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Heiner Müller :: La macchina Amleto / Die Hamletmaschine

Maldoror Press, gennaio 2012
Collana Quod te destruit te nutrit #05
Titolo originale: DIE HAMLETMASCHINE (1977)
Prima assoluta: Théatre Gérard Philipe, Saint‐Denis (Francia), 1979.
Traduzione: Karl Menschengen
Postfazione: Alessandra Pigliaru
Copertina: Andrea Lecca

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potete scaricare l’ebook gratuitamente

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dal testo:

«Rompo la mia carne sigillata. Voglio abitare nelle mie vene, nel midollo delle mie ossa, nel labirinto del mio cranio. Mi ritiro nelle mie viscere. Prendo posto nella mia merda. Da qualche parte ci sono corpi fatti a pezzi perché io possa stare nella mia merda. Da qualche parte ci sono dei corpi dilaniati perché io possa starmene solo col mio sangue. I miei pensieri sono ferite nel cervello. Il mio cervello è una cicatrice. Voglio essere una macchina. Braccia per afferrare gambe per camminare nessun dolore nessun pensiero.»

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dalla postfazione:

«Ofelia è il corpo senza scempio. Possiede i nomi non suoi ma dai quali è stata generata. Lei e Elettra sono fatte della stessa carne. Ofelia per Müller non è la donna amata da Amleto, è più una sorella incestuosa che cova la restituzione del maltolto. È Lady Macbeth e insieme il coro delle Erinni. Ofelia è la vendetta compiuta senza risentimento. Lei è la voce del rimosso, di una botola lontana che riferisce non del suo stesso abbandono ma del taglio che si appresta a concludere. Il mare profondo è una rimanenza abissale, il desiderio di morte che sopprime ciò che non ha più alcun utilizzo. Ofelia è l’autenticità di chi scaglia la propria mano su di sé e decide come agire. Ne ha facoltà. (…)
Ed è sempre Ofelia che dà parola a Elettra. Che scatena l’ira della madre che si riprende il mondo che ha partorito. Ma soprattutto che tesse la genesi di ogni umana passione: nelle stanze da letto, dice, saprete la verità. Se vi capiterà di addentrarvi in quelle stanze, sciocchi e ingenui, con il vostro copione in mano. Via gli uomini, è lei che chiude il dramma mülleriano; lei che da ieri ha smesso di uccidersi e che oggi non calpesta più ciò che è. Perché sa che la vergogna è la manipolazione offerta agli oppressi»

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[grazie a Carmine Mangone e a Donatella Vitiello]

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