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È un viaggio fitto e commovente quello che ci offre Margherita Rimi in Era farsi, raccolta dei suoi componimenti poetici dal 1974 al 2011. Un passare generoso e grato tra le immagini e le esperienze che hanno costellato la sua personale visione del mondo. Una doppia membrana ricopre ogni sezione, un limite sottilissimo e fragile tra la percezione esterna e il sentirsi da dentro, tra l’occhio che tutto vede e lo sguardo altrui che ne segna l’inciampo. La membrana, spugnosa e acuminata, acquisisce nelle mani sapienti e attente della poeta un proposito ardito ma consapevole, fino alla fine: che la vita di chi ci sta accanto ci viene restituita in riflessione e spaesamento. E la si può cantare poeticamente senza commettere alcun delitto. Le mani, i volti e le parole tagliate che qui ci sono offerte sono quelle di un’infanzia apparentemente distante e che invece, sfrontatamente, riguarda ognuna e ognuno di noi. È un’età che alla poeta è molto cara, un’età di cui ci si può finanche prendere cura così come delle bambine e dei bambini che Margherita ha conosciuto nella sua professione di neuropsichiatra infantile; soprattutto è un filo saldo, un nodo allentato che avanza nel conflitto e nel riconoscimento di scoprirsi simili. Di una stoffa usurata dal tempo costretto e fiammeggiante. Una stoffa che, a vederla dall’alto  dell’età adulta e (spesso fintamente) risolta, diventa narrazione senza imbrogli. L’infanzia infatti, così come il sogno, non bara. La lingua delle bambine e dei bambini lo sa; proprio come quella della poesia accoglie il senso esatto dell’articolazione priva di dogmi e manipolazioni, scardina il logos dei dominanti e si mostra in tutta la sua stupefacente chiaroveggenza. L’infanzia è sempre una ferita, trascorsa sotto il sole dell’accudimento o, al contrario, ingannata dall’incapacità alla responsabilità. Così Margherita dà voce al taglio, perché «I temi dei bambini | mi fanno zoppicare | mi segnano col dito || E quando toccano le cose | l’aria comincia a respirare a disegnare | la sua punteggiatura». I temi e i disegni del taglio, appunto. Quelli che non si possono comprendere se non con l’immaginazione e la fantasia costanti; quelli di una certa teratologia dell’età adulta, che a scoprirla si preferirebbe forse dichiararsi estranei al proprio corredo familiare. Ché è meglio scappare a gambe levate invece di affrontarne il trauma. Ci vuole qualcuno o qualcosa che lo sappia puntellare quel trauma, altrimenti tanto vale abdicare a qualunque possibilità di felicità. Così tra i versi si incontrano il bambino trasparente e il gemello con il cranio a forma di farfalla insieme a tutti i luoghi imprecisi di un orizzonte da farsi. Appunto, era farsi un divenire che non sempre corrisponde ai desideri. Era farsi anche una gioia che è stata rigettata; una gioia piccola che si trasforma presto in una richiesta di scuse per essere arrivati al mondo senza averlo previsto. Era farsi dunque è segno di ciò che è stato, di un non-computo carico di attese, ma anche occasione di leggere il mondo in una maniera diversa, se solo si acquistasse un modo nuovo per poterlo vedere. Quando si schiude e si capisce che fino a quel momento si era restati immersi in qualche altro strano surrogato che niente aveva a che fare con la meraviglia. Giacché è «Distratta la nostra infanzia | nel farsi grandi». E poi perché la stessa moltitudine che ci agita la si può conoscere e sperimentare anche fuori di noi. C’è una risorsa inaudita quando «dentro la paura si diventa passo | Legge. | Spostamento.» Dentro la paura decostruita, in fondo all’occhio e alla mano dell’infanzia. Così come la poesia si fa corpo, anche la parola della cura delimita l’efficacia dell’azione futura. Non per la salvezza ma per l’eventualità di fare spazio, di farsi spazio. E giustizia.
Certo che «Come finisce | se non continui tu»?

(alessandra pigliaru)

***

Una scelta di testi da Margherita Rimi, Era farsi, Autoantologia 1974-2011. (prefazione di Daniela Marcheschi), Marsilio 2012.

Da ERA FARSI

Ai piedi del letto il tempo non passava
Era farsi grande raccontare una storia
E la storia non era più una storia
era farsi padre

Il suo disegno non era farsi grande
non era orizzonte la sua mano

Il dolore era farsi carta
farsi carta i troppi desideri
il suo mondo era grande ed impreciso
la forma del suo cranio una farfalla.

*

La bambina non sapeva di essere
bambina

La storia dentro a un pugno
Scambiata tutta per errore. Così
Come poteva essere da capo. Come
Per aggirare il mondo.

Dice – Da dove finisce –
Da dove. Sempre con l’ultima parola
sempre senza nome

– Prima del mondo    che c’era.    Prima –
– E prima della terra    che c’era.    Prima –
– E prima di prima    che c’era.    Prima –

*

Da QUANDO IL TEMPO SI FA TEMPO

Parlami così. Come si fa grande.
Come da qualche parte il tempo ricomincia
quando carta su carta è conta disuguale
quando io sono farfalla e tu sulle mie ali.

Parlami così.
Come risulta il mondo alle domande
quando alla fine non diventano parole.

*

Chi rischia la parola
a questa cura storta a questo tempo in piena.

Domandami l’amore.

Il corpo scatenato dalle onde
E poi sulla domanda quanto tempo corre
Quanto cerchio si chiude in una vita.

Guardiamoci più in là
di questa inutile sostanza
di questo intento a non finire.

Di come siamo fatti. Noi.
Di solitudine indovini.

*

Riparami madre
dalle tue braccia

Dai malcurati amori
Dai tuoi terrori

Non parlarmi più

Devi trovarmi

Devi indovinarmi

È pure mio
tutto lo spavento tuo
di esistere.

*

Da LA PAZIENZA DEL CORPO

Per quanto ho saputo capovolgere
l’attesa
mi ripaga, un posto che non trovo

e la pazienza del corpo
che non si intromette.

*

Da LA CURA DEGLI ASSENTI

Ci sono cose che tardano
A venire
Come figli attesi
nella notte

Che trovo ormai
di me

Meglio mettere qualcosa
in salvo
riprendere la cura
degli assenti

Coprirsi
del proprio corpo
alle gelate.

*

Da PER NON INVENTARMI

Non si muove
più niente

Tutto è: a capo di
qualcosa che manca

Le parole migliori di me
a prendersi cura

per non inventarmi.

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