Elif Sanem Karakoç - Subliminal Perception

Scrivere non lascia spazio alle conseguenze ma solo all’altezza del desiderio che diventa insopprimibile cartografia del vero; mentre si scrive infatti non si può pensare la temporalità nella sua totalità, la si deve incarnare. Non si può pensare all’ora e nemmeno al dopo; ci si abbandona alla debolezza del qui ed ora e alla parola – sediziosa e deflagrante. Non si può calcolare niente, non si calibra, non si misura perché quella parola va detta – bruciandola,  decostruendola e battezzandola come figlia rivoltosa di un giorno a venire. È una gioia dolorosamente vivida, è la mia stanza tutta per me in cui pretendere la verità; se di verità si tratta, si ha il dovere del dire nel riferirsi ad un Tu: teatro panico che tutto pervade con grazia. Il desiderio si incarna in un corpo anarchico che non conosce confini, un corpo che è autocoscienza e che si stende nelle fenditure del desiderante da cui siamo parlati e torturati. Scrivo esattamente così come sono – e come non sarò mai più – come qualcosa che mi viene suggerito da una molteplicità che si unisce – ogni volta come fosse l’ultima – in un coro unico di terzi mancanti e intenzionati alla presenza. Allo stesso modo – è evidente – mi faccio carico volentieri del pericolo di essere fraintesa.

[A.P. – work in progress]

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