Tag

, , , , ,

M. Antonioni _ Deserto rosso

Bateson lo chiama “double bind”, inteso come doppio legame o doppio vincolo. Si tratta, in poche e maldestre parole, della situazione in cui uno stesso soggetto emette due messaggi che si contraddicono l’un l’altro. Ne parla tuttavia in capo ad una condizione patologica (come nel caso della schizofrenia); porta l’esempio di un’autorità genitoriale, per esempio un padre che invita il figlio alla disobbedienza: criticami, sei libero di farlo. Mentre tutto il corpo, tutta la parte non-verbale, dice il contrario, cioè vieta quella stessa disobbedienza. Nel capitolo dedicato a psicanalisi e familiarismo ne L’Anti-Edipo, Deleuze e Guattari allargano opportunamente il discorso intravvedendo una situazione edipizzante in capo al double bind, una situazione più corrente di quella descritta da Bateson; una formula relazionale che abita la società tutta insomma entro cui lo schizo è l’unica possibilità di sfuggire all’oscillazione perenne tra l’identificazione nevrotica e l’interiorizzazione normativa. Tuttavia, a partire dalla traduzione che viene fatta di double bind da parte di Deleuze e Guattari si possono aggiungere alcune considerazioni di carattere empirico; solo recentemente infatti ho potuto riflettere, grazie ad una chiacchierata illuminante, sulla pervasività del concetto e mi sono detta: caspita, mica avevo immaginato che  eliminandone il carattere patologico il doppio legame fondasse le relazioni umane tutte, a diversi livelli. Double bind  nell’Anti-Edipo viene segnato come doppio vicolo cieco ovvero un orizzonte sclerotizzato e senza sbocchi; le bocche – appunto – non sono aperte alla possibilità di relazione ma si rimandano lo stesso doppio messaggio, interno segreto e chiuso. Vincolo e vicolo, non una mera questione linguistica ma una composizione che andrebbe riconosciuta. Nel vincolo vi è infatti una promessa che il soggetto, non necessariamente un genitore, ha reclamato prima di emettere il messaggio; ovvero i vincoli stretti lo diventano quando in gioco c’è qualcosa di importante, di carattere sentimentale nel qui e ora o semplicemente di carattere reminescente nel prima o mai. In nome e per conto di quel vincolo si commettono le peggiori atrocità di carattere relazionale: ci si insulta, ci si depotenzia e – soprattutto – ci si neutralizza vicendevolmente, nel risultato. Non è presente in alcun modo la struttura vittima-carnefice ma una tacita alleanza secondo cui ogni cosa va riposta esattamente all’altezza della promessa mancata che determina da un lato il vincolo e dall’altra l’assoluta libertà di riprendersi qualunque cosa vista la fallita restituzione. In generale, chi mette in atto questa strategia comunicativa lo fa inconsapevolmente soprattutto nei rapporti affettivi. Nonostante l’inconsapevolezza si arriva ad un vicolo cieco; uno doppio però e per questo più rischioso. In questa modalità le risposte possono essere almeno due: la fatica di posizionarsi nell’ambivalenza desiderata dal richiedente o il silenzio. Nel primo caso le porte si chiudono alle nostre spalle, si accetta supinamente di stare in un guado e da lì – in una sorta di palude definitiva – non si esce più: siamo alleati e per questo già vinti. Nel secondo caso, ovvero il silenzio, il meccanismo viene invece guardato a distanza e può essere utilizzato; nel silenzio della riflessione infatti, in quella somma e proficua contemplazione della relazione, ci  si accorge di uno spazio comunicativo differente; uno spazio che non ha pareti né orizzonti stagnanti. Quello spazio è come un respiro profondo; un’attesa che disfa il vincolo e trasforma il doppio legame in una trama finalmente decifrabile. È in quel momento di sottrazione che ci renderemo conto di come quel duplice vicolo cieco si nutra delle nostre stesse carni, che parlino della presenza o delle sue vestigia poco importa. Nella sottrazione quel che viene meno può essere l’illusione della nostra interezza, per esempio – e sarebbe già un ottimo punto di partenza. Nella sottrazione si può scegliere anche di tagliare le radici e piantarle da un’altra parte. Recidere e seminare ma questa volta non il soggetto (che si è agitato già abbastanza tra il pensare e il sentire) ma l’opacità della relazione. Ad ognuno dei due soggetti verrà restituito il proprio desiderio. E questa volta sarà chiarito, magari sentito e pensato, e soprattutto praticato in altro luogo. Certo non più in nome e per conto di terzi (che siano esistenti o fantasmi). Perché i vicoli ciechi hanno necessità di essere illuminati il più possibile. E le porte bisogna spalancarle, in special modo quando ci è stata tramandata la loro costruzione da qualcuno che non ricordiamo bene chi sia.

[alessandra pigliaru]

Annunci