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Che si tratti di sbarchi o – nella più infelice delle ipotesi – di naufragi, stiamo assistendo in queste ultime settimane (come ormai da mesi e da anni) a delle inaccetabili tragedie umane. E non mi riferisco soltanto a chi, purtroppo, perde la vita in mare in condizioni terribilmente ingiuste o a chi – giunto all’agognata sponda – viene privato, altrettanto ingiustamente, della libertà e della dignità. Mi riferisco anche a tutti coloro che teorizzano, praticano o acconsentono a politiche xenofobe e razziste.

Mohammedia (Casablanca) - foto di Valentina Porcheddu

Non è forse una tragedia, infatti, quest’incapacità ad accogliere l’altro? Perché dobbiamo vederlo come un potenziale invasore dal quale dovremmo difenderci persino con le armi?

Ha la pelle di un colore diverso dal nostro, puzza, è vestito di stracci, è un criminale. Il migrante non ci è prossimo, anche se viene dall’altra riva del nostro stesso mare. Non appartiene alla nostra mappa culturale ed emotiva, non rientra nella nostra geografia “classista” che considera viaggiatori coloro che si spostano in aereo e definisce clandestini quelli che, pur pagando, affrontano difficili traversate in gommone o su barconi di fortuna.

Non lo sentiamo “uno di noi”, il migrante, neanche quando è talmente esausto, assetato, affamato e bisognoso di aiuto da annullare ogni traccia della sua personale vicenda per entrare, a pieno diritto, nella sfera dell’umanità tutta.

L’indifferenza dell’opinione pubblica italiana nei confronti degli sbarchi a Lampedusa, dei dispersi, dei morti annegati (non soccorsi, non salvati) e, più in generale, al riguardo della politica dei respingimenti, dei centri di detenzione provvisoria e di tutte le numerose sigle escludenti, non è solo vergognosa ma sconfortante. E non possiamo sempre pensare di nasconderci dietro al cliché del popolo generoso – italiani brava gente – perché i gesti di una minoranza non sono sufficienti a lavare la coscienza, – sporca, sporchissima – di un intero Paese.

Basterebbe essere più umani, certo. Ma anche meno ignoranti: qualcuno, ad esempio, può spiegare ai figli dei leghisti, ai piccoli borghesi di provincia, ai fighetti delle metropoli ma anche ai qualunquisti di ogni età che chi arriva in barca sulle nostre coste viene da paesi a cui i nostri bis-nonni hanno fatto la guerra o da luoghi a cui, noi – sì proprio noi! – ora facciamo la guerra?

Se fossimo capaci di guardarli oltre i pregiudizi, se fossimo disponibili ad ascoltare le loro storie, se gliele lasciassimo raccontare scopriremmo che quei migranti, in fondo, ci somigliano. Che Mohamed, Halima, Aziz, Faraa…sono giovani che, come noi, coltivano la speranza di un futuro migliore, che sono padri così forti da voler ribaltare il destino, che sono madri piene di coraggio e di amore, che sono bambini innocenti come i figli che vorremmo mettere al mondo.

[…] Dopo che furono entrati, concesso che fu di parlare,
il venerando Ilioneo così comincia,  pacato:
«Regina, a cui donò Giove fondare una nuova città,
guidar con giustizia una gente superba, te noi,
miseri Teucri, zimbello dei venti pei mari,
supplichiamo; risparmia l’orrendo incendio alle navi!
Pietà di un popolo pio, le cose nostre più da vicino considera.
Oh, non veniamo col ferro a saccheggiare le case
di Libia, e fatta preda a trarla alla riva: non hanno
tal violenza nell’anima, tanta protervia, i vinti.
C’è un luogo, Esperia i Greci per nome lo dicono,
terra antica, d’armi potente e feconda di zolla,
gli Enotrii l’hanno abitata, ora è fama che i figli
Italia abbian detto dal nome d’un capo la gente.
Questa era la rotta.
Quando sul flutto levandosi tempestoso Orione,
su ciechi banchi ci spinse e arenò, col vento violento,
e vinti dal mare, per l’onde, per le impervie scogliere
ci disseminò: pochi qui al lido vostro nuotammo.
Ma che popolo è questo? Che barbara patria
permette una simile usanza? L’asilo della sabbia ci negano,
fan guerra, ci vietano di porre piede sul lido!
Se gli uomini avete in disprezzo e l’armi degli uomini,
ma temete gli dèi, che bene e male ricordano […]»
[…] E brevemente Didone, chinando il volto, parlò:
«Sciogliete l’ansia dal cuore, Teucri, lasciate l’angoscia.
Dura vita e nuovo regno a questo mi forzano,
guardar tutt’intorno con l’armi i confini.
Ma degli Eneadi chi il sangue, chi ignora Troia
e gli uomini e i fatti e tanto incendio di guerra?
Non così chiuso il cuore abbiamo, noi Puni,
non così opposto a Tiro aggioga il sole i cavalli.
Che voi l’Esperia grande, la terra saturnia,
o i campi d’Erice scegliate e il re Aceste, io partire
vi farò confortati, vi darò quanto posso.
Voleste anche fermarvi, con me in questo regno,
vostra è la rocca che alzo: tirate in secco le navi.
Teucro o Tirio, da me avrà ugual trattamento […]»

(Eneide, I, 520-574; Traduz. Rosa Calzecchi Onesti)

Concludo il mio post con questi versi dell’Eneide, recentemente portati all’attualità dalla scrittrice italo-somala Igiaba Scego.

Didone offre ospitalità ai profughi troiani perché è lei stessa migrante, vittima di una ‘guerra’, di un sopruso, di un’ingiustizia. Chi di noi non lo è o può pensare di esserne immune?

La regina, in fuga da Tiro, fonda Cartagine riducendo in strisce sottilissime una pelle di bue, affinché la città sia più grande di quello che le viene imposto. A pensarci bene la sua non è un’astuzia ma un rito d’accoglienza. Quella pelle è il suo ventre: aperto sul mare, aperto verso l’altro. Urbem quam statuo vestra est, subducite naves; Tros Tyriusque mihi nullo discrimine agetur.

[Valentina Porcheddu]

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per leggere alcuni tra i numerosi scritti di Valentina cliccare QUI (T ysm)

 

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