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[grazie a Ida Travi per l’ospitalità nella sua rubrica e a Poesia 2.0]

Michal Rovner

[di Alessandra Pigliaru]

La parola che soffia

Oralità e scrittura sono sorelle tra loro e figlie di un’unica lingua, quella materna. Unica perché originaria seppure mai detta una volta per tutte e – anche se – matrice del due. Mai simile e assimilabile in dispositivi sperimentabili e ripetibili, la lingua materna rappresenta la parola incarnata. Oralità come voce, suono primario, gesto inservibile che fa arretrare la morte incalzante del logos: vertice neutro che propone separazione e sparizione. Scrittura come segno e corpo che racconta il suono, ne prende le vesti, proprio come accade tra sorelle quando la più piccola afferra in prestito l’abito della più grande. C’è un corredo familiare fittissimo che si dipana attraverso la lingua della madre, un orizzonte che è una vertigine entro la quale la ripetizione non ha udienza; e non perché la parola debba essere detta una volta per tutte ma proprio per il carattere della trasformazione in divenire di ogni parola. Dalla voce alla scrittura con un gesto, anzi un conato. Quel gesto si fa nutrimento – e nocumento – inscritto in ogni essere che viene tratto al mondo, non più gettato dunque come cosa tra le cose ma tratto e attratto come agire autentico che riconosca una soggettività libera e priva di autorizzazione al dire. Una soggettività che si affida, piuttosto. Essere-tratti alla dimenticanza ma anche attratti al proprio vero sé che è un due, epifania che apre al terzo. La voce e la scrittura discutono della lingua, del tramandare e del trapasso ma soprattutto ci riferiscono una narrazione differente: quella del respiro, la cifra comune infatti è proprio il respiro inteso anch’esso nel suo doppio volto di inspirazione e soffio. Il primo e l’ultimo, insieme ad uno spirare intermedio che avverte dell’accadere. È precisamente all’altezza di quell’accadere in presenza che ha luogo la poesia. Il varco tracciato dalla parola poetica ci tiene saldi e ci strattona in regioni di desiderio che non avevamo inteso da tempo. Da un tempo antico, dal grembo di una promessa tradita. È sempre nel respiro che la frattura tra oralità e scrittura si fa più evidente. Nella voce infatti il ritmo viene spiegato dal respiro. C’è una numerologia precisa, una mantica del corpo-in-voce che ha restituito – e restituisce – una parola poetica forte, liberata e soprattutto incarnata – non più neutra. Una scansione del dire che prescrive un ordine originario che è quello della lingua materna, un ordine capace di farsi corpo-che-canta. In effetti, a ben guardare, nell’apertura al mondo nessuno di noi ha potuto prevedere la mancanza di ripetizione, non ne siamo colpevoli. È invece nell’apprendistato, in quell’ora debole, che si trasforma il respiro in un’altra trama, una genealogia di risacche e di corpi sottratti al tacere. Se, come ricorda Ida Travi ne L’aspetto orale della poesia, nel passaggio tra oralità e scrittura si traghetta necessariamente un trauma, aggiungerei che è proprio nell’ambivalenza del respiro e nella piega che esso assume – taglio tra voce e parola – che riconosciamo un dettato inaudito e inesplicabile altrimenti. Una confessione di qualcosa che frange ma che attraversa, come un affidamento. È il respiro a condurci in regioni di desiderio in cui si puntellano presenza e mancanza. Il rintocco del dire come il conto delle dita. Il rintocco del verso come quello della parola.

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