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La storia è questa: il Comune di Siligo vorrebbe intitolare una via a Julia Carta, vissuta proprio nel piccolo centro sardo e processata tra il 1596 e il 1606 per due volte dal tribunale dell’Inquisizione in quanto strega. Ma è appunto per questa ragione, per la definizione (voluta da altri) che connota la vita di Julia Carta che la prefettura di Sassari nega l’autorizzazione alla dedica, con riferimenti superstiziosi e strampalati che lasciano attonite e abbastanza sorprese. Il rifiuto muove proprio dalla stregoneria di Julia che, in quanto frequentante giri oscuri, potrebbe essere di cattivo esempio; in più, proseguono, non si tratta certo di una martire ma di una truffatrice (sic!). La considerazione appare abbastanza ambigua e inutile soprattutto da parte di una prefettura che dovrebbe invece conoscere in che modo molte donne siano state messe a tacere dalla violenza torturatrice dell’Inquisizione. Per esempio. La caccia alle streghe fu un periodo talmente buio e ignobilmente mascherato da processi al limite del ridicolo che faccio fatica a comprendere come si possa ancora oggi rubricare la strega come colei che darebbe un esempio sbagliato. Ha ragione dunque Claudia Zedda che dice di sentirsi offesa in quanto donna e, aggiungo io, come donna che non accetta più l’arroganza oscurantista di un “potere” che legge nei saperi delle donne una specie di iattura insidiante. Noi stiamo da un’altra parte, signori. Tuttavia resta intollerabile e inaccettabile una “motivazione istituzionale” di questo livello proprio perché non la dice tutta fino in fondo e cioè che dei saperi delle donne come quelli di Julia Carta non sa che farsene e anzi ci rinuncerebbe volentieri. Per inciso poi, in un tempo come il nostro macchiato da un femminicidio costante inaudito e dilagante, il fatto che non si riconosca nella caccia alle streghe un tentativo inaudito di eliminazione ed epurazione delle libertà femminili tutte giocate sul corpo mi pare ancor più grave. Grave e indecente se si considera che la cultura contadina in Sardegna e il germogliare delle piccole comunità hanno avuto guadagni notevoli dalla presenza di donne come Julia Carta, votate alla guarigione e al benessere prima di loro stesse e poi della comunità di appartenenza. Ma forse, ancora una volta, quel che preoccupa è che oltre all’aspetto perturbante di Julia le si possa attribuire (a lei come alle molte altre donne giovani e meno giovani rinchiuse e bruciate) un posto nel mondo che non sia solo l’incubo dell’inadeguatezza della ragione. Cosicché, come ricorda Luisa Muraro in un illuminante libro dal titolo La Signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, non si condannano le donne per la loro inutilità sociale bensì perché “Quando ci sono rivolgimenti sociali, grosse modificazioni, rivoluzioni, le donne tornano a fare problema”. Le streghe, spesso luterane (come nel caso della nostra Julia Carta) erano figure dissonanti? Certamente sì, se la misura resta quella di un ordine ignobilmente a senso unico. O forse potremmo dire che l’unico moto dissonante fu quello di un tribunale dell’Inquisizione che si installò in una cultura già liberata e salda invisa a posizioni religiose piegate al controllo e alla tortura. Tortura che si badi bene, come in tempi più recenti, ha tutto il sapore di una vendetta lenta e esatta verso soggetti divergenti che vanno contenuti.

Pensiamoci. E pensiamo bene cosa avrebbe risposto la stessa Julia Carta al disconoscimento del suo sapere da parte di una istituzione. Forse non gliene sarebbe importato granché, o forse avrebbe guardato in faccia il proprio giudice e avrebbe riso dell’inettitudine di una cultura che, ancora una volta, non riconosce la pratica della libera espressione delle donne come guadagno irrinunciabile. Forse avrebbe aggiunto: siete ancora fermi nella paludata indicazione morale dei vostri insulsi principi. Ma il mondo è grande – oltre che terribile – e spesso insegna la gioia, come i saperi delle donne che rispondono non al potere ma all’imprevedibilità della loro comparsa e fanno memoria. E sono convinta che Julia Carta non si cruccerebbe di tanta ignoranza, in fondo chi ha assistito alla propria morte per mano sconsiderata e violenta non ha da reclamare più nulla. O forse si? Magari si aspetterebbe che le donne (e gli uomini) che non sopportano ingiustizia tengano a mente che la nominazione è già un gesto simbolico e politico importante. In tal senso Julia è memoria che ci riguarda anzitutto, perché la Sardegna è una terra di libertà e non si appassiona di cadaveri inoperosi e ingombranti – facciamocene una ragione – come accade per molta cultura ufficiale che, tra l’altro, già domina la maggior parte delle nostre strade e vie e che, immaginiamo, la prefettura di Sassari vorrà sostenere con dediche ulteriori ai più gloriosi padri e ai fratelli della patria. Beh tanti auguri.

(alessandra pigliaru)

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si veda in proposito e per intero il bell’intervento di Eugenia Tognotti apparso oggi su La Nuova Sardegna

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