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Savina Dolores Massa è un’incantevole tessitrice di parole. Stanno tutte lì nelle sue mani innamorate e gravide di poesia a costruire geometrie desideranti, bisbiglianti in un fiume carsico di rara bellezza. Il tessuto narrativo del romanzo poggia su di una visionarietà non comune che affascina e che l’autrice percorre e cuce con speciale agio. Protagonista della storia è Maddalenina, una donna in stato di grazia, lieve trasognata e al contempo terrestre e caparbia alla quale ci si affeziona fin da subito come si trattasse di un’amica irrinunciabile e ritrovata. La tenacia di Maddalenina sta nella sua decisione, un giorno preciso, di diventare la donna che avrebbe sempre voluto essere e di costruire, con forza inusitata, un intero mondo a sua misura. Inconsapevole del valore simbolico dei suoi gesti rimette al mondo se stessa producendo una serie di segni e indicazioni che ricordano ad ognuna di noi come si possa essere madri tutte, sapendoci autorizzare alla libertà. La procreazione è intesa qui come capacità compositiva di linguaggio memoria fantasia e immagini. Ciò che viene generato è soprattutto una scrittura impetuosa e autentica tesa alla chiarificazione dell’esistenza come opera d’arte. Così il romanzo diventa un dialogo a più voci in cui si contaminano generi e stili poetico-letterari che Savina mostra di saper maneggiare con grande confidenza.

Di fondamentale importanza appare il controcanto offerto da Maria Carta, la guaritrice che non proferisce parola e a cui Maddalenina si relaziona lungo tutta la narrazione; nonostante il silenzio, Maria, immobile e fiera come fosse una statua votiva, sta lì ad ascoltarla e a guardarla. Attraverso i suoi ricordi ripercorriamo la sua infanzia insieme a quella della protagonista e un po’ la storia di un intero paese. Nell’arcipelago sentimentale che Maddalenina convoca a sé infatti, la differenza fa da contrappunto all’armonia del creato da un lato e al cerchio della comunità dall’altro. Cerchio accogliente che tuttavia rigetta gli elementi che non si mostrano adeguati ad un’esistenza lineare e convenzionale. Un ritratto reale e spietato quello che Savina descrive, come se la noncuranza nei confronti di Maddalenina sia il prezzo da pagare per chi sceglie da sola la propria sorte. Sembrerebbe una solitudine senza scampo quella della protagonista se non fosse per la sua stupefacente e perturbante gioia, da quella nei confronti della sua bambina sognata ai suoi “celtrini” fino all’amore per i suoi tre mariti inservibili e per il suo fedele cero. Maddalenina ci interroga con la sapienza e la levità di chi consegna la propria testimonianza all’altrove, quel luogo umbratile e profondissimo che ci interroga sul nostro sottrarci allo scorrere inutile del tempo. Per ritrovare noi stesse e saperci prendere per mano occorre aprirsi ad uno sguardo privo di giudizio; comprendere che, seppure la corrispondenza tra virtù e felicità non sia di questo mondo, si può essere portatrici di memoria genealogica. Perché è quel riconoscimento della storia che fa di noi quelle che siamo e che sogniamo di diventare. Un giorno preciso, anche appese alle nostre inadeguatezze ma sempre in comunione con ciò che ci sta più a cuore.

(alessandra pigliaru)

[questa recensione è apparsa nel n° 156 (luglio, agosto settembre, 2012) di Leggere Donna, p. 23].

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