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[a cura di Alessandra Pigliaru]

Mario Giacomelli

Ieri mattina [6 luglio 2011] alle 8 e 30 i carabinieri del N.A.S. hanno chiuso due case private a Sassari dove abitano dei cittadini che vivono l’esperienza della sofferenza mentale e che avevano deciso di intraprendere una convivenza, a loro spese, chiamando a sostenerli, nella loro quotidianità di vita, gli operatori di una cooperativa sociale. Questa convivenza, per la Procura di Sassari, non è possibile in quanto persone con sofferenza mentale, secondo il parere del Magistrato, dovrebbero stare in strutture sanitarie regolarmente autorizzate e in possesso dei requisiti di legge.

Ci domandiamo perché!

Comincio questo post con l’apertura del Comunicato stampa dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica, a firma della Presidente Gisella Trincas.

Il comunicato prosegue ma qui mi vorrei soffermare sulla domanda che viene ben posta; vorrei interrogarmi anch’io e sapere se una società cosiddetta civile e democratica possa permettersi violenze simili perpetrate ai danni di soggetti in difficoltà. È evidente si tratti di una deriva culturale che non tende a dissiparsi, mi dico; deriva, e convincimento radicato probabilmente, secondo cui la cura viene scambiata con la contenzione e, per utilizzare le parole di Maria Grazia Giannichedda (Presidente della Fondazione Basaglia), la protezione per paternalismo. Lo stesso paternalismo che non consente ad una Procura della Repubblica di chiarire bene cosa possa accadere a nove persone che hanno intrapreso un percorso costruttivo quando li si confina – contro la propria volontà – nella casa famiglia più vicina. Chiudendo i loro appartamenti, non avvisando neppure i medici curanti e annullando completamente quanto fino ad oggi è stato realizzato. Quanto è accaduto il 6 luglio a Sassari ha tutta l’aria di un blitz, qualcosa di premeditato da tempo ai danni delle nove persone rastrellate e della cooperativa sociale che ha attuato il progetto di convivenza collettiva assistita. Allora si ritorna alla prima domanda: perché? Come cittadina mi sento seriamente in pericolo di fronte a quanto avvenuto; in pericolo al cospetto ad un’istituzione che – de imperio – e senza nessuna consultazione precedente con gli interessati, entra a gamba tesa nei confronti di un progetto condiviso di convivenza assistita teso a migliorare la qualità di vita di chi entra a farne parte. Mi sento in pericolo perché se è vero che la legge 180 è stata un grande risultato e la sua attuazione è stata – ed è – voluta fortemente da più attrici e attori, c’è un odioso malinteso culturale che non sembra modificarsi ancora: quello per cui i cosiddetti “matti” possono essere ancora trattati come carne da macello, tanto la riabilitazione così come la guarigione non sono possibili – mai. La cura e l’assistenza diventano così dei semplici palliativi nell’orizzonte sclerotizzato di una società sana e matura che epura le differenze perché ne ha paura. La cura e l’assistenza fornite a queste nove persone diventano in tal modo quasi un diversivo, un evento trascurabile e intercambiabile a piacere. Nella totale ignoranza e confusione dell’istituzione dunque, le singole differenze sembrano non avere spessore né qualità. Ecco perché una Procura dopo un esame dei NAS decide di trasferire nove persone da una parte all’altra senza neppure prendersi la briga di verificare la fondatezza delle accuse. Senza chiedere documentazione consulenze e pareri specialistici. Perché se ognuna e ognuno di quelle nove persone non possiede qualità specifiche se non quelle di essere oggetti – e addirittura la colpa grave di essere in difficoltà – un posto vale l’altro. Le stanze tanto sono tutte uguali. Le relazioni di affidamento intessute e coltivate durante questi mesi con le operatrici e gli operatori della cooperativa sociale diventano dettagli che la Procura non riconosce come dotati di senso. I progressi per tentare una vita migliore, inezie non valutabili. Così si è deciso di procedere: nella più totale e aberrante confusione saltando a piè pari sulle vite e le volontà altrui.

Ho incontrato Gisella Trincas (presidente dell’ASARP) e Silvia Pilia (presidente della cooperativa sociale Pitzinnos che da anni è impegnata nel sociale). A loro ho voluto fare alcune domande per capire ciò che mi sfugge.

