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Rune Guneriussen

C’è una casa dove sta una donna aragonese che prende per mano chi si avvicina alla sua soglia. Quella donna è una madre, una forza della natura ma ancora non lo sa.

I denti erano in fila. Come giuramenti di straordinaria tenacia erano pronti. Tutti in fila a domandare cosa ne sarebbe stato della loro giovinezza. Ma a mordere proprio non ce l’hanno fatta. La guerra ha avuto tenerezza e li ha risparmiati. Erano bianchi e intatti, come l’osso che la reggeva al suolo. Un trambusto di terra e vento che trapassava il dono di sé. Attenzione alle spine, poi ti pungi e non sai perché. Invece alle carezze sole devi rispondere. Sai che non ti ho riconosciuta, ti scambiavo per quella solita ciarla che si nasconde in un volto qualunque. Invece no. Perché la chiacchiera non svetta, tu si invece. Solo si deve essere attrezzate per il viaggio sai, per la cosa giusta da dire e per il freddo di lassù.

La bambina riposava bocconi nella ghiaia. Era agghindata per la festa buona quando il padre non venne a portarla via. In quelle giornate innamorate di devozione, non era così che si sarebbe dovuta nominare. Donne di marine intanto si agitavano e chiedevano perdono per il disarmo della ingenuità. Per quel mostrarle come antenate manchevoli. Nella cruna di figliolanze troppo gracili. Vittoria sì. Del candore, in cielo come in terra. C’è da augurartelo di cuore. Davanti alla maestria e dietro l’impossibilità di entrare nel vertice della parola.

Dobbiamo essere grati. A tutti i mondi possibili ma occuparci di questo che resta e che è il migliore. Così si dice. Perché i sampietrini in fila in fila sono parole disegnate con il gesto impetuoso di chi preferisce il qui ed ora. Così come i cappotti che non tornano, quelli regalati sullo stipite di un dolore, di un ricciolo rossastro che si arrampica su. E ancora su, molto in alto. Perché quell’amore per la parola non è mai consueto. È un filo che si tende da un rilievo di inverno che non cade mai uguale.

Così attende di aprirsi allo sguardo dell’altro. Ché l’amore è una bestia e non ammette moderazioni. Vi prego no. È un avvitarsi inesatto semmai, sui precipizi altrui. Tu sei tu, e non solo nel fondo, e la poesia si fa carne. C’è da avere paura della sola banalità, della sciocca litania di chi pretende di interpretarti.

Il piccolo blu e il piccolo giallo si sono presi per mano.

Preferisce l’innocenza delle cose raccontate. Perché quelle non possono barare, come i sogni di quando l’occhio si annacqua disorientato. Non sa ascoltare, forse sarà pur così, ma quella forza è come un mare da bandiera rossa. Mica ti ci immergi, lo ammiri da lontano con la sapienza di una ricamatrice. Certo puoi armarti, di croci piccole e scomode da conficcare fin dentro la gola. E vedere se la voce ti cambia, se quel nodo gordiano lo sputi finalmente e ti dici solo.

La campana suona per chi la ascolta, per chi si fa distrarre. Chi ha l’ardore non si interrompe, procede invece dritto e esatto, come una mano che ha segnato tutta la parabola poetica ed etica della sua esistenza. Per chi vede l’altro e lo sa battezzare. Consapevole. Perché non c’è bisogno di ispirazione, hai ragione, la parola piuttosto spira, ti soffia sul collo: o rispondi o la corda si stringe. E non sarà certo la poesia a salvare. Te lo puoi scordare. Sarai tu piuttosto che ti sarai spalancato gli occhi. E allora guarda quanta gioia c’è, complicata o no. Guarda quanti si pronunciati, a casa mia – per esempio. Guarda quanto lavoro c’è da fare e quanto ancora hai da imparare da quelle pietre affastellate nelle case basse che ti inchiodano alla grazia. E all’ordine della parola.

[alessandra pigliaru]

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Ho trascorso tre giorni magnifici. Sono stata a Seneghe per il Settembre dei poeti. Ho deciso di non scrivere il nome di nessuno però, né per le lodi né per le critiche. In ogni parola qui sopra c’è tutta la mia gioia complicata invece e parte della restituzione. Un mini-diario delle impressioni che scrivo a me stessa.

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