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L’ordine del cuore è una menzogna. Sta nella mancanza di criterio la sua inoppugnabile risorsa, ed è perciò che – fragile – si sa mescolare con la carne del mondo restandone definitivamente segnato e sollevato. Non vi è alcun ordo, piuttosto un esilio che lo riconduce dove non avrebbe voluto sostare così a lungo. Probabilmente. Un continuo altrove che è uno spirare e un soffiare verso una terra sconosciuta che franta viene meno. È un esilio bambino che rammenda e cede il passo senza posa. Rammenda e si rialza. E infuria anche, claudicante e cavo. Esiste invece un sapere che ha territori profondi e che si radica nell’anima tutta. Non si può stabilire il luogo esatto del principio perché pervade. Quel sapere raccoglie il desiderio anarchico e ne sa fare vaticinio. Raccoglie ed è raccolto (dal)lo sparpagliamento del cuore giacché ne segue le irrinunciabili traversie. Presagio terreno e chiarificazione verticale, il sapere dell’anima sovverte ogni induzione imposta. Rappresenta la scelta di incamminarsi per la via del ritorno approssimandosi al desiderio, al suo perimetro – per fare casa. Produrre attorno a sé sintomi di gioia disinnesca gli stratagemmi e le inservibili adesioni ad assetti non propri. Così il cuore ha le sue ragioni che la ragione conosce benissimo, semplicemente le vorrebbe neutre. Possibilmente adatte e relegate in un orizzonte dicotomico e di scarto. Il cuore invece è occhio e centro. A lui non si confà nessuna tonalità tenue, si veste invece di stoffe sudice per poter mimetizzare e dissimulare fino a cambiare stato nei sensi. L’ordine del cuore ha finito di assediare e può essere collocato nel suo senso didentro: una dimora che serba orazione ambivalente e propizia, oppure una soglia taciuta e impunturata di spasimi.

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