Da uno Stato che si nutre del gioco d’azzardo per ingrassare le proprie tasche, già colme delle angosce altrui (come avevo scritto anche qui), non possiamo aspettarci nulla di buono. Lo Stato mente, è lui per primo a bleffare. E per farlo  ha prodotto addirittura ambasciatori che ci aspettano, rassicuranti e sereni nei loro sguardi bovini, perché a noi come a loro sarà concessa una più scintillante occasione: quella di essere campioni o, al massimo, servire da cavie intercambiabili per un futuro posticcio. C’è uno Stato che decide di scommettere sulla nostra pelle e che affonda esatto in una delle piaghe più dolorose che l’epoca contemporanea conosca: il panico. Si capisce bene infatti che il più perverso sedativo per il panico, per il vuoto del “o muori o fuggi”, risiede proprio lì: nell’abbruttimento e nell’umiliazione dopo l’offesa. Solo in questo modo si può tenere la volontà di ognuno in un perenne contenimento. E relativa coercizione.  Solo mantenendo viva la dicotomia vincente/perdente. Dopo che quella corsa disperata per scampare alla morte ti lascia trafitto. Un’altra volta. Quando ti giri e invece della fortuna incontri tutto il tuo nulla. In quel preciso istante. Di uno Stato così io non so che farmene.

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