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Joanna Pallaris

Bussò alla porta a vetri sigillata male,  lieve ripugnanza per quel proliferare di odori, una mescolanza di rancido e di urina stantia,  che filtrava fino all’esterno.
Tre volte, senza insistenza .
Nel viso, già adulto,  indugiavano, tracce di una bellezza lievemente oscura, quasi aliena, ma gli occhi erano di infanzia, non c’era dubbio. Anche il tremore lo era. L’antico tremore che  trasformava, in  segreto, in dondolio. Era forse uno dei pochi segni che ancora resistevano, dopo aver spostato tutto lo spostabile nel reparto più oscuro della  mente, da cui  sperava non avesse ritorno.
“Dimenticare è più difficile che ricordare” le avevano detto , e lei ci credeva. Per questo aveva provveduto con puntigliosa precisione a seppellire i suoi morti . Non ricordava più neppure  quanto tempo  era  stato necessario a scarnificarli  e trasformarli in quella massa oscura e sconosciuta, che ributtava in gola quando un rigurgito improvviso la riportava a galla.
Anche la stanza era lontana da questo tempo. “Hanno traslocato la mia infanzia” Pensò guardandosi intorno.
Nel piccolo laboratorio  di zio Antonio erano rimaste poche tracce dell’ antica arte.
Sul deschetto da calzolaio, legno appena sgrezzato,  ancora appiccicati l’odore pesante e compatto del lucido e della pece, e residui duri di qualche inidentificabile sostanza,   grasso forse, il grasso delle migliaia di impronte che , nel tempo, avevano consumato gli spigoli.  Anche lo scaffale era vuoto:  lucido da scarpe, qualche  scarpa polverosa e spaiata , vecchie scatole . Il teatrino abbandonato di un’antica arte .
Una volta era stato un modesto laboratorio da calzolaio, modesto e funzionale., allestito miseramente nel corridoietto, dietro la porta a vetri. Un artigiano da poveri, per clienti senza troppe pretese, se non quella di non bagnarsi i piedi , risparmiando qualche soldo.
“Entra, entra, sssss, silenzio….. così nessuno ci disturba” disse  mettendo l’indice sulle labbra e facendo scricchiolare la chiave ,  un gesto abituale, per sistemare dietro il vetro  il solito pezzo di carta straccia con l’eterno “Torno subito”.
Molte storie si raccontavano sul vecchio.
I suoi misteriosi incontri notturni nulla toglievano  alle sue doti da sciamano, all’indiscutibile arte nello scacciare gli uccelli dai campi con le sue formule magiche , cancellare porri e verruche o ritrovare gli oggetti perduti.
Molte storie si raccontavano… della sua voce e delle sue preghiere   mai imbrigliate nel nastro magnetico, che   ritornava sistematicamente  vergine , tutte le  volte che una giovane antropologa provò a imprigionarvele…e del suo amante di gioventù, arricchitosi per la benevolenza di un vecchio continentale, che ogni estate tornava a trovarlo portandogli regali.
Queste e molte altre storie si raccontavano sul vecchio.
“Aspetta, siediti” disse trascinandosi con un dondolio vezzoso e scomparendo nel sottoscala dove aveva allestito la sua cucina.
Lei aspettò, cullandosi sulla sdraio di finta pelle, gli occhi  verso la tenda cagata dalle mosche, respirando la pece e riempiendo  quello spazio  di figure, movimenti, persino del vapore tiepido delle voci .
Intanto, il vecchio, che aveva acceso la luce da quindici che illuminava parzialmente il sottoscala, cercò, con l’impaccio timido della vecchiaia, una tazzina da caffè e la sistemò con cura sopra il tavolo dopo averla riempita d’acqua.
Lo osservò ancora mentre prendeva una puntina di olio da un barattolo riciclato, prendendola con la punta di una molletta di plastica verde, unta anche quella.
I  gesti, acquisendo lentamente la precisione solenne del rito, cancellavano il tremore della vecchiaia.
Per tre volte la mano tracciò una croce sopra il bicchiere, per tre volte  una briciola di sale cadde nell’acqua; non certo magia, di sicuro preghiera , o convinta superstizione.
Ciò non le impedì una certa fascinazione, o bisogno, e un brivido.
Nello squarcio di luce tiepida che si stagliava tra la scala e il muro, l’uomo recitava qualcosa con le mani incrociate.
Aspettava. L’attesa aveva il rumore insolito della disubbidienza.
Si sentiva al riparo, nonostante quel disagio…quella sensazione di “illegalità” , il  senso di colpa per quella superstizione infantile .
Uno sguardo lungo la stanza la distrasse dal lieve malessere. Provò  ancora a rivederla piena di presenze, voci, gesti e frasi ripetute infinite volte, quella dimensione quasi materiale che si crea  tra le persone che  e lo spazio che abitano. La porta sempre aperta era disponibilità al dialogo, oltre  al servizio offerto, ed era frequente che, oltre alle facce brunite dal sole dei mezzadri e dei pastori, vi si affacciassero visi curiosi di comari  pronte a spettegolare,e lui  non disdegnava, era noto.
