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Vincenzo Ostuni dà dello scribacchino mestierante a Gianrico Carofiglio. Lo fa dalla sua pagina facebook in conclusione del premio Strega. Ostuni, poeta e scrittore, è attualmente editor per Ponte alle Grazie. Carofiglio invece scrive romanzi. Tutti e due classificati al premio Strega (con diversi ruoli naturalmente) hanno una cosa in comune: entrambi non lo vincono. E fin qui ci siamo. Carofiglio però non scrive solo libri e quando viene informato del parere di Ostuni si arrabbia talmente tanto che decide di denunciarlo. Carofiglio oltre ad essere scrittore è anche magistrato. Sa meglio di chiunque altro che la legge può essere usata come oggetto contundente nei confronti di chi non ci piace. E sa altrettanto bene che quando si denuncia qualcuno dovrà essere quest’ultimo a dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati. Un modo come un altro per tappare la bocca al proprio avversario insomma, con buona pace di mediazioni e diecimila altre cose che si sarebbero potute praticare per manifestare la propria disapprovazione. Da scrittore a scrittore, per esempio e per dirne una. Ostuni, allo stesso modo, sa bene di non aver mosso nessun giudizio critico degno di questo nome, sa anche che si è trattato di uno sfogo un po’ cafoncello (per utilizzare un eufemismo) e ben al di sotto delle proprie capacità critiche ma sa anche di trovarsi in ottima compagnia perché la consistenza critica ai tempi di facebook si tramuta spesso in due o tre stoccate che si risolvono in cosette similari ad insulti spesso di carattere personale, o private esternazioni infiocchettate che tradotte vogliono dire: si, mi stai antipatico, anzi proprio non ti sopporto. Oppure: no guarda, penso della tua scrittura le peggiori cose ma ora non ho voglia né tempo di dirtele. Qualcuno dirà che nella storia della letteratura ci sono ben più autorevoli esempi di “stroncature” ma siamo sicuri che, seppure confortati da precedenti illustri, non siamo comunque dinanzi a piani di valutazione che si confondono? Così capiterà di essere in presenza di giudizi che nulla hanno a che fare con la scrittura bensì con xy motivi che spingono a detestare persone e ruoli solo perché intralciano interessi privati e rispettivi tentativi di affermazione. E facciamo finta che siano invece giudizi critici. E capiterà anche di vedere giudizi legittimi dati alla scrittura che però sconfinano nell’attacco alla persona. Io ci penserei e poi magari farei dei distinguo. Certo poi ognuno utilizza gli strumenti che ha e dunque Ostuni non si limita a dare dello scribacchino mestierante ma scomoda Roland Barthes per dire che nel libro di Carofiglio non c’è traccia della “responsabilità dello stile”. Ovvero un altro modo di dire: non sai scrivere, bello, io invece si dunque vergognati e fai il bravo perché davanti a Barthes nessuno può dire nulla. L’altro non si scompone dal canto suo ma fa partire le carte bollate. Così mi viene in mente che se un quiproquo di tal spessore avesse avuto attori meno eruditi e più schietti si sarebbe potuto concludere in un “oh, ma lo sai che mi stai sulle palle? Scrittura o no” insieme a una pronta risposta: “Ah si? E tu chi sei? Adesso te la faccio vedere io”. Invece i due sono acculturati e quindi le loro scaramucce diventano subito motivo di discussione pubblica. Che si fa – ci si chiede – con questo precedente pericoloso? Sono convinta anch’io che Carofiglio abbia reagito all’offesa risentendosi troppo. Così come sono convinta che la denuncia non andrà avanti e che sia tutto un modo come un altro per avvertire chi non ci sta bene e stabilire i confini consentiti per un futuro. Tuttavia potremmo forse parlare anche dell’altra parte, della parte cioè che ha scatenato l’ira del magistrato (lo scrittore ce lo siamo giocato, credo, nel momento in cui ha deciso di rivolgersi alla legge invece che alla parola), premettendo che se avessi scritto io la stessa cosa sulla mia bacheca di facebook non credo che a Carofiglio gliene sarebbe importato granché, così immagino. E proseguendo dico che si rimane abbastanza basiti dalla grande solidarietà ad Ostuni perché Carofiglio in fondo non accetta una “stroncatura”; il motivo della perplessità è che dopo anni nei quali sto in rete (per non parlare di altri luoghi in real life) frequentando alcuni lit-blog ho potuto sperimentare che gli scrittori sono ben più suscettibili di quanto non vogliano mostrare in questo frangente, schierati come sono a difendere la libertà di critica. E per molto meno ce la si lega al dito e si giura vendetta da qui all’eternità (due esempi tra i più banali: a) non hai commentato come mi aspettavo la mia poesia, b) ti sei permesso di dirmi che la mia scrittura è poco convincente e cosette simili); per scribacchino e mestierante nei lit-blog seri si banna direttamente perché è un insulto personale. Non lo dico io, lo dice la netiquette minima. Dunque starei un tantino più attenta e mi interrogherei sull’eventualità di apprendere un giudizio simile nei confronti della mia scrittura e poi – ma solo poi – forse mi metterei ad urlare alla “incredibile reazione”. Ciò detto, forse questi due signori che un po’ sono editor un po’ magistrati e poi poeti e poi