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Erin Mulvehill

Quando, sognando a lungo in solitudine, ci allontaniamo dal presente per rivivere i primi tempi della nostra vita, ci vengono incontro numerosi visi infantili. Nei primi anni di vista abbiamo la sensazione di essere in molti, ed è solo attraverso il racconto degli altri che cominciamo a renderci conto nella nostra unità. Ascoltando la nostra storia narrata dagli altri finiamo, anno per anno, per somigliarci, combinando tutti i nostri esseri nell’unità del nostro nome. Ma la rêverie non racconta. Esistono rêverier così profonde, che ci aiutano a scavare in noi stessi, liberandoci dalla nostra storia, persino dal nostro nome. Le solitudini d’oggi ci restituiscono alle prime solitudini. Queste solitudini infantili lasciano delle tracce indelebili nell’animo. Tutta la vita è sensibilizzata dalla rêverie poetica, che conosce il prezzo della solitudine. Il bambino sperimenta l’infelicità a causa degli uomini. La solitudine può lenire le sue pene. Quando il mondo umano lo lascia in pace, il bambino si sente figlio del cosmo. Quando è padrone delle sue rêveries sogna ciò che avverrà in seguito, sperimentando la felicità dei poeti. Come non cogliere la comunicazione tra la solitudine del sognatore e le solitudini dell’infanzia? Non a caso, in una rêverie tranquilla, ci incamminiamo spesso lungo la strada che ci conduce alle nostre solitudini infantili. Lasciamo alla psicoanalisi il compito di guarire le infanzie mai vissute rimediando alle sofferenze puerili che opprimono la psiche di tanti adulti. Per ricostituire in noi una solitudine liberatrice possiamo servirci di una poetico-analisi, in grado di restituirci tutti i privilegi dell’immaginazione. La memoria è un campo di rovine psicologiche, un rigattiere di ricordi. Tutta la nostra infanzia deve essere reimmaginata, recuperandola nelle nostre rêveries di bambino solitario.

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Quando fantasticava in solitudine, il bambino sperimentava un’esistenza senza limiti. La sua rêverie non costituiva semplicemente una fuga dalla realtà, ma lo aiutava a spiccare il volo. Vi sono rêveries infantili che esplodono come fuochi d’artificio.

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Un eccesso di infanzia è un inizio di poema. Chi si prenderebbe gioco di un padre che per amore del figlio va «a caccia della luna»? Ma il poeta non si ritira di fronte a questo gesto cosmico. Sa, nella sua ardente memoria, che quello è un gesto infantile. Il bambino sa che la luna, grandioso uccello biondo, ha il nido in qualche angolo della foresta. Così, le immagini infantili, immagini che un poeta ci dice create da un bambino, sono per noi manifestazioni dell’infanzia permanente. Sono immagini della solitudine. Mostrano la continuità delle rêveries della grande infanzia e delle rêveries d’un poeta.

[Testo tratto da Gaston Bachelard – La poetica della rêverie]

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