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Le Mirador. Mémoires rêvés fu pubblicato per la prima volta nel 1992 da Presses de la Renaissance. Da subito venne considerato con una certa attenzione dalla critica perché la biografia di Irène Némirovsky rappresenta un testo di grande valore sia letterario che simbolico. Diciannove anni dopo la sua comparsa in Francia, Mirador, curato con dedizione da Cinzia Bigliosi, viene pubblicato per Fazi, tradotto da Maurizio Ferrara e Gennaro Lauro e corredato da una prefazione e intervista di René Ceccatty. Certamente più di un mero esercizio di scrittura, il volume di Élisabeth Gille figlia minore di Irène, si impone come una dirompente storia familiare tesa al riconoscimento sia della propria madre, strappata prematuramente all’affetto delle figlie e a questo mondo, sia di se stessa. La dedica in apertura ci posiziona in quel territorio di relazioni che Gille dipana con raffinatezza: A mia sorella, la memoria dolorosa. Ai miei figli, la vita. A Nataša, il legame. Decidere di compiere un viaggio verticale come questo significa sovversivamente rivoltarsi alla sciagura della dimenticanza e contemporaneamente pronunciare un doppio si: alla verità della propria infanzia, quella con cui presto o tardi si devono fare i conti, e alla storia, quella di chi riesce a osservarla anche dal di fuori. Ciò non determina tuttavia un’apologia di ciò che è stato e nemmeno un’ingenua ipotesi di riconciliazione con il mondo dell’aldilà, illuminato spesso da una luce fin troppo indulgente verso contraddizioni e inquietudini. Si tratta invece di un corpo a corpo con l’eredità imprescindibile di una madre e scrittrice straordinaria convocata dalla propria figlia in una biografia avvincente che si legge tutta d’un fiato. Veniamo a conoscenza della vita intera di Irène che, attraverso la voce di Élisabeth, aiutata nella ricostruzione storica dalla sorella maggiore Denise Epstein, viene descritta e immaginata in prima persona nella pienezza della propria esistenza. Ne seguiamo la cartografia attraversando anche noi gli spostamenti dall’Ucraina alla Russia fino in Francia, a Parigi, attraverso la Finlandia per giungere alla drammatica vicenda della Shoah che coinvolgerà e segnerà definitivamente la sorte di Irène e del marito Michel. La biografia è anche l’occasione di accostarsi alla gestazione dei grandi romanzi ma soprattutto di appunti e riflessioni inedite della scrittrice ucraina. I capitoli sono inframmezzati da brevi pagine di diario di Élisabeth che nell’ottobre 1991, poco prima di licenziare il volume, conclude: La bambina non lo è più da molto tempo. Alla sua età potrebbe essere la madre della propria madre, che ha trentanove anni per l’eternità. Ha compiuto il lungo viaggio e rievocato l’irrevocabile. Ora dice a se stessa: «A partire da questo limite, nessuno, nemmeno le sue figlie, può seguirla». E lascia parlare la Storia. Nel 1942 Irène perde la vita ad Auschwitz in seguito ad un’epidemia di tifo mentre Élisabeth scompare quattro anni dopo la pubblicazione della biografia. Le sferzanti, commoventi e imperdibili opere di Irène Némirovsky, da Suite francese a Jezabel, da David Golder a Il vino della solitudine insieme a molte altre, stanno avendo solo in questi ultimi anni la circolazione che meritano anche in Italia.

[recensione a cura di Alessandra Pigliaru in Leggere Donna n° 154 (gennaio-marzo 2012)]

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