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Che Lars Von Trier fosse un regista sopravvalutato lo si sapeva già da un po’ di tempo. Almeno da qualche anno intendo. Ricordo che quando vidi Dogville mi si rivoltarono letteralmente le budella e ripensai anche i suoi precedenti che, devo ammettere, sovrastimai. Ma la giovinezza, si sa, fa commettere errori di giudizio e cambiare opinione, soprattutto quando si trova il punto preciso di avvistamento, è pur sempre salutare. Il Dogma poi, con quel suo strambo decalogo di voto di castità è una pura trovata pubblicitaria, un po’ ci si resta male eh. Dunque sì: de Le onde del destino oggi salvo giusto il dialogo di Bess con se stessa. De Gli idioti non salvo nulla mentre di Dancer in the dark la splendida voce di Bjork. Con Dogville sono invece cominciati gli insulti allo schermo; più o meno all’altezza della scena di stupro per poi procedere, in libertà; prima di tutto, mi sono detta, un misogino del genere non poteva essere umanamente concepibile. Ma misogino sarebbe un eufemismo se non si desse a Von Trier il posto che merita nella ricerca cinematografica contemporanea: un’imbarazzante presenza (anche antropica) che pervicacemente pretende la condivisione della propria malattia mentale. La pretende e la mette in scena con quei simpatici e attraenti teatrini sado-maso che tanto sono necessari ai suoi simili. Ecco la ragione per cui mi sono rifiutata di vedere Antichrist, me lo hanno sconsigliato vivamente per le ragioni di cui sopra; oggi invece, dopo diverse sollecitazioni ho deciso di guardare Melancholia. Mi sono detta: – Dai, sei troppo severa, rischi di sembrare noiosa con questi preconcetti; e se ti stupisce in positivo invece?

Ebbene ho cominciato la visione del nuovo prodotto di Von Trier (film è un impegno estetico ed etico che non può essere certo riferito con facilità all’ultima fatica del regista danese). Due ore e un quarto e per giunta il primo dell’anno. Parliamone. Diviso in due capitoli, Melancholia appare fin da subito un’apologia gratuita della depressione non accogliendone nemmeno lontanamente i rilievi significativi (eventualmente). E così in effetti procede, e non per il titolo che tradisce in qualche modo il carattere e gli umori delle due malcapitate protagoniste. L’inno è una proiezione tutta registica sulla soppressione e, soprattutto, sfibramento di tutte le cose. In questa misticheggiante parabola che parte in pompa magna con un Wagner straordinario ma decisamente fuori luogo, Von Trier compone un ritratto della propria emotività disintegrata, del suo modo di vedere il mondo e soprattutto della sua completa incapacità di intendere e praticare le relazioni. L’inno è ovviamente a se stesso, manco a dirlo, ad un ego spropositato e devastato dalla banalità dei corredi familiari che ritornano incessanti a ricordare a Lars bambino che tante mamme cattive si aggirano nel suo futuro prossimo e che dunque sarebbe preferibile sopprimerle. Meglio se in massa almeno non ci si pensa più. Visto e considerato che non ci si riesce fisicamente con ognuna, perché le mamme cattive si muovono come le Erinni (sono sempre in coro), allora il piccolo Lars chiude gli occhi e si immagina di porre fine addirittura al mondo. I segni dell’apocalisse ci sono già tutti del resto, o forse sarebbe meglio dire i segni della sua personale apocalisse. Cioè se non si fanno i conti con la propria origine, con questo inaudito e impronunciabile corpo femminile (che è sempre materno, pensa un po’) allora appare fin troppo chiaro cercarne l’estinzione. Insopportabile è infatti la possibilità di vivere le vicinanze relazionali come risorse; sono tutte votate allo scacco, alla pericolosità del mancato accesso e del rifiuto. Così in Melancholia, la prima protagonista Justine, da stupenda sposa diventa una specie di vampirizzata d’oltralpe, mediamente distrutta da non si sa bene cosa e famelica al punto giusto tanto da atterrare il primo degli invitati che le capita sotto tiro per poterlo possedere sull’erba. Così, tanto per. Una donna perfettamente esangue e priva di qualunque spessore che ha una sorella apprensiva e una madre ingombrante e che pur tuttavia non si capisce per niente bene cosa abbia di così insostenibile da doversi scrollare di dosso. Il secondo quadro è invece dedicato alla sorella ansiosa Claire, un po’ rincretinita a dire la verità dalla preoccupazione per un pianeta che sta entrando in rotta di collisione con la terra e che la fa stare tanto male. La catastrofe imminente è però piuttosto confusa, ciò che invece appare nella sua disarmante chiarezza è la preveggenza relativa alla depressione (sic!). Cioè Justine in questo caso, la malinconica per eccellenza secondo Von Trier, riesce a prevedere meglio dei pronostici scientifici ciò che sta per abbattersi sulle esistenze dell’umanità e il verdetto è uno soltanto: spariremo tutti perché la terra, lei dice, è cattiva. In un movimento del tutto gratuito ed esteticamente orribile, l’unica cosa che ci si può concedere è quella di restare fermi, inchiodati come siamo in una imprecisa atmosfera da cataclisma annunciato a metà tra la fantascienza e il clima bucolico da casa nella prateria. Chissà cosa rappresenta quel corpo estraneo che attacca tutta l’umanità schiacciandola silenziosamente ma incontrovertibilmente. Credo che vi si possano trovare delle consonanze in una delle prime immagini di Melancholia scelte da Von Trier: quella in cui Justine immobile fissa la videocamera mentre dietro di lei, uno dopo l’altro, cadono stecchiti una miriade di uccelli. Tutto materiale da psicanalisi? Ma no, è solo il piccolo Lars che ha messo in scena un altro dei suoi capolavori.In effetti potremmo augurarci che da qui alla sua prossima idea magari … non dico proprio un pianeta intero ma qualche meteorite consistente possa opportunamente cadergli in testa. Mica per ucciderlo ma per farlo svegliare un po’. Certo, solo dopo il ruttino.

[alessandra pigliaru]

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