Trish Woodford

Il disprezzo e la dignità sono due sentimenti prima di essere due atteggiamenti morali. Sentimenti perché appartengono alla donna e all’uomo molto prima di stabilirne l’intenzione. Risalendo al principio infatti, la loro applicazione non è da subito frutto di esercizio. Il luogo in cui originariamente giacciono è piuttosto quello precario e discontinuo del patire e del nutrire. Prima ancora della intenzione dunque, c’è da riconoscerne la genesi che sta all’interno di ognuna e ognuno di noi. La prima idea è tuttavia mossa nelle viscere esposte all’occhio, mentre la seconda è distesa aspettando di balzare avanti ad ogni comune modo di intendere la libertà nuda di esistere. Mentre il disprezzo si avverte come ambigua modalità di ascoltarsi e relazionarsi, la dignità può dirsi solo propria ancor prima che diventi un termine eticamente discutibile. Comprendiamo bene, e prima di proseguire, cosa significhi appaiare due termini tanto distanti come disprezzo e dignità; apparentemente infatti sembrano molto lontani, come nascita modi e mondi di intervento. Tuttavia se ne osserviamo l’origine ci renderemo conto che non solo sono affini ma che spesso, nel loro utilizzo dissennato e imprudente, possono diventare un’arma da puntare alla nostra stessa tempia e poi a quella del nostro vicino.
Il disprezzo ha a che fare con lo sdegno, con il rifiuto di scontrarsi o, semplicemente, di trovarsi prossimi a qualcuno o qualcosa che non si considerano meritevoli. Il disprezzo corrode, spesso in forma violenta, ciò che – nel personale senso di intendere – si crede privo di dignità. Ma quale sarà mai questa “cosa” che procura tanto sconcerto fino a non giudicarsi affatto capace di lode? Si insinua in questa soglia la possibilità del nemico immaginario, un fantasma carico di risentimento che ha il volto, per esempio, di un repellente modo di stare nel mondo. Ed è in questa speciale fenditura che il disprezzo ci parla di noi. Di quanto siamo state e stati così lesioniste/i per non aver avuto la capacità di saperci guardare da fuori; per non aver saputo cioè tenere conto del teatro panico della coscienza e di come, in quello stesso teatro, ci fosse la precisa minaccia di trovarsi soffocate/i. Eppure continuiamo a guardarci da dentro, e quel dentro lo proiettiamo sulla pelle altrui o sulla nostra stessa pelle che, franta, si declina in tutti gli orrori pensabili. Così chi si sdegna e non sa dare a questa rabbia la giusta distanza e rilevanza teorica, si ritrova in un mondo a misura sciatta e di seconda scelta pensando alla repentinità di qualcosa che è mutato senza alcuna responsabilità. Perché di indignazione si può anche morire senza che niente sia cambiato intorno a noi. Nel suo perpetuo indignarsi infatti, il rifiuto non riesce più a dirimere ma solo a dire di no, acriticamente e senza opportunità di significato ulteriore. A rimetterci non siamo solo noi ma il nostro modo di relazionarci che troppo spesso giudichiamo autentico e che invece nasconde un preciso metodo cinico e altero di guardare l’altra e l’altro. Ed è esattamente qui che risuona la dignità, non quella che attribuiamo a noi stesse/i ma quella che pretendiamo nelle altre e negli altri. Quel sentimento della dignità diventa statuto morale ed è qui che ci si appresta a scivolare in territori confusi. Sono, questi ultimi, terribili emblemi e modi di esclusione proprio perché in quello statuto, che non possiamo permetterci di applicare indistintamente al circostante, fa capolino l’ipotesi gerarchica del giudizio violento senza contraddittorio. Quello statuto infatti è carico di appartenenze da rivendicare che nulla hanno a che vedere con le genealogie di ordini differenti; in quello statuto, che tramuta in arroganza e disgusto la nostra attenzione verso l’alterità che non si riesce a rintracciare, sta il nodo di noi stesse/i e il fallimento di progetti e ponti importanti.
L’ipotesi di ambivalenza della dignità sta appunto nel nodo, un arcipelago di piccoli e tenaci sassolini che ognuna e ognuno di noi si lasciano dietro per ritrovare la strada del ritorno. È un chiodo fisso sulla strada lastricata delle nostre buone intenzioni, perché quelle buone le si mostra con vanto, quelle cattive invece le si tace. La semina di convincimenti non è affatto di poco conto, va a costruire programmi di vita su solide e arroccate certezze. Ma c’è come un fiume carsico che non consente di ripararsi credendosi arrivate e arrivati proprio da nessuna parte. Quel tracimare ci bisbiglia continuamente l’inadeguatezza di dirci le uniche e gli unici a detenere un vessillo in nome e per conto di terzi, per esempio, e che ci consente di metterci in discussione. Il lento avanzare verso la relazione con altre e altri tenacemente ci porta sulla strada del riconoscimento e dell’autenticità, senza timore del giudizio né di noi stesse/i né delle cose che fatichiamo a comprendere perché non fanno parte della nostra personale misura. Così il disprezzo, compreso quello che solitamente dedichiamo amorevolmente alle nostre stesse carni, con vergogna e avvilimento, ci dirà ancora del patire e del nutrire ma in forma differente: le viscere prenderanno posto dall’occhio alla pancia passando per la bocca e troveranno requie perché verranno finalmente dette. E la dignità sarà qualcosa che non c’è bisogno di accampare per conto di altre/i ma verrà riconosciuta come essenza primaria dello stare al mondo: ché il mondo è mio come di tutte e di tutti e, ci piaccia o no, il colore del mio desiderio sarà sempre insolito se devo ogni volta pensare di barattarlo con quello di altre/i. Che del resto, la dignità denudata così come l’esistenza, non si occupa del merito, dei titoli né della lode ma solo di se stessa.

[Alessandra Pigliaru]

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