A quei tempi,  il deschetto era pieno degli utensili del mestiere e di vecchie scarpe polverose, malati  terminali con lacci di cuoio oramai consumato, a cui si allungava la vita da una stagione all’altra.
“Ma quanto dura, ma cosa cerco qui. Non sono neppure credente, non funzionerà”
Ma sapeva che sarebbe rimasta.
Finalmente il vecchio si alzò, percorse trascinandosi il breve spazio che li separava.
“Vieni a vedere, guarda, io non ho fatto niente, vedi che malocchio che hai”.
Lo seguì ubbidiente fino al sottoscala illuminato, fermandosi vicino al tavolo per guardare.
Nella tazzina senza manico galleggiava una macchia d’olio. “Si, chissà quale legge fisica governa questo fenomeno elementare” pensò scetticamente guardando l’occhio unto che giganteggiava a pelo d’acqua. Sul fondo , i chicchi di sale stavano immobili. “ Prendine un po’ e fatti il segno della croce, bagnati la fronte e il collo”. Lo fece, ubbidiente. Ubbidiva  senza sapere, anche quando credeva di ribellarsi.
“Ora bevine un po’ , è tutto pulito” Come se intuisse il  vago senso di repulsione che provava alla idea di contaminare le sue mucose con quel liquido vagamente unto, intriso dello stesso fetore liso che aleggiava per la casa. Ne trangugiò un sorso, velocemente, per non soffermarsi sulla percezione sgradevole, solo una breve irruzione liquida che scomparve brevemente in fondo all’esofago.
Nessun effetto immediato. Eppure era affascinata dalla sicurezza del vecchio, restava come in attesa, in quel ristagno atemporale.
“ Vieni, vieni, siediti” disse indicandole la vecchia sdraio “ Ma cosa ti è successo, raccontami” L’uomo,  conosceva bene la fragilità di chi andava a chiedere e offriva la propria comprensione in cambio di confidenze.
“Problemi sul lavoro, non posso dire di più” Piccole omissioni, di certo non menzogne.
Per un attimo la tentazione di rompere gli argini, lasciare che la piena irrompesse e la travolgesse, lasciare che l’abbandono trovasse forma di parola e magari, perché no, anche singhiozzi e tutta quella gamma di segni per interpretare la  sua disperazione. Avrebbe voluto abbandonare là quella donna dalla vulnerabile incompiutezza, lasciarla in un angolo polveroso del sottoscala, come un abito vecchio o  la muta abbandonata di un insetto. Ne vedeva tante da bambina, e ne restava stregata , quella straordinaria capacità di cambiare corpo abbandonando la veste, le procurava una lieve inquietudine.
Una sottile stilettata di desiderio la trafisse inquinandole le carni.
Ma non era quella parte di sé che voleva raccontare  e del resto non sapeva bene cosa ne avrebbe fatto il vecchio. Immaginò  il suo dolore trasformato rapidamente in parole sussurrate dentro altre orecchie, poi altre ancora, rielaborate e interpretate.
La vecchia sedia di finta pelle ,screpolata e maleodorante ,la fece  tornare dentro il sipario. Guardò il vecchio  spiandone il tremore. “ La vecchiaia umilia anche i cuori più forti”  pensò, versi  che riaffioravano da una vita precedente.
La vecchiaia aveva consumato lentamente quell’uomo minuscolo che , di certo, cuore forte non era mai stato. “ Femminuccia “, lo chiamavano, “ feminedda “ , con lo sdegno di chi, segretamente, andando  a cercarlo, gli era debitore di piacere. Gli insospettabili. Uomini dall’apparenza rocciosa che entravano di soppiatto dentro il sottoscala nei giorni stabiliti ,per sbriciolarsi in rivoli di  piacere quando le ombre mettevano al sicuro la loro facciata e il  cuore peloso .  Più piacere, poiché  segreto
e alimentato dalla paura.
Le sembrava ci fosse dignità in quella vita crudamente esposta, in quel vecchio corpo che ancora si offriva, ogni martedì sera, sera di appuntamenti, sera di convegni carnali.
E “feminedda” lo era , di certo , e con coerenza. Quella coerenza che ora suscitava il suo rispetto. Ci vuole coraggio ad offrirsi. E, in fondo, con quell’offerta incondizionata, ogni martedì sera , teneva in pugno i cuori pelosi  del paese , rinnovando il suo piccolo feudo . Quando la durezza dell’orbace cadeva a terra  e l’aria si appesantiva degli umori, allora  ,“Feminedda” , decretava il suo trionfo.
Due occhi sottili di lucertola la fissavano curiosi, in attesa .
Urgenza di andarsene, una scelta repentina che si manifestò con una lieve ritrosia.
Fu un commiato breve. Lo scatto della serratura, la tenda appena spostata, la porta aperta  giusto il necessario.
E fu all’aperto.

