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C’è un luogo privilegiato e attento in cui la poesia ha trovato in questi anni il proprio stare; forse sarebbe meglio dire il proprio divenire perché dimorare nella parola è sentirne la verticalità del flusso e, al contempo, accoglierne il profondo e ambivalente medicamento. La poesia non serve, vive in uno stato non reclamato di autentica anarchia eppure di assoluta necessità. La poesia è inutile, non si conforma al mercato e non risente della crisi, sebbene si scambi spesso la sua capacità di detonare il reale con la strumentalizzazione transitoria delle cose. Il vortice è il grembo del mondo in cui sta appesa, da sempre. Non conosce le buone maniere perché lei, la poesia, abita i bordi del mondo e li sa cantare. Uno per uno. La poesia è il luogo del divenire della parola che guarda lo scacco del linguaggio e lo attraversa come nessuna altra forma riesce a fare. La poesia perciò è salvifica? Niente affatto, piuttosto imprevedibile afferra per restituire l’immagine inaudita dell’impossibile in atto: una parola incarnata che spira, tra il non ancora e il non è più, desiderante. In tempi come questi si fa un gran parlare del suo stato di salute quasi come la poesia fosse un’infante che non può badare a se stessa, in una sorta di perpetua richiesta di qualcosa d’altro. Quel qualcosa che si lega più ad uno stato di bisogno è ciò che nella poesia non conta. E non ha mai contato. La poesia del resto non è solo affare dei poeti ma di chi ama la parola e ne avverte trama frattura e desiderio. La poesia appartiene ad una pratica di scrittura precisa e abita luoghi altrettanto precisi. Luoghi privilegiati, appunto,  in cui la parola custodisce il suo stare, luoghi che si dilatano in soggettività generose come La Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta. A persone come lui dobbiamo essere grati, al suo lavoro di cucitura paziente e autorevole riconosco un’efficacia estetica e politica che raramente ho incontrato in rete. I bordi del mondo non sono marginali interstizi, sono piuttosto risorse straordinarie di relazioni e di incontri insperati che solo una speciale attenzione può mettere a tema e far germogliare. E in questi anni la mano e l’occhio di Francesco hanno regalato ospitalità discreta e insostituibile confronto a molte poete e molti poeti. Ma non solo, quella autonomia del pensiero critico, quell’intelligenza caparbia e obliqua del dire la verità, sono state per La Dimora il senso di un percorso che ha contemplato la restituzione di una visibilità e di una parola ritenute essenziali in un sottobosco inesauribile di fonti, bibliografie e opere inedite. In questi anni di apprendistato molte e molti hanno trovato nel blog di Francesco una dimora per le proprie parole e una possibilità di rispecchiamento di decisiva importanza. A Francesco, oggi, desidero dunque che arrivi il mio affetto insieme alla mia personale stima rafforzata da tutte le parole che abbiamo condiviso. Lui, insieme a pochissimi altri, mi ha dimostrato che il progetto di un blog può diventare risorsa culturale e politica delle più appassionate. E a lui, che in più di un’occasione mi ha manifestato fiducia e abitudine alla libertà, vorrei dire grazie. La poesia non salva, non serve ed è inutile e sono esattamente questi aspetti che ne fanno una possibilità di rivolta irrinunciabile per ognuna e ognuno di noi. Senza stato, senza posa e nell’anarchia della carne e del senso, spero che Francesco, poeta contemporaneo tra i più autentici, possa ancora mettere in circolo l’attenzione e la cura nei confronti della scrittura che hanno segnato il suo lit-blog. Perché il desiderio della parola possa continuare a essere esercizio di bellezza, in divenire.

[alessandra pigliaru]

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