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(di Alessandra Pigliaru)

La cura vale per quello che è, una dimensione del buon vivere. L’esperienza femminile ne ha una conoscenza ravvicinata

C’è un malinteso culturale che proviene dall’emancipazionismo da un lato (quando è insuperato poi è ancora più terribile) e dall’adesione mimetica al linguaggio dei dominati dall’altro, che ha fatto assumere alla cura un’accezione scivolosa e decisamente stridente con ciò che essa significa. Dobbiamo al Gruppo del mercoledì (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini) l’aver riportato l’attenzione sull’idea di cura; idea che produce spostamento sia culturale che politico. Idea che, sia sotto il profilo simbolico che linguistico, comporta saper sciogliere un nodo che da troppi anni si avverte con ambivalenza. La cura è un resto, e come tutti i resti eccede e svetta. Questo resto potrebbe essere forse inteso ecologicamente come qualcosa che va smaltito o invece come quell’insopprimibile essenza della relazione? Se metaforicamente lo smaltimento venisse inteso come una assimilazione di qualcosa che si conosce e la riappropriazione prevedesse un rovesciamento, allora potremmo serenamente affermare che queste due operazioni diventano complementari dello stesso percorso. Ci si interroga di tutto questo e molto altro nel documento di apertura ora visibile sul supplemento del n° 89 di Leggendaria e l’urgenza della riappropriazione della cura ci appare in tutta la sua necessaria importanza.

Nel solco dell’interrogazione si apre il bellissimo inserto che raccoglie molti interventi, a partire da sé. Bia Sarasini ricorda come alla cura si possa guardare attraverso la tradizione spirituale e al pericolo di non riconoscere in quelle stesse elementi importanti di spostamento dello sguardo interiore. Così la minaccia di una cura intesa come punizione, come ordine autoritario teso a soffocare qualunque forma di libertà, diventa qualità irrinunciabile per accogliere il lato oscuro delle cose e farlo fiorire attivamente. Sul crinale della cura estetica che deve essere etica e politica incontriamo il contributo di Elettra Deiana che racconta come la cura sia stata ereditata prima di tutto come forma di libertà; fa cenno alla genealogia materna e mi pare di grande importanza sottolinearlo perché molti degli interventi presenti nello speciale sulla cura fanno preciso riferimento alla relazione con la propria madre, una relazione narrata e per questo già politica ma soprattutto una possibilità di dirsi libere di quello sdebitamento madre-figlia (che poi si riverbera in quello generazionale in senso più  generale) che le donne del gruppo del mercoledì evidenziano nel documento di apertura.

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Digressione n° 1

Sulla questione dello sdebitamento si potrebbe discutere a fondo perché è proprio a quell’altezza che si ingenerano e poi prolificano disordini; se la gratitudine cioè della madre nei confronti della figlia (per averla resa madre) e viceversa della figlia nei confronti della madre (per essere stata messa al mondo, senza averlo richiesto), si risolvesse in tempi congrui, forse non si trascinerebbe questo sdebitamento troppo a lungo in un orizzonte di disordine che larga parte ha in alcune relazioni (di tipo gerarchico soprattutto maschile visto che padre e figlia non esperiscono quell’istante fusionale che consente poi una separazione serena); nella mia esperienza credo tuttavia che il disordine che produce uno sdebitamento  perenne che sembra non saldarsi mai, nasca e si sviluppi in un territorio non solo famigliare ma anche politico; accennavo al modello maschile perché quel “conto da pagare” mette in condizione di subalternità costante, certo poi che esiste anche un desiderio mimetico tutto femminile che si fa carico della stessa dinamica autoritaristica e mortifera. Che sia o no consapevole ancora non credo sia facile stabilirlo, almeno a partire da me, seppure vi siano molte riflessioni a riguardo. Penso però di poter dire che il tempo di quello sdebitamento sia la chiave di tutto ciò che viene dopo; dalla possibilità o meno di felicità fino alla mancanza o meno di libertà insieme attraverso una serie di relazioni perpetuamente fusionali e dunque invischianti (ugualmente un problema legato al tempo anche questa volta, che si trasforma in una ripetizione dello Stesso infinite volte fino al cortocircuito o allo sfibramento relazionale). Ciò accade spesso anche sul piano politico. Anche l’orizzonte della cura ha patito di questo disordine e ne soffre ancora quando le relazioni non sembrano accolte come un’occasione generosa di confronto ma come una rivendicazione costante di riconoscimento (da una parte e dall’altra) per nulla posizionato sul piano dell’autorevolezza ma su uno più scivoloso di eternamente figlie genitoriali con poteri vuoti. Mi interrogo sull’eventualità che questo nodo sia uno di quelli che genera maggior distanza e incapacità di comprensione intergenerazionale nella pratica femminista soprattutto sulla trasmissione dei saperi  su cui si è discusso ma non abbastanza. E non so perché.

