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Delle elezioni Usa non me ne può fregare di meno. Che si sappia. Tuttavia oggi in spiaggia si stava male perché faceva troppo caldo e faticavo anche a studiare, nonostante il ventilatore. Così ho navigato un po’ qua e là e nelle news ho trovato un articolo che racconta di come la Svizzera si sia contrariata per il video Romney girl. Si tratta di una parodia che ha come sottofondo la musica della più nota Barbie girl ma la protagonista è qui una donna stonata e vestita in abiti tradizionali svizzeri che accompagna lo sfidante di Obama in giro per spese e giri pazzi e si sdilinquisce sulla proprietà dei numerosi conti in banca da parte del candidato repubblicano. L’astuto accompagnatore offre serate esclusive pellicce e gioielli. Insomma una canzonatura del mormone atta a screditarlo dinanzi all’elettorato. Una cosa proposta dallo staff per l’elezione di Obama, mi chiedo mentre leggo e guardo il video, può essere davvero di così basso livello? Evidentemente si, alla faccia della comunicazione creativa. Già a giugno si chiacchierava di come questa campagna elettorale per le presidenziali Usa si giocasse tutta sul voto delle donne. E in effetti mi pare sia così, con la interessante conclusione che nessuno dei candidati mi sembra abbia trovato fino ad ora parole significative per rivolgersi alle donne; e non dico per deciderne l’agenda, ma giusto per discutere intorno a qualcosa di politicamente rilevante. Ricontrollo dunque le aberranti notizie sulla sferzata antiabortista dei repubblicani e arrivo a quella certamente più grave: le dichiarazioni di Akin (che rischierebbe di diventare vicepresidente in caso di vittoria di Romney) sull’aborto e la violenza sessuale: qualche giorno fa infatti Akin aveva dichiarato che i repubblicani non solo sono contrari all’aborto ma che in caso di stupro alcuni medici gli avrebbero riferito, udite udite, che la donna si può disporre per non andare incontro ad una gravidanza. Non si sa quali fonti abbiano prodotto fantasie simili giacché è fin troppo evidente che si tratti di ignobili nefandezze anche solo a pensarle, difficile credere che Akin ne abbia potuto discutere addirittura con qualche medico. Ma andiamo avanti perché la questione ritorna alla ribalta e nonostante le scuse pubbliche di Akin (che esordisce dicendo di avere due figlie – abbastanza patetico) i repubblicani dichiarano di essere comunque contrari all’aborto in caso di stupro: perché a pagare non deve essere una vita innocente ma il colpevole della violenza. Della donna vittima di violenza non perviene alcuna informazione: ci penseranno loro certamente. Obama ribatte laconicamente che uno stupro è uno stupro. Un po’ flebile come reazione ma tant’è, si vede che non aveva tempo per dire cose più significative. Gli elementi sono pochi per fare una lettura esaustiva e qui non si vuole certo azzardare un’analisi politologica, tuttavia a me sembra che i candidati facciano bene a preoccuparsi del mancato consenso dell’elettorato femminile perché, da una parte e dall’altra, vi è un diffuso analfabetismo nei confronti delle donne. Che le si leggano come oggetti di decoro e accompagnamento per accusare un avversario, come nel caso della Romney girl, o come oggetti di cui disporre in generale siamo in presenza di una sottocultura imbarazzante con cui pare difficile confrontarsi; quest’ultimo caso tuttavia è assai più serio; nel primo infatti posso giusto storcere il naso sul veicolo di uno stereotipo ma il video è talmente pacchiano che non mi cruccerei troppo; il secondo caso invece si gioca su una teoria più ampia e pericolosa: prima di parlare di autodeterminazione mi soffermerei anzitutto sullo sdoganamento della violenza sessuale. La proposta è in effetti quella di una comunità ipocrita maschilista legalizzata e pro-morte che si fonda principalmente sull’ispezione e sull’esproprio di ogni cosa, in primis il corpo femminile che – si badi bene – può forse essere violato da uno stupro ma comunque – anche in quel caso – non appartiene alla donna. In questo modo la violenza sessuale viene disegnata e allegramente reiterata per diventare nuovamente uno stigma. Una colpa doppia: quella di essere state violentate e di uccidere una ipotetica – ma sempre più reale di chi esiste già –  vita innocente (sic!). Della libertà delle donne neanche a parlarne, ovviamente.

Ho come il sospetto che l’elettorato femminile presterà la massima attenzione alla faccenda, cioè io abitando negli Stati Uniti lo farei; mi interrogherei soprattutto su quella strana e perversa forma di baratto – che si innescherebbe con il mio voto – da parte dei solerti candidati alla Casa Bianca, in particolare quelli che mi immaginano come un’accidentalità trascurabile e che però pretenderebbero contribuissi politicamente, e magari convintamente, alla loro elezione.

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