 *

A.P. Silvia, mi puoi raccontare di che cosa si occupa la cooperativa Pitzinnos di Sassari e in che modo ha preso parte al progetto di convivenza assistita? È stata un’idea condivisa che si avvale di collaborazioni esterne e che prevede una rete di sinergie?

S.P. La coop. Sociale PITZINNOS opera a Sassari e provincia nell’ambito dei servizi alla famiglia, costituita da un’equipe multiprofessionale, che conta oggi 30 dipendenti a tempo indeterminato e 20 collaboratori, con qualifiche che variano tra Operatori Socio Sanitari, Generici di Assistenza, Educatori, Pedagogisti, Progettisti, Consulenti Familiari, Psicologi e Amministrativi. Il 90% degli impiegati sono donne, comprese tra i 30 e i 54 anni. L’ambito operativo è quello dell’assistenza domiciliare qualificata, indirizzata indiscriminatamente a tutte le sfere di intervento comunemente intese: anziani, disabili, malati di alzheimer, malati terminali, sofferenti mentali. Questo ambito si estende anche al supporto delle famiglie nell’informazione e orientamento relativo all’accesso alle risorse ed ai supporti territoriali, al babysitting, ai servizi di accompagnamento. Da due anni a questa parte inoltre, la cooperativa ha intrapreso plurimi percorsi di collaborazione con le realtà che caratterizzano l’ambito delle politiche sociali cittadine come anche nazionali, oltre che con il dipartimento dei servizi sociali, al fine di stimolare la creazione di una rete sinergica d’interventi di in-formazione e animazione sociale. Così nascono i progetti del “caffe dell’alzheimer”, realizzato in collaborazione all’AIMA (Associazione Italiana Malati di Alzheimer) attivo in città da un anno e mezzo; di “sguardo diverso” – approfondimenti di cinema e risorse territoriali – rassegna cinematografica al suo secondo anno di vita, concretizzata con il supporto dell’AUSER, dell’ARCI e dell’ASSOCIAZIONE DEL CINEMA. Plurime sono anche le collaborazioni a tutt’oggi aperte con molte delle associazioni di volontariato regionali e nazionali: ADMS (associazione diabete mellito e celiachia), UILDM (unione italiana per la lotta alla distrofia muscolare), ABC (associazione bambini cerebrolesi), mirate alla formazione di operatori e familiari, come anche della CASA AURORA, del CESIL e delle diverse circoscrizioni per gli inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati. Dalla collaborazione con il CSM è nata l’opportunità di supportare i due gruppi di convivenza nati nel marzo scorso, che abbiamo immediatamente colto, alla luce della nostra totale condivisione dalla visione alternativa per la gestione della salute mentale proposta da Franco Basaglia. Abbiamo avuto la meravigliosa occasione di partecipare all’attuazione di questo prima sperimentazione del progetto ABITARE ASSISTITO alla fine dell’anno 2009, partecipando con familiari, medici ed educatori del CIM di via Zanfarino alla realizzazione di quanto fino a quel momento avevamo potuto solo leggere nei nostri testi o sognare guardando resoconti di città (e società!) altre. Con entusiasmo abbiamo abbracciato le dinamiche di realizzazione di questo progetto, aderendo come operatori socio-sanitari, fornendo cioè ai nostri clienti un servizio di assistenza domiciliare qualificata quotidiana. Abbiamo ricevuto in cambio la possibilità di beneficiare di un percorso di approfondimento professionale ed umano di altissimo livello, di poter dimostrare – insieme a tutti i protagonisti del progetto sopracitato – che ANCHE nella nostra città “SI PUO FARE” !!!!

 A.P. In che modo sei venuta a conoscenza dello sgombero delle nove persone che vivevano nei loro appartamenti e che seguivate con dedizione quotidianamente?

S.P. La mattina del 6 luglio alle ore 8:40. Mi ha telefonato la collega in servizio presso via Savoia per dirmi che i NAS stavano chiudendo la casa e che avevano chiesto che fossi li. Nel periodo dal gennaio al luglio del 2011 gli stessi mi avevano contattato diverse volte, al fine di verificare i contratti di assistenza privata che regolarmente avevo con i diversi assistiti, ma mai – nonostante le mie richieste – avevano parlato della loro volontà di chiudere queste case, ne tanto meno di irregolarità presunte. Dico questo per spiegare come anche per noi è stata una cosa improvvisa e mai pensabile, come un incubo da svegli.