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Sarebbe riduttivo sintetizzare l’intervento di Rosetta Stella come concernente cura e assistenza; c’è invece un tumulto della lingua, tra sincopi e ariose aperture che pone in essere diverse importanti questioni; quello della nascita e della morte, quello della guarigione e del coinvolgimento emotivo che padroneggia tutto ciò in maniera spesso  ambivalente. Si nasce per morire ma anche, e soprattutto nell’esperienza femminile, per nascere nuovamente. È questo di cui si porta testimonianza. Per nulla secondario appare il tema spinoso della cura nei confronti di chi è al termine della propria vita, tema di cui Stella racconta i precipizi e sul quale soffermarsi maggiormente. In questa modalità credo che il lavoro delle badanti sia fondamentale e preziosissimo (di una preziosità di cui si parlerà sempre di più negli anni a venire).

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Digressione n° 2

C’è un tema su cui la politica dovrebbe dire qualcosa di significativo e importante: le cure palliative. Bisognerebbe dire del malinteso di cura inutile, per esempio. E soprattutto sottolineare quello insopportabile di cura come abnegazione riuscendo finalmente a separare le cose. Bisognerebbe sottrarre quel resto del resto allo smarrimento in cui oggi viaggia l’orizzonte delle cure palliative, soprattutto in Italia. E riuscire a tesserne la doppia storia: quella del quotidiano, con pochissimi aiuti e che attribuisce alle donne in maniera preponderante la cura della malattia, e quello delle leggi, assolutamente insoddisfacenti sul piano della tutela e dei diritti. Declino le cure nei confronti dei terminali perché penso che sia un argomento di cui la politica istituzionale non si occupa abbastanza e perché non penso affatto che la riflessione sull’accompagnare sia ancora stata digerita nel suo valore intrinseco e unico da quante e quanti avvertano questa forma della cura come qualcosa di doveristico e svilente. Ritengo invece ci sia qualcosa su cui discutere sul resto del resto di cui accennavo prima. Il resto del resto interviene nella relazione tra chi assiste e chi è assistito che si organizza diversamente rispetto alla vicinanza con la morte. Questo è un fatto e culturalmente quel resto che è la cura si moltiplica e si complica quando si avvicina a quell’altro resto impronunciabile (e irrevocabile) che è la morte come fine di tutte le cose. Se la riflessione politica non assumerà questo nodo gordiano come uno dei principali su cui dibattere ci troveremo ancora nel territorio scivoloso del rimosso e del tabù. Le cure palliative sono, nella loro accezione etimologica, esattamente l’immagine di Emergence di Bill Viola a cui si fa riferimento nel documento di apertura. Quel velo di seta è il pallio appunto, anche se la declinazione appare spesso impronunciabile legata arbitrariamente alla tradizione religiosa che ci vorrebbe tutte con la sindrome dell’infermiera e di una femminilità di servizio. Niente di più lontano dalla realtà della donna che è già liberata e che pretende altro come nutrimento per sé. Si ha paura di quel pallio ed è comprensibile ma se ne deve parlare per attuare anche qui il rovesciamento e l’appropriazione. Le cure palliative dunque, che andrebbero prima di tutto conosciute e studiate per poi essere distinte dall’eutanasia (con cui moltissime/i fanno ancora una confusione imbarazzante), avrebbero bisogno di maggiore cura appunto, di maggiore attenzione, avrebbero bisogno che qualcuna o qualcuno se ne occupasse; non parlano di futuro ma di memoria, quella della nostra genealogia per esempio che andrebbe salvaguardata e alla quale dovremmo essere in grado di promettere un degno accompagnamento. Il fine vita, che fa parte della vita come le rinascite, meriterebbe maggiore generosità. Sembra invece che venga messo tra parentesi, da parte perché non c’è garanzia di scambio. Quando cioè dalla guarigione viene attesa una restituzione che la morte, evidentemente, non può più dare nei termini previsti da un certo mercanteggiare della sanità.

