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[di Alessandra Pigliaru]

In effetti sì, il tempo potrebbe essere maturo per sprovincializzare la provincia e partecipare al mondo.
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Michela Murgia

Accade che un giorno Michela Murgia decida di promuovere un corso di giornalismo gratuito. Numero chiuso e possibilità di confrontarsi con professionisti dell’informazione. La fucina del progetto si svolgerebbe non per sterili simulazioni ma in una vera e propria campagna elettorale come quella che si è aperta a Cagliari per l’elezione del sindaco. Detta così potrebbe essere intesa semplicemente come una bella trovata da parte di un’intellettuale brillante e impegnata che sa mettere a frutto passione per la scrittura e amore per la Sardegna. Quando ho letto della proposta nel suo blog ho pensato ad una parola: condivisione. Poi a un’altra: circolo virtuoso. Mi sono detta che sarebbe stata decisamente una fertile palestra per quante e quanti si misurano con la scrittura a vario titolo. E mi sono rallegrata, perché questa idea è stata partorita proprio da Michela in un momento di forte precarietà per il territorio sardo e non solo, sia sotto il profilo culturale che politico. Ed è così in fondo, mi sono ripetuta: le donne sono madri al di là dei figli che mettono al mondo. Proprio come segna Luce Irigaray in quel fulminante scritto del 1980 dal titolo Il corpo a corpo con la madre. Le madri sono tali in quanto donne e, potremmo parafrasare, essenzialmente perché mettono al mondo desiderio, linguaggio, politica, simboli e immagini; lo fanno continuamente, le donne. Per questo sono sempre madri. Lo sono tutte. E a Michela si deve riconoscere questa grande capacità, quella di portare al mondo pensiero simbolo e differenza in un momento in cui il desiderio sembra che debba lasciare lo spazio a bisogni più aridi, quelli dettati sempre da altri – per esempio. Così, insomma, accade che questa tenace scrittrice segua il proprio desiderio e si metta in testa di organizzare e promuovere un laboratorio gratuito di giornalismo e mi pare che i punti per fare in modo che l’iniziativa sia discussa costruttivamente ci siano tutti. Ma non è mai così, sarebbe troppo semplice e ci concederebbe di risparmiare tempo. Ci sono sempre delle informazioni dettagliate da fornire, anche quando la proponente è una persona autorevole che ha mostrato in più di un’occasione la propria trasparenza sia sotto il profilo culturale che etico e politico. Cominciano i primi disappunti da parte di chi si chiede cosa ci sia dietro. E poi davanti e possibilmente anche di lato perché, si sa, l’ossessione del complotto è sempre limitrofa a tutto ciò che riguarda gli altri e mai se ne capisce la reale posizione quindi è bene essere millimetrici e precisi. Vuoi mettere che in questo paese abituato alla volgarità esista ancora qualcuno capace di proporre qualcosa solo per la gioia della condivisione? Vuoi mettere che una scrittrice nota e affermata come Michela Murgia voglia davvero fare qualcosa di gratuito solo per il desiderio di farlo? Dispiace per i paladini delle investigazioni ma la risposta è un doppio SI. E Murgia è in ottima compagnia, insieme a molte e molti che praticano e veicolano cultura  da tempo, anche se potrà sembrare stravagante. C’è però una modalità distruttiva purtroppo che viene da lontano e che non pacifica; in presenza di novità, la risposta è una sorta di auto-fustigazione e il senso quasi paranoico dell’essere perennemente tratti in inganno (che si sposa perfettamente con il cosiddetto “non faccio e non lascio fare”); una diffidenza atavica che non permette di medi(t)are e di aprirsi all’altro con curiosità. L’altro sembra  sempre un nemico dal quale difendersi. Quell’avvilimento profondissimo fa parte della mancanza, del vuoto. Quell’avvilimento è la nostra scure affilata che restituiamo all’altro. Non è possibile a quanto pare, neppure in un’occasione di partecipazione attiva come questa, poter gioire senza che qualcosa finisca per stonare. Senza che ci sia lo stridore insensato da parte di chi sembra avvertire la defraudazione di qualcosa. Ecco perché su un progetto decisamente interessante si deve organizzare una specie di cronistoria infinita e imbarazzante di dubbi e interrogatori sul come mai, a che scopo, perché ora. Al fondo di tutto ciò sta la domanda più fastidiosa e irritante e cioè: a che titolo lo fa, chi è e soprattutto chi non è; dove è situata geograficamente e politicamente la sua proposta e anche perché proprio ora la vorrebbe avanzare. Eh, ci dev’essere una ragione che sfugge, una trama segreta tesa a sovvertire le sorti dell’umanità e dell’informazione tutta. Ci dev’essere un moto rivoltoso che non è dato sapere e decifrare ma che certamente serpeggia e questa semina non trova consenso, deve essere fermata. Dunque l’ordine dei giornalisti della Sardegna ha deciso, preventivamente, di correre ai ripari redarguendo Murgia su possibili infrazioni che potrebbero verificarsi durante il laboratorio.
Era prevedibile si sarebbero scatenate le ire dell’ODG della Sardegna. Ciò nonostante io – come un’ingenua – continuo a stupirmi dell’ottusità di certi timori. E siccome anch’io, come Michela Murgia, rispetto le leggi vorrei che venissero esplicitate tutte e pubblicamente. Sarebbe buona cosa infatti che l’ODG, in linea con la trasparenza e il rigore che dovrebbe contraddistinguere una struttura come quella, facesse sapere a quale specifico regolamento si riferiscano le preoccupazioni dell’ordine, tanto per evitare che qualcuno possa pensare che si tratti di intimidazioni fini a se stesse. Vorrei sapere esattamente a quali singolari norme si potrebbe contravvenire nel caso in cui i partecipanti al laboratorio gratuito dovessero scrivere qualcosa di giornalistico durante le settimane di tirocinio. Pretendiamo di saperlo visto e considerato che all’ODG della Sardegna sono iscritte e iscritti in tant* e che queste occasioni danno l’opportunità di mostrarsi con orgoglio e di dire finalmente dove ci si voglia collocare. E in che modo. È un nostro diritto domandare chiarezza per evitare che qualcuno pensi che si tratti di salvaguardare corporazioni locali e sterili interessi privati. Vorrei inoltre sapere che cosa si intenda con l’espressione “stampa clandestina” e in che stato di polizia ipotetico potremmo trovarci se un’espressione del genere venisse sdoganata e applicata alla libertà di parola presente in blog e siti personali e collettivi. Desidererei che questi quesiti venissero sciolti dall’ODG della Sardegna perché non credo sia possibile fare un processo alle intenzioni e neppure permettersi di mettere in guardia liberi cittadini che credono di vivere in un sistema democratico. Attendiamo lumi. I primi si possono leggere qui ma sarebbe importante avere delle dichiarazioni esplicite da parte del presidente dell’ODG – Sardegna, Peretti, che ha delineato i confini pratici a Michela Murgia. Quei confini, in buona sostanza, vanno detti ad alta voce per fare in modo che ognuna e ognuno di noi giudichi in coscienza  i principi etici e giuridici su cui poggia un suggerimento di tal portata.
Nel frattempo Michela Murgia procede con fierezza, con la sua nitida e forte aderenza alla responsabilità intellettuale, e il corso di giornalismo darà gli ottimi frutti che tutte e tutti ci aspettiamo.
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Per allargare il discorso e per l’attualità delle riflessioni inserisco di seguito un intervento che Antonio Pigliaru scrisse nel novembre 1949 sul n° 1 di Ichnusa. Mi pare di individuare diverse affinità con il “problema” non della cultura sarda ma, ancora una volta, della cultura in Sardegna che ancora oggi permane con resistenze spesso inutili e recintate rischiando di minare le nostre effettive possibilità e risorse.

