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Da tanto tempo, ormai, vivo circondata da una grande e limpida quiete. Lontano da me, la vita, i crucci, le spartizioni e gli affanni continuano il loro corso, e se mi fermo ogni tanto un attimo a osservare tutto ciò, mi riempie di stupore la curiosità infantile con cui gli uomini che vivono adesso si sforzano d’indovinare che cosa potrà loro accadere domani o dopodomani. Ed è un pensiero singolare che i fatti di oggi risultino, per i giovani, altrettanto nuovi e appassionanti come lo sono per me quelli di trant’anni fa. Col mio senno di oggi, sono ormai convinta che le diverse ambizioni e i cambiamenti nella vita della gente si possano attribuire in gran parte al loro impulso di giocare. Come il bambino che dice: gioco a mamma e papà, al negozio, al mare in burrasca – così anche l’adulto scivola man mano nei diversi ruoli fino a rappresentare, di volta in volta, l’ambizioso, il diligente, il frivolo, l’appassionato o il risentito. Bisogna pur riempire il tempo con qualcosa; bisogna pur convincere noi stessi che alcune cose, per qualche tempo, hanno la loro importanza. Perché altrimenti ce ne staremmo seduti lungo la via con le mani in mano, e forse l’unica cosa naturale da fare sarebbe proprio questa – tutto il resto, forse, non è che un tentativo di darci importanza per gettarci fumo negli occhi. Tuttavia, bene o male, finiamo per svolgere uno dopo l’altro tutti i ruoli che ci siamo attribuiti. Però non accade come nelle storie fatte ad arte, quelle che si svolgono su un palcoscenico, dove le intenzioni di un personaggio principale determinano anche quelle di tutti gli altri; nella realtà, ciascuno funge da protagonista per se stesso e nessuno è disposto ad assumersi un ruolo di secondo piano – ognuno gioca per proprio conto e in favore di sé. E da qui nascono quelle complicazioni, tanto varie quanto accidentali, che suscitano in tutti noi un così infinito interesse fino a quando dura il gioco. Chi è innamorato e di chi, con chi si sposa, quali sono i principi che inculca ai suoi figli, qual è il posto che vuol conquistarsi nel mondo, per che cosa combatte, e in che modo, infine, verrà eliminato dal gioco. Quando poi si sia portato a termine tutto ciò che le nostre forze e la nostra vita in genere ci hanno permesso di realizzare, allora, se ci restano ancora un paio d’anni tranquilli da trascorrere, possiamo anche metterci l’animo in pace.

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Sentivo che il sangue della mia stirpe fluiva ancora immutato dentro di me. C’era soltanto una piccola differenza: io tenevo in considerazione, prima di tutto, le arti femminili. Mi succedeva ogni tanto, in piedi davanti allo specchio, di spiarmi a lungo. Seguivo con lo sguardo la curva mobile e insolita delle mie labbra; le narici, sottili e vibranti, sopra le quali la dura linea aquilina ereditata dai miei padri s’addolciva e si assottigliava; una scura e indomabile capigliatura di strega incorniciava il mio volto con una cascata di riccioli capricciosi; e con i miei occhi, di questo ero certa, potevo raggiungere tutto quello che volevo.

[Margit Kaffka – Colori e anni, La Tartaruga 2011]

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Margit Kaffka scrive questo straordinario romanzo nel 1912, pochi anni prima della sua prematura morte, a soli 38 anni. La sua scrittura ci consegna il ritratto non semplice di donne vocate al desiderio di indipendenza e emancipazione attraverso gli anni dolenti della esclusione; le figure che vengono tratteggiate sono di una grazia infinita dolorosa e tenace e rappresentano, a pieno titolo, un gesto di significativa e potente autocoscienza. Così in Colori e anni, la protagonista Magda Pórtelky, arrivata alla soglia dei cinquant’anni, ripercorre la propria vita e racconta un percorso di chiarificazione attraverso il grimaldello dell’autenticità, quella che prima di ogni cosa, si deve a noi stesse; le contraddizioni le gioie i rifiuti e le scoperte sono solo una piccola parte della costellazione interrogante di Magda. Estremamente limpida e appassionata, esattamente come appare in queste righe tratte dal suo capolavoro (accompagnato da molti altri libri altrettanto belli), Margit è considerata ad oggi una delle più importanti e originali voci della letteratura ungherese. E io l’ho amata da subito, profondamente.

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