[Franca Cherveddu]

*

 nota di lettura a cura di Alessandra Pigliaru

Quella di Franca Cherveddu è una scrittura dell’attesa e della lucidità. Una forza che combatte col nitore della parola per poi ristabilirne il peso: anfratto scuro e vorticoso che non si sa addomesticare. La cura diventa qui preghiera tersa e potente, possibilità di relazione sovrana tra sé e l’altro. Come la narrazione procede per soglie, in egual misura Franca ritorna nelle stanze della propria memoria per riconsegnarci la voce e il volto della differenza. In quel luogo ormai straniero che le rende il segno di un cambiamento profondo, la parola tesse la rammemorazione di se stessa. Una tela precisa e per nulla indulgente che accoglie la semenza del segreto. Così Feminedda diviene un  commovente incontro con l’autenticità, una ferita perennemente sanguinante se non la si sa trattenere, una modalità complicata per chi non ne ha conosciuto il fondo. La prosa poetica assume in tal senso un compito necessario: la narrazione del mormorio e di ciò che sgorga spontaneamente da sé, frontalmente; il turbamento di toccare la propria solitudine e di sfiorarne il significato doppio e profondo nell’occhio dell’altro. Non c’è vertigine che la solitudine non abbia sondato con fiducia. Non c’è giorno che il passo non abbia incespicato davanti ad un altro ingresso che si schiude. Eppure sta qui la scommessa della scrittura di Franca Cherveddu: marcare il proprio desiderio come per delimitarne lo strapiombo e saperlo osservare. Guardarlo quell’orlo smerigliato, essere testimone – del mondo – e riconoscerne il senso.

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