A.P. Cara Silvia, vista la tua esperienza nel sociale, potresti dirmi secondo te perché si è potuto verificare un episodio simile e soprattutto dove si trovano ora le cinque donne e i quattro uomini cacciate/i? Hai notizie sul loro stato di salute?

S.P. I motivi che hanno determinato questi eventi sono molteplici: sicuramente in prima battuta c’è la grande “ignoranza” in merito alle questioni della salute mentale che caratterizza non solo il sentire comune ma anche – e purtroppo – il pensiero di chi le politiche sociali le vive e le lavora ogni giorno. Ma esiste inoltre un fortissimo pregiudizio di base che caratterizza queste politiche, una visione comunemente accettata e condivisa, che vede come ovvio lo scambio tra diritti e protezione, a cui i così detti “soggetti fragili” sono continuativamente obbligati.

Io ti proteggo ma tu vali di meno” questa è la prima lezione che impariamo come utenti, famiglie, operatori, ma anche come donne, minori, migranti, disoccupati, detenuti… E questo è quanto gli eventi del 6 luglio sanciscono inequivocabilmente proprio all’interno delle politiche di gestione sociale e sanitaria della NOSTRA città: qualunque forma di tutela, pagata al prezzo dei diritti, colloca la persone FUORI dal cerchio dei diritti comunemente intesi, dalle dinamiche di riconoscibilità e rispetto. Proprio le modalità con cui è stata gestita la collocazione delle nove persone sgomberate, dimostra tutto questo:

1. nessuno ha pensato di proporre loro un momento di analisi e confronto sul tema, in modo che potessero anche loro esprimersi in merito al che fare di se stessi!

2. i gestori di questa operazione hanno logicamente indirizzato i nove alle strutture protette (di Rizzeddu, di viale Mancini e di Bonorva), attuando così una RI-CONTESTUALIZZAZIONE di queste persone all’interno di una dinamica di assistenzialismo passivo dalla quale stavano faticosamente tentando di emanciparsi da dieci anni a questa parte! La grande sfida non è gravitare innocui negli spazi preposti, ma esistere in qualità di soggetti nell’ambito della società! Citando Maria Grazia Giannicchedda a riguardo: “Se è passato infatti il rifiuto del manicomio, è rimasta in ombra l’altra faccia di quell’idea: la libertà è terapeutica in quanto il suo riconoscimento restituisce, o meglio non toglie, capacità e responsabilità alla persona malata, che mantiene diritto di parola, per così dire, sul “suo bene”, in nome del quale la sua libertà non deve essere ridotta, né la sua dignità offesa o il suo punto di vista ignorato. La libertà terapeutica mette quindi in questione ogni forma di tutela pagata al prezzo dei diritti, ogni “statuto speciale” che riconoscendo una malattia, una disabilità, una minorità collochi la persona malata, disabile, minore fuori dalla cittadinanza”.

A.P. Si è costituito spontaneamente il Comitato A Casa Mia che, oltre a dare solidarietà alle persone offese, si propone di mantenere alta l’attenzione sul problema della tutela dei diritti. Ci sono state già numerosissime adesioni da parte di Associazioni e comuni cittadine/i. Perché è importante l’adesione massiccia ad un’iniziativa del genere?

S.P. Per quanto ho detto prima, perché è davvero tanto ciò che ancora resta da fare per includere nel cosi detto patto democratico chi ne sta fuori o ai margini. Gli eventi del 6 luglio mettono in evidenza come ancora una volta si stia tornando ad attaccare i diritti sociali e di cittadinanza delle persone vulnerabili o escluse, ed è esattamente su questo terreno che dobbiamo interrogarci e rispondere. Sicuramente includere e mantenere tutti – specie i più deboli – nell’ambito del contratto sociale, è un processo faticoso, difficile, che ci obbliga a trasformazioni profonde: culturali, sociali, sanitarie. Ma solo questa puo essere la via: il nostro compito è sdradicare questa percezione classista dei bisogni e delle necessità, o meglio queste modalità borghesi di cura e di tutela. Decidendo insieme al comitato di essere in prima linea TUTTI nella verifica e nel monitoraggio di una corretta ed equa gestione pubblica dei diritti di welfare di TUTTI. E’ importantissimo aderire per dare voce – in maniera forte, inequivocabile e partigiana – a quei nove sassaresi prelevati dalle loro case una mattina di luglio e costretti – da diciassette giorni ormai – ad interrompere loro malgrado la sperimentazione di una vita normale.   