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Il quarto contributo è quello di Bianca Pomeranzi sullo stretto legame tra cura di sé e cura del mondo con un preciso richiamo alla risposta che deve essere data alla contemporaneità. Importante risulta l’accento posto sull’esperienza di cura nel sud del mondo e la cura come atto salvifico perché creativo. Senza l’intreccio di questo inscindibile rapporto tra cura di sé e cura del mondo si rischia di mettere in pericolo l’alterità stessa. E sulla cifra dell’altro da sé si sgrana il successivo saggio, quello di Laura Gallucci che racconta la gestazione dei suoi progetti architettonici mostrandone l’ideazione e la successiva realizzazione; un groviglio che viene in parte contaminato dalle proprie emozioni, insieme alla capacità di ascoltare accogliere e qualificare il desiderio altrui. Quel di più, spiega Gallucci, è ciò che consegniamo di nostro nella relazione imprevista di cura, quando il resto diventa un guadagno di inestimabile forza. L’illuminante contributo di Fulvia Bandoli muove dalla definizione di incuria che sembra diffondersi in diversi campi del reale; dalla politica alle istituzioni, dalla relazione con le altre/gli altri a quella con il nostro stesso corpo. A questo stato di cose tuttavia Bandoli non guarda con fare vittimistico e disfattista ma propone, con una passione che le riconosco in ogni sua parola e gesto politico, un cambiamento di prospettiva che metta a tema da un lato la “manutenzione” intesa come forma di cura nei confronti sia del territorio che della cosa pubblica e dall’altra parte cerca di spostare il discorso sulla cura come qualcosa che non ha bisogno di riconoscimento e dunque di relativa autorizzazione. Mi pare un passaggio fondamentale perché mette a tema l’espressione della cura rispetto al potere che mostra interesse solo per la propria sussistenza. L’espressione della cura è il primo atto di cura nei confronti della politica, di quella scena politico-istituzionale soprattutto che accusa sempre di più l’incapacità maschile di governare. Lea Melandri si interroga invece sulla cura tra amore e lavoro e sulla buona vita come miglioramento del rapporto tra i sessi. Di particolare interesse per me, e in questo caso a partire da me e ricollegandomi alla digressione n°1 – per dire, è l’intervento di Eleonora Mineo che illumina un punto oscuro e per questo assai attraente: il legame tra il lavoro di cura e il piacere/potere. Il piacere di governare in senso lato e il sottile ma pieno piacere che da esso ne deriva e che è stato taciuto fino ad ora.

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Digressione n° 3

Sulla relazione tra cura-piacere-potere mi sembra ci sia un elemento di unione molto forte. Soprattutto in riferimento ad una suggestione che mi proviene dal testo di Melandri su debolezza e forza (a proposito di forza, sto leggendo un volumetto che si intitola Sensibili guerriere. Sulla forza femminile dove peraltro scrive un bel saggio anche Mineo). Dunque deboli/forti e piacere/potere. Ci vorrebbe una nuova discussione anche qui, cioè all’altezza di queste due coppie inscindibili di idee. Eppure se del primo confronto si è detto tanto, del secondo cioè piacere/potere in riferimento alle pratiche femminili credo si sia detto poco. Forse pochissimo. Mi chiedo se da quel piacere tanto rimosso dalla nominazione politica, per esempio, e da quella relazionale, potremmo invece cavarne qualcosa di buono, anzi di eccellente. Non parlo di piacere nella sua degenerazione (che necessiterebbe un excursus sulla sessualizzazione ma soprattutto sull’erotizzazione delle relazioni che non ho alcuna voglia di affrontare, almeno per oggi e per i prossimi 25 anni almeno) ma di quel singolare e meraviglioso rapporto che si ha con il godimento. Il potere, che è anche qui quello che tira in ballo Mineo, non credo sia ascrivibile alla deiezione nella quale ci troviamo; esiste invece un potere come autorizzazione al fare e al disfare, appunto. La cura come cura del proprio desiderio e del proprio piacere; cosa può esserci di più appagante?