Dico che il tempo è maturo per sprovincializzare la provincia, per offrire (finalmente) un attestato di piena capacità ad intendere ed a pensare universalmente, a rompere tutti gli impacci d’ogni piccola o grande mitologia locale per dar prova (questo, anzitutto) d’una integrale partecipazione al mondo,. ad un orizzonte sempre più vasto. Più vasto e più vivo: giacché intorno c’è ancora troppo peso di cose morte, d’interessi accolti in ritardo, di polemiche già scontate, intanto che tutta la terra arde d’un fuoco forse mortale, intanto che la corsa dell’uomo precipita d’un ritmo sempre più rapido al quale bisognerà pure adeguarsi se non si voglia restare fermi per sempre a posizioni infinitamente arretrate. Chè, questo sì, sarebbe tradimento autentico, tanto più grave quanto maggiore sia la fiducia che noi si può avere in noi stessi e nelle nostre possibilità effettive. Le nostre possibilità effettive: non è ben chiaro che un impegno debba presupporre una consapevole dichiarazione di fede, la convinzione confessata di poter mantenere la promessa, di poter assolvere all’obbligo contratto liberamente e per ciò stesso tanto più valido? Ci disponiamo (e dobbiamo disporci) ad un lavoro di inserimento totale solo in quanto sappiamo di poter fare affidamento su una voce di timbro non falso, di poter dire, anche noi una parola buona, da essere intesa (e, naturalmente, da meritare una discussione). Confessiamo e denunciamo le nostre insufficienze passate e presenti, perché sentiamo di potervi rimediare – discorriamo senza risentimenti dei nostri torti e dei nostri tradimenti convinti di, poter assumerne concretamente tutta la responsabilità, senza perciò legarci ad una condanna definitiva, senza appello. Ma ci rifiutiamo anche (o almeno: mi rifiuto) di parlar di problema della cultura per contenervi solo una certa rivendicazione di glorie locali, remote o vicine che siano – ci rifiutiamo di ridurre il problema della nostra cultura in termini troppo banali perché possano prendersi in seria considerazione. Perché, insomma, il nostro disagio (se c’è e penso che ci sia in molti) è tutto in codesta limitatissima prospettiva che vogliamo imporre al nostro sguardo ancor oggi e cioè nel momento stesso in cui anche le civiltà e le culture pensano per continenti, nel momento in cui tutte le nostre interrogazioni si van concentrando, qui come sotto ogni altra latitudine, su temi ben stabiliti e rispetto ai quali ogni altro problema (quindi anche il nostro problema particolare) dovrà pur decidersi a sperimentarsi valido, attuale nel senso più scoperto ed immediato del termine. O non è così?
[Antonio Pigliaru – Il problema della cultura: primo, sprovincializzare la provincia]

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