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Ameneh Bahrami

Si chiama Ameneh Bahrami e ha 33 anni. Nel 2004 l’uomo che la pretendeva in sposa l’ha sfigurata con l’acido perché lei lo ha rifiutato. Il viso di Ameneh da quel giorno è completamente deturpato e ben diverso da quello che vedete nella foto qui sopra. In Iran, paese dove i diritti umani sembrano essere ancora molto lontani, vige la legge del taglione, onde per cui l’aggressore sarebbe stato ripagato con la stessa pratica inferta alla donna: qualche goccia di acido negli occhi pure a lui. Occhio per occhio dente per dente appunto. Detto così non ci sarebbe nulla da eccepire, nel senso che se pensassimo con la bile, si potrebbe anche credere che la vendetta, in questo caso,  lavi l’offesa ricevuta. E in quello stesso modo crudele la vorremmo inflitta. Se disponessimo cioè della sola bile potremmo dire che la collera si digerisca solo con la vendetta. Una vendetta lenta crudele ed esatta. La notizia di oggi è che Ameneh, contro ogni previsione e cambiando idea rispetto a un paio di anni fa, decide di perdonare il proprio aguzzino. Una scelta di cui essere orgogliose, dice la madre di lei. Una decisione fortissima, aggiungo io, che contribuisce ad uno spostamento importante seppure indecifrabile alla nostra bile. In un paese come l’Iran c’è una negazione costante di qualunque diritto e, insieme a molti altri paesi in verità, si legittima il totale disconoscimento dei diritti umani tutti e di quelli delle donne in particolare*. In un sistema come quello iraniano la vendetta privata viene non solo compresa ma sostenuta fortemente dal regime che ne diventa l’attore principale e che la tiene in piedi prima di tutto culturalmente. In tutto questo mondo alla rovescia c’è un angoletto oscuro del nostro cuore in cui potremmo addirittura riconoscerci nel pretendere riparazione (quando si tratta per esempio di desiderare la morte e la tortura di un uomo che sfigura una donna quell’angoletto si potrebbe mettere a strillare, per dire). Ma qui invece è la parola di Ameneh a spostare ripulire e sovvertire tutto; a fare ordine insomma. E ne rimango molto colpita. La vittima non si trasforma in carnefice ma sceglie di porre fine alla vendetta. E non perché abbia interiorizzato lo spirito di sacrificio, né perché voglia colludere con il proprio aggressore. Anzi. Ameneh non fa una scelta dettata dallo spontaneismo di una bontà fuori misura. Lei perdona, e con quel suo atto volontario decide di dire di NO, di preferire di NO – oggi. È nell’atto del perdono che Ameneh diventa signora di se stessa, nel preciso momento in cui decide che la sua parola conta e scardina di più rispetto a qualsiasi altra norma tradizionalmente intesa. Ed è in quel suo gesto che è sempre Ameneh a far indietreggiare qualunque spartizione della ferocia, perché solo quel SUO gesto ordina il circostante e fa chiarezza. Lei non vuole la vendetta degli uomini, domanda il perdono perché non intende più sacrificarsi ed essere disposta da altri, proprio perché è ben conscia di ciò che le è accaduto. E forse conosce anche il significato vero del risarcimento e per prima sa che non può essercene uno sufficiente per ciò che ha subito; del resto, se credesse nella legge del taglione non ne avrebbe capito fino in fondo il tranello. Nessuna riparazione che faccia tacere il morso della collera dunque ma la scelta autentica (e per questo sofferta nella metabolizzazione) di una donna che vuole giustizia per sé e che, per averla, sa di non voler armare la propria mano per conto di nessun regime. Stabilisce invece lei l’ultima parola, e dovrà essere sovrana: quella dell’altrove.

[alessandra pigliaru]

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(Da parte delle donne iraniane, e non solo, ci sono diverse forme di resistenza a riguardo e qui potete leggere molti dei link di riferimento per capire lo straordinario lavoro che queste sorelle hanno messo in atto da diversi anni a questa parte)

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