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Il supplemento al n° 89 di Leggendaria è tuttavia ancora più ricco e si articola nella differenza e nel dialogo; così mi è sembrato l’articolo di Alberto Leiss e quello successivo di Liliana Moro nell’approfondimento del Gruppo “Donne e scrittura” della Libera Università delle Donne. E sulla cura analitica si sofferma Laura Storti che racconta dell’esperienza del Consultorio di psicanalisi all’interno della Casa internazionale delle donne di Roma. L’incontro con la cura di sé e del mondo che largo spazio ha nell’intero speciale, è letto con entusiasmo anche da Lorena Zanuso passando per il lungo contributo di taglio storico di Antonella Picchio, chiaro e istruttivo, sul lavoro non pagato dello spazio domestico. Di ampio respiro è l’intervista che Anna Maria Crispino fa a Elena Pulcini, pubblicata nel n° 79 di Leggendaria ma sempre bella e preziosa da rileggere. Così come è importante il lavoro filosofico di diagnosi della contemporaneità che Pulcini porta avanti da anni strettamente legato alla storia delle passioni e per questo ancora più vitale e autentico. Fino al dialogo tra Letizia Paolozzi e Guido Viale, un maschio domestico come riecheggia il titolo che ci mostra l’esperienza di cura maschile, di un uomo tuttavia con una formazione e un vissuto alquanto speciali.

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Digressione n° 4  

Ho letto e preso appunti sul supplemento praticamente redigendo un diario. Ed è infatti nel mio diario, proprio qui, che ho voluto condividere le riflessioni in progress. Si tratta dunque di appunti che andrebbero ulteriormente riordinati. Non mi voglio perdere neanche una virgola, mi sono detta, proprio perché in questo preciso momento della mia biografia la cura è al centro delle mie riflessioni per più di una ragione. Mi sono soffermata qui solo su alcuni punti ma ve ne sono innumerevoli su cui mi soffermerò più avanti. Aspettavo proprio una riflessione come quella offerta dal Gruppo del mercoledì, un’occasione per poter riparlare di cura come di una risorsa inestimabile se la si considera nel suo senso più autentico. Cura di sé, della propria mente e del proprio corpo con il guadagno che questo comporta. Cura come risorsa che bisbiglia l’intelligenza del cuore e la sa mettere a frutto. Cura dunque di cui si sa accogliere l’ambivalenza riconoscendone l’ampiezza e che non dovrebbe farci fermare al retaggio e al linguaggio dei dominati. Cura di una relazione che fonda la politica delle donne, in special modo, e che mi spinge a dire che le voci lette su “La cura di vivere” si moltiplicheranno presto su questo come su altri temi che ci strutturano e che chiedono urgenza e confronto. Concludo riprendendo Fulvia Bandoli sulla questione del pericolo dell’incuria diffusa e dell’unica possibilità che forse abbiamo per dire un doppio si e per riprendere il discorso: il partire da sé, come irrinunciabile e primo gesto di conoscenza e consapevolezza; e la ricerca di un linguaggio che scardini il basso e scadente gioco della manipolazione culturale che vorrebbe tenere per sé la cura come un’esclusiva degradazione ai danni della donna (vittima e tapina in un orizzonte fasullo e distorto); riappropriamoci della cura invece, e questa volta facciamolo con gioia perché è nostra. Pienamente nostra. La cura è delle donne e per le donne qualcosa che non rappresenta la passività di una femminilità di servizio ma racconta l’arcipelago di cui ci siamo riappropriate. Per farlo non si può naturalmente guardare dallo stesso luogo della cultura maschile, non solo lo sguardo ma anche il linguaggio devono mutare per dire di noi. La cura di sé appartiene alla donna (così come agli uomini interessati) non come obbligo imposto ma come capacità di custodire e preservare la parola e la propria differenza. Nel solco di questa differenza infatti ci si può prendere cura di se stesse/i e si possono curare le relazioni. Il pensiero delle donne, in più di un’occasione, ha messo a frutto la riappropriazione del significato primario; insieme a queste ultime stringatissime riflessioni riportate in un post di qualche tempo fa, voglio ri-nominare Mortari – ancora una volta sì:

Se le donne dedicano una parte più o meno considerevole della loro esistenza alla cura lo fanno perché ne sanno l’essenzialità. Il problema sta piuttosto nella mancanza di simbolico. È il simbolico che dà dignità al lavoro di cura, che dà misura, quella misura che manca quando il fare resta muto e non riconosciuto. (Luigina Mortari – L’esperienza della cura – 2008)

Grata per questa intensa lettura e per non aver visto nominato neanche per sbaglio Martin Heidegger (era ora di liberarcene, finalmente), concludo per davvero con augurio: quello di imparare a prenderci cura di noi stesse/i. Perché alle altre/agli altri non ci sapremo mai relazionare pienamente se non sperimenteremo l’alfabeto della cura prima di tutto su di noi, sembra una banalità detta così ma la cura – appunto – vale per quel che è, è una dimensione del buon vivere. Solo dopo potremo esercitarci alla reciprocità.

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