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[Elena Pulcini  Invidia. La passione triste Il Mulino, Bologna, 2011 pagine 170 – € 15]

recensione a cura di Alessandra Pigliaru

Esiste uno sguardo obliquo che, nell’ombra, non può confessare la propria malevola invidia. L’occhio dell’invidioso si cela e si avvita sul desiderio frustrato di chi si sente inferiore. Non si può scendere a patti con il proprio vuoto, quel gorgo che lento ci domanda dell’inadempienza alla quale siamo stati predestinati; ecco che invidiare significa vivere il desiderio mimetico così da spiare la vita altrui attendendone il rovesciamento. Invidia. La passione triste (Il Mulino 2011) è il nuovo saggio di Elena Pulcini che, con mano esatta ed endoscopica, ci traghetta ancora una volta nell’arcipelago imprevedibile delle passioni svelandocene la perigliosa cartografia. Passione relazionale per eccellenza che presuppone la commensurabilità, l’invidia è prossima al rodimento e non attende piacere alcuno se non per quella particolare gioia maligna che spesso si manifesta dinanzi alla rovina altrui. Definita passione triste, l’invidia è un dispositivo che trascina verso il baratro del proprio fallimento e denuncia una singolare pratica secondo cui l’altro non aiuta a costruire la nostra identità ma al contrario ci è di ostacolo. Nella storia del pensiero occidentale, l’invidia ha conosciuto rappresentazioni sontuose e precise dal mito alla letteratura, dall’iconografia alla filosofia; fin dagli albori della civiltà greca dove l’invidia degli dei, che prevedeva la nemesi, si pone come soglia relativa alla hybris, la passione triste conduce ad un inevitabile confronto sia con noi stessi che con gli altri. Depositandosi nella storia, si trasforma nella trattazione biblica e percorre il medioevo fino ad arrivare alla contemporaneità. Lo statuto dell’invidia assume così rilievi morali differenti; in tal modo Pulcini ci ricorda come il ritratto dell’invidioso sia stato notevolmente discusso nelle riflessioni di Scheler, Nietzsche, Klein passando per Smith, Tocqueville e molte/i altre/i. Capace com’è di declinarsi in diverse espressioni, l’invidia si apre al risentimento, sorta di cortocircuito rancoroso che intossica esizialmente chi lo prova. Disponendosi all’impulso vendicativo, che è teso a digerire la collera o, nella fase più estrema, all’azione violenta, il desiderio è votato allo scacco ossessivo. Nell’ambivalenza distruttiva dell’invidia vediamo infatti come essa, passione sociale tra le più sfuggenti e insidiose, abbia a che fare con l’amore di sé e del prossimo, con la giustizia e la libertà, con l’ira e la paura ma anche con la spinta competitiva fino a degenerare in rischiosa nevrosi dell’uguaglianza, corrispondente al livellamento, in cui le differenze scompaiono. Ecco che Pulcini attraverso la teoria della passione traccia le patologie di una contemporaneità bulimica favorita dalla compulsione di voler avere sempre di più che mal si misura con quella parte oscura che non ci pone mai al riparo come soggetti invidiosi e invidiati. Nel prezioso affresco offertoci, le pagine dedicate al rapporto tra invidia e femminilità, segnate dolorosamente da zone d’ombra e complesse derive, ci interrogano profondamente. Ma le passioni, Pulcini ci suggerisce, si combattono con le passioni; quella più adatta per disinnescare l’invidia è certamente l’autenticità che, prima di essere strategia emotiva, è restituzione della nostra storia personale e del nostro desiderio; è possibilità di sondare noi stesse/i inter(n)amente e riconoscere l’altro attraverso lo sguardo che da obliquo diventa finalmente grato e simmetrico, risonante.

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fonte: Leggere Donna, n° 152 – luglio settembre 2011

grazie a Luciana Tufani e al suo straordinario lavoro, sempre.

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