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Il nuovo libro di Alberto Masala, volumetto bello e prezioso, è costruito intorno a quattro colloqui che si dipanano lungo vent’anni di attività artistica poetica ma soprattutto etica e politica dello scrittore.
Non si tratta di semplici conversazioni, piuttosto ciò che preme segnalare è il carattere di autobiografia intellettuale che ne viene fuori, ponendo l’accento su diversi urgenti e cruciali temi della contemporaneità che Alberto attraversa con la sua personale vicenda intellettuale. Non a caso, secondo me, viene scelta la forma del colloquio per discutere sull’arte e sulla poesia, credo vi sia un intento di reciprocità e di restituzione profonda nei confronti dell’altro, per mettere a tacere l’Ego e occuparsi invece di quella trasmissione della memoria che resta materia vivida e pulsante e che va coltivata e declinata nelle forme dell’agire.
Le Geometrie di libertà si possono da subito vedere nel loro stesso comporsi e contrapporsi: dalle forme irregolari e atipiche e al contempo salde e fiere che si desidera condividere a quelle ingabbianti e mortifere del controllo sociale. Geometrie come possibilità di irriducibile desiderio e schemi coercitivi tesi all’ispezione del soggetto.
Si dovrà pur smontare il meccanismo per dirsi liberati, o no?
Oppure liberati lo siamo già ed è sufficiente dirsi liberi in presenza?
Ecco che questo libro propone non soluzioni facili ma opportune domande; anzi le ri-propone proprio perché si posiziona nel territorio già solcato dalla memoria in cui si riconoscono diversi e insostituibili interlocutori: da Lucrezio a Deleuze, passando per De­bord, Burroughs, Benjamin, Foucault e Bauman.
Prima di tutto un libro di condivisione, questa di Alberto ci appare un’operazione interrogante e generosa che andrebbe discussa e meditata con calma. Si assiste alla fucina creativa di un poeta tradotto in diverse lingue e, per scelta, abitatore dei margini intesi come fertili interstizi in cui potersi dire felice. Margini che vanno guadagnati quotidianamente e che sono forse il rimedio per cominciare a disinnescare le forme sociali asfittiche e indigeste del come si deve, perché si deve. Non vi è invece alcuna responsabilità che passi per un ordine indotto e stabilito dall’alto, bensì dall’Altro inteso come relazione e sguardo che racconta dell’intero: un posizionamento etico che si schianta a capofitto sullo sforzo morale segnandone l’inganno al quale siamo destinati se continuiamo a restare seduti. Ci si immagina una postura differente che ci si sollevi da quella sedia e che ci permetta di guardare al mondo senza mediazioni; un mondo e uno spazio che non va reclamato ma meritato, questo sì.
Quel che soggiace e che trapela è l’intendimento anarchico del proprio affermarsi, intendimento che si mostra fin da subito desiderante e che fa della poetica prima di tutto una scelta per potersi dire testimoni di Coscienza, Fortuna e Sguardo. Ecco, l’intuizione è una combinazione di questi tre elementi. Coscienza come modalità di analisi, fortuna come inciampo nelle cose, sguardo come capacità di vedere.
L’arte in tal senso consente di avere gli strumenti per coltivare e dunque praticare l’idea di libertà, per tracciarne i segni e per dirci osservatori di quella stessa libertà; che sia sognata simulata o smarrita importa in seconda battuta; è la modalità della sovversione che invece deve essere sempre tenuta presente; significa, per dirla con Artaud, che vivere è superare sé stessi sottraendoci per scegliere l’altrove (che non è mai un luogo immaginifico ma il qui e ora). I risultati più letali sono quelli che capitarono in sorte ad un Van Gogh, per dire, come suicidato della società.
E sul termine società Alberto si sofferma molto e in più punti. La società che riconosce l’artista, le forme di controllo sociale che invece lo vorrebbero zittire, l’arte sociale che si svolgeva negli anni ottanta al No wall (o anche Now all) di Bologna. L’arte e la poesia si pongono nei confronti della società come i grimaldelli per sovvertirne il senso, per smascherarne il giogo infernale; non si tratta di stare appesi ad un antagonismo acritico e incapace di comprendere dove stia il mondo perché troppo preso dall’immobilismo, si vuole invece ribadire con forza l’esistenza dissidente. In tutto ciò non c’è prescrizione verticistica che tenga, Alberto Masala è un poeta incivile e fuorilegge, per sua stessa ammissione, e del tutto inservibile, aggiungo io. Inservibile alla maniera di Bataille, come lo sono tutti i poeti e gli artisti; inservibili perché non servono appunto nessuno e niente e non si possono affastellare come merce di scambio; l’arte, così come la poesia, sono piuttosto nervi scoperti, resti non riciclabili né manipolabili; svettano, eccedono e in questo senso non servono; esattamente questo carattere pone la loro essenza in una perpetua rivolta, non si lasciano piegare. O almeno non dovrebbero. Così Alberto rifiuta di essere ascritto alla poesia civile se quella civiltà significa aderire ad un modello che necessita il consenso e l’adesione ad un modello culturale imposto. L’arte invece non ha stato; ha piuttosto spazio che viene già conquistato prima del gesto creativo e che non parla di libertà ma di liberazione; di qualcosa cioè che è già avvenuto. Il posizionamento etico è da un’altra parte, sta all’altezza della testimonianza, del crocevia a picco su se stessi: una vertigine a cui prestare attenzione e che non crede negli assoluti ma si pratica nell’autenticità, in quella pretesa di verità che resta come un diritto allo smascheramento che un po’ tutti, artisti poeti e non, dovremmo saperci concedere.

[Alessandra Pigliaru]

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