mente-mano, perché c’è stato un tempo in cui erano solo pietra ardente e, potremmo fantasticare, per una circostanza prodigiosa si sono separati come eccedenze di un’unica superficie desiderante che si frange. Nell’immaginifico laboratorio alchemico in cui è la parola poetica a fare da filtro ultimativo, la trasformazione degli elementi per Ida Travi risente di agenti esterni dotati di un’anima anch’essi. Sono fenomeni e fonemi insieme, l’ulteriore fiamma o la neve, che mutano ciò che gli è limitrofo, che spezzano il silenzio per prendere parola anch’essi. Questo cosmo di veglia carsica, popolato da piccole e tenaci madeleine di inusitata forza, segue la costellazione appassionata di bottoncini rossi, cieli di stelle altissime, galosce brune come castagne, cucchiai a forma di noce e alberi irti come spine che sanno incurvarsi alla foglia.

«Sono nata e nessuno m’ha detto niente | c’era questo animale dappertutto | sulle fasce, sulla croce, in fondo alle calzine».

Crescere insieme alle cose del mondo, sebbene si sia perduta la terra, diviene in questo modo un esercizio di profezia quotidiana che sa riferire, insieme ad un’inaudita physis innamorata, anche il sintomo di ogni azione passata e futura.

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