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Questo blog ha seguito pazientemente e con ansia la vicenda di Rossella Urru. Prima del suo rapimento quasi nessun* sapeva neppure chi fosse e cosa facesse la giovane cooperante sarda giacché è proprio il lavoro stesso delle donne e degli uomini impegnate/i nella cooperazione internazionale a non prevedere la spattacolarizzazione. Non se ne sente l’esigenza, si desidera piuttosto proseguire il dettato di pieno  impegno in zone assai bisognose di sostegno e intervento. Il silenzio che ammanta la scelta di molte e molti cooperanti è la misura della totale adesione a ciò che fanno; perché seguire il proprio desiderio e andare in quei luoghi dilaniati dalla violenza e dall’ingiustizia non prevede clamore. Prevede invece determinazione insieme ad una specifica qualità del tempo che non si può sperperare per nient’altro. Sono trascorsi nove mesi dal rapimento di Rossella, Enric e Ainhoa. Nove mesi in cui si sono susseguite molte notizie, a volte false, sulla loro imminente liberazione. Il 18 di luglio la separazione dal desiderio di vita di Rossella Urru, Enric Gonyalons e Ainhoa Fernandez è finalmente finita, potranno così tornare a fare ciò che vogliono. Ora, a dire la verità, non mi importa stabilire se e come questa liberazione sia avvenuta, in che modo lo Stato italiano abbia provveduto o meno. Non mi interessa e non lo trovo prioritario. La gioia non andrebbe mai spartita con le analisi (spesso quasi ossessive) di ciò che è accaduto dietro le quinte, se cioè vi sia un giallo a cui dovremmo prepararci. La gioia, lo ripeto, non andrebbe mai spartita; si tiene stretta e se ne fa tesoro, le si permetta di covare insomma – una volta tanto. Così, al di là delle felicitazioni fuori misura come fosse la protagonista di una serie tv, e al di là delle moraleggianti segnalazioni secondo cui questa giovane donna dovrebbe rappresentare l’Italia migliore o cosette similari che mi è capitato di leggere, dico solamente che gioisco molto per la resistenza dimostrata da lei e dai suoi compagni spagnoli. Dico che non me ne importerà nulla anche in futuro di stabilire cosa e come non abbia o abbia funzionato. Rispondo anche a “quelli che sono felici del suo ritorno così si comincia a parlare di altro”: questo snobismo non mi appartiene soprattutto quando ci sono di mezzo donne e uomini in carne e ossa. Se si avverte stridore nella partecipazione accorata per la prigionia dei tre cooperanti si fa prima a decidere di non intervenire affatto, oppure si deve sempre dire qualcosa di “anticonformista” perché un tantino antipatici e distruttivi nei confronti della gioia condivisa pensate di essere più intellettuali? E ribatto a “quelli che collocano nella parte migliore del paese la fermezza di una donna che segue il proprio desiderio”, dicendo loro che non c’è bisogno di affrettarsi sempre a promuovere elenchi e classifiche di eccellenza; ci sono numerose persone che, nelle proprie singole esistenze, sono già ben straordinarie anche senza che nessuno mai ne sappia alcunché, e che non passano per filtri morali di buoni e cattivi esempi. Le intenzioni di Rossella non sono diverse da quelle che hanno mosso Vittorio Arrigoni, né da quelle delle migliaia di donne e uomini che in questo momento lavorano lontane da casa o che sono stat* uccis*, di cui non si conoscono i nomi e mai si conosceranno. Sentirsi vicini a Rossella Urru e ai due cooperanti spagnoli ha significato per questo blog vegliare con il pensiero sulla possibilità di un loro ritorno ai desideri di libertà e giustizia. Per questa ragione oggi, a distanza di due giorni dal rilascio, Gliocchidiblimunda riacquista la propria testata fino ad oggi dedicata a lei. Non c’è più ragione di prestarle simbolicamente gli occhi, perché lo sguardo che ho visto l’altra sera mi è sembrato il più arioso, seppur dolente, che si potesse sperare di incontrare. Con l’augurio per Rossella, dopo essere tornata a riabbracciare in terra sarda la propria comunità, di fare ritorno alla sua famiglia più grande: quella della cooperazione internazionale.

[alessandra pigliaru]

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