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A.P. Gisella, cosa pensi di quanto accaduto il 6 luglio a Sassari?

G.T. Considero grave quanto accaduto perchè ha disconosciuto il diritto dei cittadini, che vivono l’esperienza della sofferenza mentale, all’abitare in condizione di normalità pur supportati nelle loro bisogni quotidiani (come avviene di norma in gran parte delle famiglie con bisogni assistenziali e nelle convivenze).

 

A.P. Le nove persone sono ora state trasferite a Rizzeddu, nelle strutture della ASL all’interno dell’ex ospedale psichiatrico. A tal riguardo, nel comunicato stampa dell’ASARP da te presieduta si legge: In quei luoghi si può condurre una vita normale? NO! Perché non sono case, perché non sono nel contesto urbano (come prevede anche la normativa sulla salute mentale), perché vi è un concentrato di sofferenza visto l’alto numero di residenti, perché la quotidianità è scandita dai ritmi e dalle modalità organizzative dell’istituzione. Avete avuto un’interlocuzione con la ASL di Sassari rispetto ai problemi che sollevate (da tempo)?

G.T. Solo di recente abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il Direttore Sanitario della ASL di Sassari a cui abbiamo rappresentanto il nostro punto di vista sulle questioni generali riguardanti il funzionamento e la qualità dei servizi di salute mentale sul territorio. Inoltre abbiamo affrontato la vicenda dello sgombero delle due case esprimendo il nostro forte dissenso anche nei confronti della direzione del dipartimento di salute mentale che non ha difeso l’operato dei medici e degli operatori. Abbiamo sollecitato la ASL  ad assumere una precisa posizione di difesa dell’esperienza di abitare assistito, che tutti conoscevano e tutti sostenevano come esperienza valida e innovativa. Tra le nostre richeste, anche quella di rimuovere con ogni urgenza il “gruppo di lavoro” che è stato messo a capo del Dipartimento di Salute Mentale, guidato dal Dott. La Spina, per sostituirlo con una regolare nomina del direttore del Dipartimento di Salute Mentale come legge comanda.

A.P. Immagino che per lo sgombero del 6 luglio, ci sia stata una solerte risposta della ASL vista la gravità e la responsabilità che avvertiranno come struttura sanitaria. È così?  

G.T. Purtroppo questo non è avvenuto perchè la fase dello sgombero è stata seguita dal Dott. La Spina che a tutti gli effetti rappresentava la ASL. Avrebbe dovuto difendere il diritto delle persone a stare nelle loro casa ma non lo ha fatto, limitandosi a “trasferirli” nelle strutture del Rizzeddu. Persone presenti durante le operazioni di sgombero hanno dichiarato che il Dott. La Spina, consulente della Procura, conosceva già quanto sarebbe accaduto.

A.P. Come è lo stato della salute mentale in Sardegna?

G.T. Di forte criticità! Fino a gennaio 2009 eravamo impegnati (Regione, familiari, operatori, società civile) in un importante processo globale di trasformazione delle pratiche e dei luoghi della salute mentale (a cui tutta l’Italia guardava con grande interesse e speranza), nell’ottica della salute mentale di comunità auspicata dalle leggi regionali e nazionali, dalla Comunità Europea e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questo processo si è interrotto bruscamente (e traumaticamente) con la guida di Antonello Liori all’Assessorato Regionale alla Sanità, il più forte oppositore (quando era consigliere regionale) del processo di cambiamento. Si è iniziato con il chiudere i centri di salute mentale già attivi sulle 24 ore e bloccando la realizzazione di quelli già programmati, si sono rilegittimate le pratiche coercitive e le persone hanno ripreso ad essere internate negli ospedali psichiatrici giudiziari. Inoltre si è negata qualunque  forma di partecipazione democratica sciogliendo la Commissione Regionale Salute Mentale e costituendo un “gruppo tecnico” di sostegno all’Assessore composto da chi il cambiamento non lo voleva affatto!

Noi però non ci arrendiamo e continuiamo a batterci perchè siano restituiti diritti e possibilità alle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale e speranza ai familiari. Ciò che è accaduto a Sassari e la grande solidarietà che si è costruita attorno alla vicenda delle donne e degli uomini buttati fuori dalle loro case ci dice che è possibile, che la società è in grado di reagire e pretendere uguali diritti per tutti.

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