molto social, dovrebbero ritornare un po’ ai propri ruoli e utilizzarli con maggiore responsabilità; forse chi fa l’editor in una casa editrice coinvolta in un premio Strega (premio in cui nessuno credo lo abbia costretto a stare) non dovrebbe trasformarsi in una piccola jena tanto per dire che è arrabbiato perché Carofiglio gli fa schifo trascurando però che aveva un libro in gara pure lui della sua casa editrice (che non è arrivato primo). E uno che fa lo scrittore non dovrebbe farlo part-time e invece – quando gli conviene – trasformarsi in una specie di Torquemada utilizzando la chiusura della conversazione e del confronto per lesa maestà nei confronti di un collega. Perché se uno è uno scrittore risponde da scrittore sempre, ovvero con la parola e non con le carte bollate, così come un editor dovrebbe comportarsi come tale, cioè rispondere del proprio lavoro e riservare per sedi più adeguate il proprio giudizio nei confronti di un libro e di uno scrittore che hanno partecipato al suo stesso premio (seppure neanche Carofiglio sia arrivato primo). Entrambi forse si sarebbero dovuti concedere più rispetto reciproco, e noi lettori invece da parte loro forse ci saremmo meritati maggiore responsabilità (lo so che non è molto di moda tra i surrealisti picconatori e legulei contemporanei però tant’è, quando hai un ruolo devi anche saperlo gestire di conseguenza). Di una certa mancanza di responsabilità (e di serietà) sono provvisti in molti quando per esempio, in virtù di antipatie pregresse o simpatie d’occasione, rendono la letteratura un teatrino patetico di sciocche futilità tra coltellate gratuite e salamelecchi diabetici. Così non firmerò l’appello pro-Ostuni (ma non è mica un problema, sono tante e tanti ad averlo fatto mossi certamente da intenzioni migliori delle mie) e non per questo difenderò Carofiglio; li lascerò piuttosto impegnati nelle loro faccende, mi pare giusto. E mi farò sollevare da Cristina Campo, ne sono sempre più convinta, perché la  «sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino,  inflessibilmente misurata, tuttavia, su un’ascesi coperta».  Un concetto da maneggiare con cura che non sta dalla parte delle affettazioni pubbliche né dalla parte della noia mortale delle espulsioni risentite di improbabili bambini deprivati con deliri di onnipotenza. Ritornare alla sprezzatura significa posizionarsi senza ambiguità perché «prima d’ogni altra cosa sprezzatura è infatti una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza, un’accettazione impassibile – che a occhi non avvertiti può apparire callosità – di situazioni  immodificabili che essa tranquillamente  «statuisce come non esistenti» (e in tal modo ineffabilmente modifica)». Significa insomma risparmiare le forze per riconoscersi nell’impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza, sarà bene ripeterlo, per stare con chi non fa giochi di prestigio per poi arroccarsi strategicamente nei propri ruoli che mutano e diventano altro all’occorrenza. Significa essere consapevoli di quanto la deiezione linguistica porti danni incalcolabili (su un piano morale ed etico) quando, anche non rivolta a noi in prima persona, ce la dobbiamo ingurgitare quotidianamente; medesima deiezione per quelli che invece se la devono sorbire da bersagli e devono stare zittiebuoni giacché una esternazione seppur priva di contenuti è comunque una buona palestra per chiunque, o no? Il problema è che c’è un confine sottile, molto sottile, che è più affine al disprezzo che alla sprezzatura. C’è un prezzo in ognuna delle due idee ma se nella prima viene chiesto indietro come risarcimento fuori misura per un’offesa ricevuta, nella seconda quel prezzo si dissolve da sé perché si è già trovata riparazione nell’adesione alla sottrazione e all’altrui rispetto. È la critica, bellezza! Così va il mondo. Ma bellezza a chi? E soprattutto quale? «La bellezza, innanzi tutto, interiore prima che visibile, l’animo grande che ne è radice e l’umor lieto. Ciò significa, tra l’altro, capacità di volare incontro alla critica con  impeto sorridente, con la graziosa enfasi dell’incuranza di sé: un tratto che troviamo tanto nei precetti dell’educazione mistica quanto in quelli della scienza mondana.» La sprezzatura significa che l’animo grande non è mai proporzionale a dispositivi punitivi legalizzati e messi in atto contro qualcuno. Soprattutto quando si decide di rifiutare alternative interlocutorie. La bellezza sta da un’altra parte, come la grazia infatti percorre vie impervie e a volte misteriose che si accompagnano alla riservatezza del lavoro e alla salda e nitida consapevolezza di voler stare lontana, lontanissima, da chi ha il privilegio della parola e la maltratta ogni giorno. Cristina Campo l’aveva capito da tempo che ci sono due mondi e che provenire dall’altro è fonte di interrogativi spesso dolorosi ma mai e poi mai di cattiva coscienza.

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[Tutti i virgolettati sono tratti da Cristina Campo, Con lievi mani da Gli imperdonabili]

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Ringrazio di cuore Liberos, la comunità dei lettori sardi per la condivisione dell’articolo.

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